DOVE VA LA MUSICA ?
speculazioni personali

"Negli anni [1968 e seguenti] circolava la persuasione che si dovesse scrivere solo impegnandosi sul presente, e per cambiare il mondo. A dieci e più anni di distanza è ora consolazione per l'uomo di lettere (restituito alla sua altissima dignità) che si possa scrivere per puro amore di scrittura. E così ora mi sento libero di raccontare, per semplice gusto fabulatorio..."

Umberto Eco, 5 gennaio 1980


Gli appassionati di classica parlano di crisi palese, se non di morte, della musica. Gli appassionati di jazz parlano di fine, o quantomeno di crisi epocale, della loro arte. Gli appassionati di rock si chiedono se il loro genere sia morto o ancora in vita. Facciamo un discorso globale, dunque, non limitiamoci ad un solo settore, e vediamo di capirci qualcosa in più.

La prima differenza fra la musica e le altri arti è lo sdoppiamento del momento creativo fra l'ideazione e l'esecuzione. Questa separazione, netta e marcata in ambito classico ottocentesco, è spesso annullata nel jazz, ma mai del tutto. Nel rock di solito ideazione ed esecuzione avvengono in momenti distinti, ma, a differenza della musica classica, sono opera della stessa persona. Poichè nel nostro periodo storico si suona e si ascolta musica quanto non mai, allora chi parla di crisi intende dire che non compaiono nuove composizioni degne di nota.
O forse intende dire che gli esecutori sono dei meri mestieranti, che non ci mettono l'anima quando suonano o cantano?
In realtà quello che sconcerta è la (apparente) mancanza di cambiamento. Ogni genere musicale, visto a ritroso, è stato in perenne evoluzione. Vi sono dei profondi motivi per questa evoluzione, che può considerarsi una componente imprescindibile della musica come arte e come comunicazione. Vedremo più in la questi motivi. Lo sconcerto nasce dal fatto che chi osserva la musica oggi non riesce a vedere nessuna evoluzione. Ciò non vuol dire che l'evoluzione sia assente, solo che non siamo in grado di distinguerla oggi. Forse lo faremo, a ritroso, fra un decennio o due. Forse non c'è proprio...

Il cruccio di alcuni appassionati di rock è che la musica di oggi non porta messaggi. E' questo un guaio? Se lo fosse, andare a riascoltare i dischi di 30 anni fa non sarebbe una soluzione. Se quella musica conteneva un messaggio, questo messagggio non era certo indirizzato a noi di oggi, ma a noi di 30 anni fa (per chi di anni ne ha abbastanza) o a chi viveva allora.
La musica la si ascolta perchè genera emozioni, ma generalmente suscita emozioni diverse in ascoltatori diversi, e diverse fra chi suona e chi ascolta. La musica emoziona perchè ci fà conoscere quella cosa sterminata che è l'animo umano. La musica è principalmente un guardare dentro se stessi per scoprire nuove potenzialità.
Poi, in un secondo momento, si può anche sfruttare la musica per trasmettere messaggi, perchè le emozioni lasciano un solco nell'anima, ed il messaggio, se si infila in quel solco, arriva più in profondità. Se la musica non emoziona il messaggio non arriva, e allora non serve a nulla (e non è neanche musica). Quando invece il messaggio manca ma la musica è buona, essa rimane arte comunque. Voglio dire che la musica più che una trasmissione fra chi suona e chi ascolta, è uno stimolo che genera, in chi ascolta, delle sensazioni soggettive e irrazionali sulle quali il controllo del musicista è limitato; nondimeno questo meccanismo impreciso è tanto potente da riuscire a trasmettere qualsiasi cosa.

Le parole poste in cima a questo scritto, tratte da "Il Nome della Rosa" ci fanno capire quanto, durante gli anni 1968-1979, proprio quelli in cui il rock conosceva il suo maggior sviluppo, la critica fosse distorta. Si era pronti ad accusare qualsiasi musicista, al minimo passo falso, di essersi svenduto, ed a quel punto si era certi che non ci sarebbe stata più riabilitazione per lui. Ci si attaccava, e ci si attacca ancora, a delle categorie come "musica commerciale" e "musica non commerciale" che, per quanto giustificabili, riescono troppo rigide. In pratica si fà il gioco dei professori di conservatorio, che possono legittimamente sentenziare che tutta la musica pop è commerciale e, quindi, non è arte. Quando poi la critica rock ha dà tanta importanza al "messaggio" (e lo si capisce da affermazioni tipo: "la musica non trasmette più contenuti") rischia di buttarsi un'altra volta la zappa sui piedi. Qual è infatti la funzione del "messaggio" nella musica rock? Paradossalmente esso serve ad avvicinare alla musica degli adolescenti che di musica ne capiscono poco e che quindi bisogna adescare in altro modo. Basti pensare alle origini del rock'n'roll. Esso non era musicalmente nulla di nuovo. Aggiungeva a degli stili preesistenti, R&B e country, un contorno di sfrenatezza ed adolescenzialità, il tutto confezionato come un prodotto industriale, con la dovuta attenzione per l'immagine e la pubblicità. E' un paradosso che il messaggio, anzichè contenuto, sia contorno. E' ancora un paradosso che il messaggio del rock, generalmente ritenuto sovversivo nei confronti del sistema capitalistico, sia uno dei mezzi usati per vendere un prodotto industriale, cioè il disco.
Riassumo:
La seconda caratteristica della musica è la sua complessità. Mentre le arti visive stimolano gli occhi non più di quanto essi vengano stimolati dalla attività quotidiana, nella musica si eccede come intensità e come molteplicità di stimoli. La musica ha pertanto bisogno di essere interpretata, e questo richiede uno sforzo sì mentale, ma anche fisico, quindi richiede allenamento. Chi è allenato ad ascoltare un certo tipo di musica la comprende e ne gioisce. Chi non è abituato non la comprende e si stanca, cerca il silenzio. Questa è la ragione per cui i dischi al secondo ascolto piacciono più che non al primo. Se la stessa persona subisce due esperienze d'ascolto diverse di fronte alla medesima incisione, figuriamoci cosa avviene per due persone diverse! La causa della soggettività della musica è il lavoro che il sistema nervoso è chiamato ad assolvere per decifrarne la complessità.
Si parte da bambini, con melodie brevi e consonanti, e quello basta. La bellezza corrisponde al semplice, al naturale. In un secondo momento le cose troppo semplici diventano noiose, poco interessanti, scontate, banali, vuote. Per recuperare la capacità attrattiva della musica bisogna aumentarne la complessità, introdurre dei contrasti. Quando le nuove formule cominciano a stancare, si va in entrambe le direzioni: o un riposante ritorno alle cose del tempo che fu oppure si arricchisce la musica di ulteriori sottigliezze e dissonanze. La risultante netta di queste spinte tende di norma ad elevare la complessità e la difficoltà della musica. Questo è almeno quello che si coglie osservando a ritroso la storia della musica più creativa. Questo vale anche per la musica di massa, ma in maniera più blanda.
Questa desiderio umano di una musica più difficile, e pertanto più stimolante, deve fare i conti, prima o poi, con i limiti fisiologici del sistema nervoso. Per quanto la preparazione culturale possa affinare il gusto e l'orecchio, l'organismo umano avrà pure dei limiti e quindi ci sarà una soglia oltre la quale il suono apparirà indecifrabile.

L'aspetto fisiologico è tradizionalmente stato trascurato. L'arte, si pensava, proviene dall'ingegno; se uno non è abbastanza genio per capirla, sono fatti suoi. Malauguratamente si arrivò al punto in cui anche essere geni non bastava. Bisognava anche reggere il confronto i geni del passato. A questo punto o nasceva un nuovo Beethoven ogni anno oppure si apriva la crisi. La crisi della musica classica è così il risultato di aspettative eccessive e di chiusura nei confronti degli ignoranti e degli inferiori che, in quanto tali, non avevano nulla da offrire. Ma come si può parlare di crisi musicale nel XX secolo, il secolo che ha inventato il disco, la radio ed il walk-man? Proprio quando la musica è entrata in tutti i momenti della nostra vita? Forse perchè non è stato inventato nulla di nuovo nell'ambito puramente musicale? Le novità ci sono. Vediamole.

L'invenzione che ha avuto i maggiori effetti diretti è stata quella del microfono. Prima di esso era necessario che la voce fosse piena, limpida ed intonata. Altrimenti non si sentiva nulla oltre la quinta fila di spettatori. Con l'avvento dell'amplificazione fu invece possibile introdurre sottigliezze ed elementi personali. Gli stessi interpreti hanno convinto il pubblico, con la forza delle loro esibizioni, che era meglio cantare "male" ma in maniera personale che cantare in maniera perfetta, ma tutti allo stesso modo. I cantanti hanno cambiato il criterio di bellezza. Hanno scoperto che per introdurre interesse nella musica non vi sono solo complessità e genialità, c'è anche l'umanità. Anche altri criteri estetici sono cambiati. Ad esempio la ripetività, un tempo ritenuta indice di scarsa fantasia e quindi ripudiata, è oggi riconosciuta come un mezzo naturale per creare eccitazione nell'ascoltatore.

L'invenzione che ha avuto i maggiori effetti indiretti è stata ovviamente il disco. Esso ha portato la musica nelle case, ha permesso di conoscere musiche lontane nel tempo e nello spazio, ha preservato il patrimonio musicale del secolo, ha concesso anche agli interpreti quella immortalità che prima spettava soli agli autori. Soprattutto ha portato un sacco di soldi. E' opinione diffusa che i soldi siano la rovina della musica, ma vi sono buoni motivi per dedurre che la rovina della musica provenga in realtà dalla mancanza dei soldi. Non conosco infatti musicisti capaci di sopravvivere senza mangiare. E' banale, ma è il succo del discorso. Per rispetto dei musicisti provo a sostituire per un po' la parola "soldi" con quella "successo". Mi sembra naturale che il musicista, un artista del palcoscenico, viva del proprio successo. Anche quando decide di lavorare solo in studio di registrazione. L'industria discografica ha dato la possibilità di diventare (ricchi e) famosi su scala mondiale, quindi ha attirato i talenti. Gli ha anche vincolati ed ingabbiati, ma non si può certo dire che prima del disco fossero liberi. Prima l'artista aveva bisogno di legarsi ad un mecenate. Col disco almeno il mecenatismo si è parcellizato a livello dell'acquirente della copia. In teoria è più democratico.

Siamo arrivati così al punto fondamentale: i vincoli. Pesanti o leggeri? Necessari o deleteri? Qual è la priorità dell'artista: fare quello in cui si crede oppure COMUNICARE con il PUBBLICO? Se la scelta è la seconda, allora si è vincolati. Al centro temporale del XX secolo, con una carriera quasi cinquantennale, abbiamo l'esempio di un genio come Miles Davis, che ha sempre cercato il successo ed i soldi, dando al pubblico quello che esso voleva, e riuscendo nel contempo ad essere creativo ed unico, a non farsi influenzare ma ad influenzare ed indirizzare gli altri. Questo è un esempio di come i vincoli possano essere una cosa positiva. Possiamo rinforzare il concetto, prendendo un esempio dal secolo XIX, in cui l'industria discografica non esisteva ancora. Vediamo un autentico uomo d'affari come Giuseppe Verdi, divenuto ricchissimo con la musica perchè andava incontro ai gusti del pubblico. Questo non ha però nuociuto alla sua creatività ed alla sua individualità.
I dischi bisogna comunque valutarli per la musica che c'è dentro, non per il numero di copie vendute o per la posizione in classifica. Alla base ci deve essere però la voglia di piacere. Se l'artista incide solo per se stesso è inevitabile che egli resterà l'unico in grado di ascoltare la sua musica! Giusto i poeti scrivono infischiandosene delle vendite, ma per il motivo che i libri di poesia in ogni caso non se li compra nessuno.

Quando i vincoli vengono meno gli artisti esultano, ma non è detto che sia un bene per l'arte. Ascoltando oggi le vecchie incisioni a 78 o 45 giri apprezziamo la concisione di quei lavori che in 3 minuti dicevano così tante cose. Come si scolpiscono nella mente quegli attacchi veementi! Che pena al confronto un disco come "Up" dei REM dove ogni brano iniziava e terminava con un sibilo di 1 minuto (per fortuna col disco successivo si son dati una regolata).
Eppure l'arrivo del long playng doveva liberare i musicisti dal vincolo dei 3 minuti per canzone. Come se non fosse un vincolo peggiore quello di rilasciare un album ogni anno (e se non sai come fare, lo riempi di spazzatura). Ancora peggio è oggi, quando per convincere la gente a sborsare la 40.000 lire bisogna fare i CD di almeno 60 minuti (e quanto CD pallosi si trovano!).

La storia della musica rock è strettamente legata al disco. L'affermazione del rock con pretese artistiche è andata di pari passo con l'affermazione del long playing. Il primo esempio di album rock credo che sia "Blonde on Blonde" di Bob Dylan, uscito nel 1966. Alla sua uscita ci fu chi disse che Dylan si era definitivamente svenduto, che cercava di fare il cantante commerciale e non più il cantautore di protesta. Considerazioni profondamente riviste negli anni, ma che aiutano a comprendere l'epoca e la situazione. Per il momento ci interessa vedere che il long playing non era più la raccolta eterogenea di "tutto quello che l'artista ha fatto negli ultimi 6 mesi", di solito confezionata dall'industria con nessun potere decisionale dell'autore. Con "Blonde on Blonde" l' album è un prodotto omogeneo, contenente canzoni scritte appositamente per esso; l'autore ha avuto abbastanza potere nel decidere come arrangiarlo e da chi farsi accompagnare. Apparentemente ai colleghi di Dylan ed ai discografici piacque l'idea di spostare il centro dell'attenzione dal 45 giri al 33 giri (si vendono ad un prezzo maggiore!).
(Permettetemi qui una digressione. Il rispetto per il cliente e la sua inteliggenza sarebbe scomparso negli anni. Negli anni '60, pur chiedendoti più soldi, ti offrivano più canzoni. Oggi lanciano il DVD e lo fanno pagare il doppio della videocassetta che contiene lo stesso film...)

Nel 1967 tutti abbracciarono l'idea dell'album (meglio se concept). Fu l'anno degli eccessi psichedelici. I Beatles pubblicarono "Sgt. Pepper", gli Stones "Their Satanic...", i Traffic il loro primo album, i Pink Floyd "The Piper at the Gates of Dawn", i Love "Da Capo", i Jefferson Airplane "After Bathing at Baxters'", Eric Burdon "Winds of Change", Van Morrison "Blowing Your Mind'"... Malgrado questi dischi contengano delle gemme, non li considero dei dischi riusciti. Mi danno ragione gli stessi autori i quali, l'anno dopo, presero una direzione completamente diversa, incominciando da Dylan. Aggiungo subito che vi esempi opposti di album, figli della stessa ondata, che non son venuti male: "Sunshine Superman" di Donovan, "Disraeli Gears" dei Cream, "Axis: Bold as Love" di Hendrix, "Strange Days" dei Doors, per limitarmi ai grossi nomi, contengono pacchianerie, è vero, ma sono salvati da una buona vena. Questa grande ondata psichedelica, rifluendo, lasciò impresse sul rock alcune caratteristiche che furono fondamentali per il suo sviluppo negli anni immediatamente succesivi:

Si verifica pertanto, negli anni 67 e immediatamente successivi, una situazione anomala, in cui l'industria, anzichè creare cloni dei cantanti di successo come era stata, e ritornerà ad essere dopo, la sua regola, cerca smaniosamente nuovi talenti e li lancia. I gusti della gente erano ogni anno diversi, nessuno sapeva quale sarebbe stata la nuova tendenza e le case discografiche temevano di rimanere spiazzate. Allora cercarono di diversificare le proposte, sperando di indovinarne almeno una. L'industria discografica era in espansione, non aveva problemi di finanziamento e questi soldi hanno aiutato lo sviluppo in senso creativo del rock. In un discorso che riguardi solo il rock l'operazione appare innaturale (l'industria ha sempre cercato di vendere la cosa più semplice e fruibile), ma se assumiamo un punto di vista più globale le cose possono tornare a posto. Vediamo che negli anni '60 la musica jazz, negli Stati Uniti, che sono quelli che contano, diventa roba per pochi intimi. Mentre in Europa quella musica era considerata arte, nel paese in cui era nata si erano ostinati a guardarla come forma di intrattenimento e di profitto. I discografici, scoprendo che i giovani andavano a Monterey e Woodstock e non ai festival di jazz, conclusero che quest'ultimo era morto (per quel che li riguardava) e che il suo erede era il rock. Quindi la loro regola ("la gente vuole sempre qualcosa di più semplice e volgare di quello che piaceva un decennio fa") non era infranta. Già negli anni '50/'60 il jazz si era ritirato dal campo della musica vocale, lasciando posto al soul. Negli anni '70 il soul sarà lascerà posto alla disco-music.

Fare una lettura della storia del rock dal punto di vista della logica industriale non è a mio parere dissacrante, proprio perchè il rock è nato ed è rimasto sempre prodotto industriale. Se non ci fosse stata l'industria discografica il rock non sarebbe proprio esistito. E' probabile che nel futuro la registrazione, la duplicazione e la diffusione della musica facciano a meno di una industria del disco. Il rock continuerà ed essere suonato, ma ne risentirà profondamente.

Storie del rock dal punto di vista puramente artistico, oppure dal punto di vista sociologico, sono la norma. Io non le metto in discussione. Ne contesto però alcune conclusioni, specie una. Quella dell'esistenza di una punk revolution. Il punk, ammettiamo che sia esistito, non ha condizionato la traiettoria del rock. I preesistenti protagonisti (Dylan, Stones, Floyd...) hanno continuato a peggiorare come se nulla fosse. Chi voleva seguirne le orme (Dire Straits) ha comunque trovato il suo spazio. Altri (Police, Joe Jackson...) hanno cavalcato per un attimo la "nuova onda" (lì stavano i soldi...) e dopo il lancio hanno mostrato il loro vero volto. I gruppi punk si sono dimostrati capaci di fare una canzone e basta; molti di essi non sono stati in grado neanche di ripeterla. Il termine "rivoluzione" fa credere ad una ripartenza, a nuova linfa vitale. Al termine della cosidetta punk revolution è rimasto invece tanto vuoto.

Nella storia della musica rock il punk conta meno dell' heavy metal, che invece è tanto cospicuo da essere diventato un genere a parte (sinceramnte, fra i due mali preferisco il punk). Il punk è stato una moda, poco più di un modo di vestire. Il suo contributo alla discografia rock è trascurabile (intendo dire in termini di album da salvare). Si tratta in fin dei conti di un abbaglio giornalistico. I critici pensavano che il rock fosse un movimento culturale in evoluzione, scandito da fasi che si succedevano l'una all'altra. Poichè le cose che accadono in Inghilterra sono più appariscenti di quelle che accadono altrove, e poichè le chiome dipinte erano la cosa più appariscente del periodo, ecco l'abbaglio. In realtà il rock non era più nè un genere musicale definibile, nè un movimento culturale. Già negli anni '70 non era possibile fissare un confine fra rock e le altre forme di musica. Era addirittura più facile distinguere fra le correnti musicali al suo interno. Anche guardando quel periodo a distanza di una generazione, si vede nebbia fitta. Dieci anni fà la "Repubblica" pubblicò l'opera "L'America del Rock" in cui, su 13 volumi, uno era dedicato alla disco-music. Nessuno, all'epoca dei fatti, si sarebbe mai immaginato di includere la disco-music nel rock!
Che la "punk revolution" sia un assurdo della critica lo dimostra il fatto che, da allora in poi, nessun critico si è più azzardato a parlare di rivoluzioni. Invece, dico io, la rivoluzione vera arrivava da tutt'altra parte: era nata la musicassetta...

Quando la gente ha cominciato a registrare i dischi di amici e conoscenti, mettere soldi nella realizzazione di un disco diventava un pessimo investimento. L'industria del rock dovette scegliere una nuova strategia. Non si poteva dire: "Compra questo disco perchè la musica che c'è dentro è ottima!", perchè la risposta sarebbe stata: "Allora vale la pena di registrarlo!". Se fare musica migliore non aumentava le vendite, non restava che puntare sul divismo. Una bella copertina, malgrado la spesa aggiuntiva, non era sufficiente. Nasce il video-clip, che costa di più ma i soldi si potevano recuperare alzando il prezzo del disco. Acquistare il disco doveva diventare un atto di amore. Una volta avviato il meccanismo, le vie di profitto erano molteplici. C'erano, innanzitutto, gli incassi dei mega-concerti: la gente non ci andava per ascoltare la buona musica, ma per poter dire: "c'ero anch'io".

Nella rivoluzione del video-clip la musica doveva ridursi al rango di colonna sonora. Sembra che ai registi il rock non andasse a genio: non lo sapevano coniugare con le immagini. La disco-music e le batterie elettroniche si addicevano di più. Dei primi anni '80 ho ascoltato cose di una bruttezza indicibile, per fortuna senza acquistarle. "The Final Cut" (Pink Floyd) su tutte. A ruota "Abacab" (Genesis), "Behind the Sun" (Clapton), "Dirty Works" (Rolling Stones). Questi dischi sono vergognosi perchè fatti da gente che, in altri momenti, ha dimostrato di avere classe. Per par condicio non tacerò dei frutti marci della generazione successiva. Quelli che mi hanno indotto il vomito sono: "Oil on Canvas" (Japan), "Drums and Wires" (XTC), "The Drum Is Everything" (Carmel), "Sandinista" (Clash), "Daydream Nation" (Sonic Youth). Nomino questi perchè sono quelli che mi ricordo di avere acquistato (e rivenduto, quando ci son riuscito). Se andassi a scavare ne troverei forse di peggio, forse di meglio. Ma mi guardo bene dal farlo. Non ho ascoltato i dischi di quell'epoca quando l'ho vissuta, perchè dovrei farlo ora? Sono un consumatore, non uno studioso. Non scambiate per sentenze le mie opinioni.

Capire il perchè la musica degli ultimi anni '80 e dei '90 è migliore di quella dei primi '80 è arduo perchè non c'è un motivo unico. Ci stà il passaggio delle mode deleterie. Ci stà che il numero delle etichette e dei dischi pubblicati è tanto aumentato che, per motivi probabilistici, è diventato più facile trovarne di salvabili. Ci stà che il gusto medio del grande pubblico si è evoluto. Il rock rispunta infatti dal posto più inatteso: gli spot pubblicitari. Passaggi di 10 secondi riescono graditi anche ad orecchie che non starebbero ad ascoltare una canzone per intero. Voglio dare il merito anche ai musicisti: gli U2 riescono a portare in cima a tutte le classifiche un album di rock autentico come "The Jousha Tree" e bissano il successo con "Rattle and Hum" che è un omaggio super-esplicito al rock anni '60. Sono dati di vendita che fanno riflettere i loro colleghi ed i discografici.

Gli anni '90 hanno prodotto mediamente tanti album di buona musica. Si tratta spesso di album che guardano alla tradizione del rock, arricchendola ma senza drastici cambiamenti. Per questo non sono considerati capolavori. Siamo alle stesse considerazioni fatte per la musica classica: si storce il naso di fronte a chi non è abbastanza originale perchè "i Beatles queste cose le facevano 30 anni fa ed anche meglio". Lo si dice anche quando è lecito avere dei dubbi. Faccio alcuni esempi: Lenny Kravitz, quantomeno in "Mama Said" miscela Beatles, Hendrix e funky, e sembra che non ci metta nulla di suo. Se guardiamo il prodotto finale, dimenticandoci le fonti, troviamo che sta benissimo in piedi da solo, anzi: riluce. Liberi di dire che i Beatles hanno fatto di meglio, ma è una valutazione soggettiva. Paragoniamo seriamente il mitico "Sgt. Pepper" con "Mama Said". Il primo prevale solo perchè in fondo contiene "A Day in the Life", la canzone che il buon Lenny non riuscirà mai a comporre. Ma prima di arrivare a quella, quanti momenti bui e noiosi! "Mama Said", invece, scorre interessante dall'inizio alla fine.

Discorsi analoghi possono essere fatti con altri lavori che guardano alla tradizione: "Hollywood Party" (Jayhawks), "Grace" (Jeff Buckley), "Whiskey For The Holy Ghost" (Mark Lanegan). Alcuni vecchi maestri hanno continuato a regalare perle: "Night Ride Home" (Joni Mitchell), "Supernatural" (Santana), "A Night in San Francisco" (Van Morrison) sono dischi che se fossero usciti nel 1970 sarebbero considerati dei monumenti.

Durante gli anni '90 abbiamo assistito alla scomparsa dei long playing; alla ricomparsa dei single (sotto forma di CD-single); alla comparsa del masterizzatore, al cui confronto i registratori a cassetta non eran nulla; al gran chiacchierare su internet e Napster, in realtà perdenti nei confronti del masterizzatore perchè troppo lenti e/o costosi. C'è anche qualcosa che avremmo dovuto vedere ma (per foruna) non abbiamo visto: il DVD audio. Ufficialmente esiste ma l'industria è la prima a non crederci. A quasi 20 anni dall'introduzione del CD ci stà un cambio di formato. Se l'industria non ha il coraggio di effettuarlo è segno che sente la terra tremare sotto i suoi piedi. Staremo a vedere.

La musica è una attività antichissima. Negli ultimi 4 secoli ha vissuto uno sviluppo eccezionale e non previsto. Sono stati scritti tali e tanti capolavori che una vita è poca per conoscerli tutti. Se nell'immediato futuro ci fosse una pausa creativa (difficile da credere!) rimaniamo sempre ricchi di un patrimonio che i nostri avi non avevano. Le riscoperte riempiono di gioia quanto le scoperte. Il silenzio, soprattutto, è tanto bello da riscoprire!
Se fossimo in grado di predire il futuro, dovremmo quantomeno conoscere il presente. Robert Johnson, il padre della chitarra blues, morì nel 1938, ma fino agli anni '60 non lo conosceva nessuno. Questa è la misura del nostro sapere!

Giuseppe Balacco
29 gennaio 2002


torna all'elenco