Quando, intorno alla metà degli anni novanta, si comincia a parlare
sottovoce di una nascente scena scozzese, i riflettori del Grande Impero sono
stabilmente puntati in due proficue direzioni: da una parte impazza il brit-pop,
un filone miliardario abilmente alimentato, nella non casuale rivalità
fra i due principali attori, dalle reminiscenze di antichi e ben più
nobili dualismi, dall’altra si impongono in maniera ormai definitiva i melliflui
riflessi delle sonorità di Bristol, grazie allo straordinario tris
d’assi messo in campo, con le rispettive opere di debutto, dalla sacra trinità
trip-hop Massive Attack/Portishead/Tricky.
Nel 1994 quattro ragazzi di Glasgow che hanno appena riunito i propri sogni
sotto l’insegna di Delgados cominciano ad intraprendere il proverbiale giro
delle sette parrocchie con il loro demo sotto il braccio, ma quello strano
approccio alla materia rock che coniuga la scarna estetica del Do It Yourself
mutuata dal punk con il più sfrontato chitarrismo di band quali Sonic
Youth e Flaming Lips sembra lontano mille miglia dalle correnti imperanti:
il giudizio è quasi sempre lo stesso "non male, magari con
qualche ritocco qua e là".
Delgados realizzano in poco tempo che per evitare pericolose interferenze
e mantenere il più a lungo possibile quel loro imberbe orgoglio professionale,
l’unica cosa da fare è mettersi in proprio: nasce così la Chemikal
Underground Records, con due soldi ed una originale sede operativa nella cucina
dell’appartamento del gruppo.
La prima pubblicazione è naturalmente il 7" di debutto della band,
Monica Webster/Brand New Car, singolo della settimana
per Melody Maker, ma il colpo grosso lo mette a segno un’altra band di Glasgow,
i Bis, che dopo un timido esordio con Disco Nation 45, seconda uscita
per la label, pubblica il The Secret Vampire Soundtrack e.p.
che, grazie al brano Kandy Pop, arriva fino al 24mo posto delle charts
ufficiali, regalando il fatidico momento di gloria al gruppo, che potrà
spiccare il salto verso una realtà discografica maggiore come la Wiiija,
ed alla lungimirante Chemikal Underground, che vedrà premiato il proprio
coraggio con i primi ritorni finanziari.
Fra i fortunati fruitori di questa inaspettata boccata di ossigeno ci sono
due taciturni e sconosciutissimi ragazzi di Falkirk che si fanno chiamare
Arab Strap. Il loro 7" di debutto The First Big Weekend, ispirato
alle emozioni ed agli eccessi dei giorni che precedono il big-match Inghilterra/Scozia
agli Europei del ’96, fa breccia nel cuore di Steve Lamacq, uno dei DJ’s storici
di Radio One, che lo proclama "singolo del decennio" e, soprattutto,
finisce in sottofondo ad un fortunato jingle televisivo della Guinness.
Quando c’è di mezzo la televisione, si sa, si aprono sempre nuovi orizzonti
: finalmente la label è in grado di finanziare la produzione delle
opere di debutto sulla lunga distanza dei propri alfieri. Domestiques
dei Delgados esce nell’ottobre del 1996 e, con la sua inebriante miscela di
garage-pop di derivazione sixties e soluzioni più strutturate figlie
del miglior indie-rock dell’ultimo decennio, non manca di suscitare positive
reazioni da parte di Sua Maestà John Peel, che lo inserisce fra i suoi
dischi dell’anno. Un mese dopo è la volta di The Weekend Never Starts
Round Here, sublimazione del piccolo culto venutosi a creare intorno agli
Arab Strap: le loro atmosfere notturne scarne ed essenziali, la sottile melanconia
di quel recitativo sommesso ed il sentimento di incapacità, di esclusione
da una vita normale che traspare da quelle storie di alcool e di sesso subite
dai protagonisti quasi per caso, capitalizzano in breve il successo del fortunato
singolo di debutto.
I riscontri positivi delle due pubblicazioni consentono alla label di inaugurare
una più consona sede nell’East End di Glasgow e di supportare il progetto
dei Magoo, che con il singolo A To Z And Back Again e il debut album
The Soateramic Sounds Of Magoo fanno il botto sulle colonne del Melody
Maker, che definisce il lavoro " the great lost English pop classic".
Un matrimonio decisamente fortunato, almeno fino alla recente separazione
consensuale, è quello con i Mogwai,
una giovane band di Glasgow capace di raggiungere al debutto sulla lunga distanza
con Mogwai Young Team (1997), l’album giunto pochi mesi dopo l’e.p.
di esordio 4 Satin, l’invidiabile traguardo di oltre 50.000 copie vendute;
numeri che stupiscono ancor di più se si pensa che contiene esclusivamente
musica strumentale e neppure di troppo facile ascolto. I bruschi rallentamenti
e le epiche accelerazioni che caratterizzano quelle sonorità ipnotiche
e maestose, in grado di fondere mirabilmente rumore e melodia, tendono un
ponte ideale attraverso trent’anni di musica rock diluendo in una magica pozione
strani ingredienti quali Pink Floyd, Joy Division, Slint.
Dopo la pubblicazione dell’e.p. The Girls Of Summer e del singolo
apripista Here We Go/Trippy, vede finalmente la luce nell’aprile del
’98 Philophobia, acclamato secondo album degli Arab Strap. Anche i
Delgados, ormai assorbiti quasi a tempo pieno dalla label, si rimettono in
pista con il singolo Everything Goes Around The Water e l’album Peloton,
mentre il prolifico anno si chiude in bellezza con la realizzazione di Vote
The Pacifist Ticket Today, la nuova prova sulla lunga distanza dei Magoo.
Nel marzo del ’99 esce Come On Die Young, splendida conferma dei Mogwai
con il Mercury Rev Dave Fridmann alla cabina di regia e nello stesso periodo
c’è spazio anche per l’eponimo debutto dei Cha Cha Cohen, stralunato
combo di Leeds già titolare dello sghembo 538 e.p.
Dopo un 2000 privo di particolari impennate che vede la pubblicazione degli
album di debutto di nuovi promettenti acquisti quali i Radar Brothers o i
Suckle, il 2001 saluta il ritorno del figliol prodigo Arab Strap il quale,
dopo una breve parentesi presso la Go!Beat con l’affascinante ma controverso
Elephant Shoe, ci regala una perla di rara bellezza con il recente
The Red Thread.
E così, mentre i Mogwai ringraziano tutti e continuano a camminare
da soli e l’imminente debutto di un’altra nuova band, gli Aereogramme, promette
fuoco e fiamme, eccoci arrivati ai giorni nostri con una favola in più
da raccontare.
di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 56, gennaio 2002