DISCHORD RECORDS

Con un buon paio d’anni di ritardo rispetto al ventennale della label, il 23 settembre 2002 ha salutato la pubblicazione del cofanetto antologico 20 Years Of Dischord, titolo programmatico di uno degli anniversari più incredibili ed importanti della nostra musica che, com’è del resto nello stile dell’etichetta, è passato completamente inosservato al suo naturale rintocco. Si tratta di un triplo CD, accompagnato da una retrospettiva a firma Henry Rollins, composto da due dischetti contenenti una canzone per ogni band pubblicata nei primi vent’anni (per un totale di 50!) oltre ad un supporto comprendente materiale inedito e qualche traccia interattiva dal vivo.

Vent’anni vissuti pericolosamente, è proprio il caso di dire, di cui almeno la metà in fragile equilibrio sulla fatidica lama del rasoio. E’ da circa un decennio infatti, da quando McKaye e compagni hanno rifiutato di vendere i Fugazi prima e l’intera label poi al colosso di turno, che Dischord costituisce una vera e propria spina nel fianco dell’industria discografica ufficiale, uno degli ultimi baluardi di un sistema di produzione e distribuzione realmente indipendente, che è innanzitutto principio etico, scelta e stile di vita, esperienza comune, progetto, idea. E se, dopo tutti questi anni, per assistere ad un concerto dei Fugazi continuate a spendere almeno un terzo di quello che vi costerebbe un gruppo normale, anche molto meno affermato, e, soprattutto, per comprare un disco della label ne spendete all’incirca i due terzi (cifre alla mano, dal mail order, l’ultimo CD del gruppo costa 11,19 Euro, fate un po’ i vostri conti...), significa che, alla fine, questo sistema paga, che insomma un’altra via è possibile e realizzabile. Ma allora qual è il problema? La questione, non da poco, è che, mentre per ogni milione di dollari guadagnato, che so, dai Rem, la Warner ne porta a casa almeno dieci volte tanto, per ogni (ipotetico) milione guadagnato dai Fugazi non c’è manager, agenzia ufficiale o multinazionale che porti a casa un centesimo. E voi capite come, di fronte a questi argomenti, non sia impresa da poco vantare un catalogo che si sta avviando verso la centoquarantesima pubblicazione.

Non a caso abbiamo citato Ian McKaye ed i suoi Fugazi. Da oltre vent’anni, insieme al fido Jeff Nelson, compagno di ventura in esperienze imprescindibili quali i giovanissimi Teen Idles ed i seminali Minor Threat, nonché socio d’affari nel progetto Dischord, Ian è il simbolo della scena indipendente americana, della resistenza ad ogni costo contro qualsiasi logica di mercato (distribuzione, promozione, interviste, concerti: tutto avviene all’infuori dei circuiti ufficiali), di una coerenza assoluta che ha davvero poche pietre di paragone in questo ed altri campi. La loro storia e quella di Dischord Records, che viaggiano da sempre sullo stesso binario, sono imprescindibili per comprendere gli ultimi vent’anni di una buona fetta dell’underground a stelle e strisce.
Per ripercorrere insieme i loro primi passi e gli eventi che hanno portato alla nascita della label ci dobbiamo rituffare nell’America che teneva a battesimo gli anni ottanta.

Passata la sbornia delle prime due ondate punk, quella che si era sviluppata intorno al CBGB’s nel 1975, che aveva dato i natali al movimento, e quella che invece i natali li aveva avuti dai Sex Pistols e dal settantasette londinese, il disagio delle frange più oltranziste del movimento era sfociato nell’esplosione dell’hardcore che, soprattutto da queste parti, era dilagato a macchia d’olio assumendo proporzioni davvero inusitate. Le principali scene cui faceva capo il fenomeno avevano il loro epicentro in California ed a New York, Boston e Washington.

Il palcoscenico di Washington DC, in cui muovevano i primi passi i nostri giovanissimi eroi, fu quello che si distinse maggiormente dal generale marasma casinaro, nichilista ed autodistruttivo che caratterizzava, pur attraverso diverse sfaccettature, le altre ribalte. E ciò avvenne attraverso il completo rigetto degli slogan scontati e del futile divertimento, per mezzo della totale astensione da ogni eccesso di alcool e di droga, nella sincera convinzione che la risposta al malessere comune fosse da ricercarsi solo e soltanto nell’animo umano, senza sprecare energie preziose in inutili proclami, nell’isolamento fine a se stesso o, peggio, in viaggi senza ritorno.

Questo movimento, che cercava - al pari di una nuova fede- di dare una risposta positiva agli istinti imperanti, ebbe i suoi teorici nei Minor Threat di McKaye e Nelson e, dal titolo di una loro canzone che ne sarebbe divenuta il manifesto programmatico, assunse il nome di Straight Edge.
La Dischord nacque, all’incirca, insieme a questo fenomeno e ne divenne immediatamente il filo conduttore.

I Teen Idles si erano separati nell’estate del 1980, dopo quasi un anno di attività, senza lasciare alcuna traccia del loro passaggio. Dalla cassa della band erano avanzati circa 600 dollari: bastò un breve consulto per decidere di investire quei proventi nella realizzazione di una traccia vinilitica per consegnare definitivamente il gruppo ai posteri. Con l’aiuto di Skip Groff, gestore di un negozio di dischi con qualche piccola esperienza nelle autoproduzioni per la sua Limp Records, venne dato alle stampe il Minor Disturbance e.p., n.1 di catalogo per la neonata Dischord. Era il dicembre del 1980.

Nel frattempo la scena hardcore di Washington era in pieno fermento: McKaye e Nelson stavano per convergere nella loro nuova creatura, i Minor Threat, mentre, ad opera di personaggi che orbitavano nella loro sfera di amicizie, venivano alla luce bands seminali quali S.O.A., Government Issue, Youth Brigade, Untouchables. I due non ci pensarono due volte prima di decidere che gli eventuali proventi realizzati con la vendita del disco sarebbero stati investiti nella pubblicazione del materiale di queste giovani bands: un progetto per sostenere e diffondere la scena locale mutuato dalla Dangerhouse Records di L.A., che aveva appena edito una serie di singoli di giovani punk bands della città.

Gli S.O.A., desiderosi di passare subito ai fatti, contribuirono economicamente alla realizzazione del loro No Policy e.p., n.2 di catalogo della label, ed i ritorni delle prime due uscite consentirono di pubblicare entro il 1981 i singoli di debutto di Minor Threat, Government Issue e Youth Brigade.
Sul finire dello stesso anno nacque anche la Dischord House, prima sede operativa della label di stanza ad Arlington, Virginia: si trattava di una specie di bungalow con una cucina ed una camera da letto come ufficio. Tutte le persone coinvolte militavano direttamente nelle bands prodotte (fattore preponderante anche in futuro) e si occupavano personalmente di ogni dettaglio relativo alle pubblicazioni, dalla copertina alle buste interne.

Il gennaio 1982 vide la prima pubblicazione sulla lunga distanza della label, la compilation Flex Your Head (# 7) che raccoglieva 32 brani di 11 bands della scena di Washington; seguirono le uscite di Faith, Void, Scream (la band seminale nella quale militava il futuro Nirvana Dave Grohl), Marginal Man, nonché il canto del cigno dei Minor Threat, il classico e.p. Out Of Step.
Intanto Dischord realizzava la partnership con Southern Records, che distribuiva in U.K. i prodotti di Crass Records, una comune punk molto vicina per spirito ed ideali ai nostri. Un accordo che si sarebbe dimostrato fondamentale (e che dura ancora adesso) per una stampa a prezzi e termini di pagamento più convenienti (che avviene in Europa) ed una distribuzione più capillare in entrambi i Continenti.

Sul finire del 1984 tutti i gruppi della prima ondata si erano ormai sciolti e la ribalta Washingtoniana cominciava a perdere progressivamente l’unità e lo spirito originali: per sopravvivere Dischord doveva necessariamente ampliare i propri orizzonti.
Gli anni che vanno dal 1985 al 1990 sono densissimi di pubblicazioni che prendono finalmente in considerazione anche gruppi facenti capo ad altre scene geografiche e musicali: citeremo i Dag Nasty, gli Embrace nei quali militò brevemente lo stesso McKaye, i grandi Shudder To Think, e poi Lungfish, Jawbox, Nation Of Ulysses; quindi, finalmente, sul finire della decade, il debutto del fenomeno Fugazi.

Nel 1991 esplose il bubbone Nevermind e l’underground non fu più lo stesso: anzi non fu più e basta. La MTV generation si invaghì improvvisamente di tutto ciò che sapeva di alternativo e le majors, sue fedeli esecutrici, tentarono di accaparrare tutto ciò che puzzava lontanamente di denaro. Non sfuggirono alle loro lusinghe nemmeno i Fugazi, ormai affermate stars del mercato indipendente, ed incassato il loro rifiuto, ci fu anche chi tentò di rilevare l’intera label, per fortuna con lo stesso risultato.
Alcune stelle del catalogo Dischord (Jawbox, Shudder To Think) partirono verso lidi più assolati per venire scaricate al primo passo falso (o ritenuto tale dai lungimiranti ragionieri delle major), ma il ricambio generazionale ci fu e portò nuova linfa nei nomi di Bluetip, Crownhate Ruin, Smart Went Crazy e, soprattutto, Make Up.

Così, mentre sempre nuove bands affollano i blocchi di partenza della label, e ogni tanto ne fuoriesce un cavallo di razza (l’ultimo in ordine di tempo è quello degli El Guapo, provate ad accostarvi al loro Super/System), Dischord è una realtà imprescindibile del mercato indipendente e non e, finalmente, è anche in grado di tenere regolarmente a libro paga la sua decina scarsa di dipendenti e di corrispondere, più o meno puntualmente, le royalties alle sue bands. Tutto ciò senza dimenticare naturalmente la scena di Washington, che continua a sostenere e diffondere tramite la distribuzione, attraverso la nuova nata Dischord Direct, del materiale pubblicato dalle piccole labels locali.

Se c’è una morale in questa storia, ed io penso che ci sia, lascio ad ognuno di voi il compito di farla sua.


di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 60, settembre 2002


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