"Negli anni [1968 e seguenti] circolava la persuasione
che si dovesse scrivere solo impegnandosi sul presente, e per cambiare il mondo.
A dieci e più anni di distanza è ora consolazione per l'uomo di
lettere (restituito alla sua altissima dignità) che si possa scrivere
per puro amore di scrittura. E così ora mi sento libero di raccontare,
per semplice gusto fabulatorio..."
Umberto Eco, 5 gennaio 1980
Gli appassionati di classica parlano di crisi palese, se non di morte, della
musica. Gli appassionati di jazz parlano di fine, o quantomeno di crisi epocale,
della loro arte. Gli appassionati di rock si chiedono se il loro genere sia
morto o ancora in vita. Facciamo un discorso globale, dunque, non limitiamoci
ad un solo settore, e vediamo di capirci qualcosa in più.
La prima differenza fra la musica e le altri arti è lo sdoppiamento del
momento creativo fra l'ideazione e l'esecuzione. Questa separazione, netta e
marcata in ambito classico ottocentesco, è spesso annullata nel jazz,
ma mai del tutto. Nel rock di solito ideazione ed esecuzione avvengono in momenti
distinti, ma, a differenza della musica classica, sono opera della stessa persona.
Poichè nel nostro periodo storico si suona e si ascolta musica quanto
non mai, allora chi parla di crisi intende dire che non compaiono nuove composizioni
degne di nota.
O forse intende dire che gli esecutori sono dei meri mestieranti, che non ci
mettono l'anima quando suonano o cantano?
In realtà quello che sconcerta è la (apparente) mancanza di cambiamento.
Ogni genere musicale, visto a ritroso, è stato in perenne evoluzione.
Vi sono dei profondi motivi per questa evoluzione, che può considerarsi
una componente imprescindibile della musica come arte e come comunicazione.
Vedremo più in la questi motivi. Lo sconcerto nasce dal fatto che chi
osserva la musica oggi non riesce a vedere nessuna evoluzione. Ciò non
vuol dire che l'evoluzione sia assente, solo che non siamo in grado di distinguerla
oggi. Forse lo faremo, a ritroso, fra un decennio o due. Forse non c'è
proprio...
Il cruccio di alcuni appassionati di rock è che la musica di oggi non
porta messaggi. E' questo un guaio? Se lo fosse, andare a riascoltare i dischi
di 30 anni fa non sarebbe una soluzione. Se quella musica conteneva un messaggio,
questo messagggio non era certo indirizzato a noi di oggi, ma a noi di 30 anni
fa (per chi di anni ne ha abbastanza) o a chi viveva allora.
La musica la si ascolta perchè genera emozioni, ma generalmente suscita
emozioni diverse in ascoltatori diversi, e diverse fra chi suona e chi ascolta.
La musica emoziona perchè ci fà conoscere quella cosa sterminata
che è l'animo umano. La musica è principalmente un guardare dentro
se stessi per scoprire nuove potenzialità.
Poi, in un secondo momento, si può anche sfruttare la musica per trasmettere
messaggi, perchè le emozioni lasciano un solco nell'anima, ed il messaggio,
se si infila in quel solco, arriva più in profondità. Se la musica
non emoziona il messaggio non arriva, e allora non serve a nulla (e non è
neanche musica). Quando invece il messaggio manca ma la musica è buona,
essa rimane arte comunque. Voglio dire che la musica più che una trasmissione
fra chi suona e chi ascolta, è uno stimolo che genera, in chi ascolta,
delle sensazioni soggettive e irrazionali sulle quali il controllo del musicista
è limitato; nondimeno questo meccanismo impreciso è tanto potente
da riuscire a trasmettere qualsiasi cosa.
Le parole poste in cima a questo scritto, tratte da "Il Nome della Rosa" ci
fanno capire quanto, durante gli anni 1968-1979, proprio quelli in cui il rock
conosceva il suo maggior sviluppo, la critica fosse distorta. Si era pronti
ad accusare qualsiasi musicista, al minimo passo falso, di essersi svenduto,
ed a quel punto si era certi che non ci sarebbe stata più riabilitazione
per lui. Ci si attaccava, e ci si attacca ancora, a delle categorie come "musica
commerciale" e "musica non commerciale" che, per quanto giustificabili, riescono
troppo rigide. In pratica si fà il gioco dei professori di conservatorio,
che possono legittimamente sentenziare che tutta la musica pop è commerciale
e, quindi, non è arte. Quando poi la critica rock ha dà tanta
importanza al "messaggio" (e lo si capisce da affermazioni tipo: "la musica
non trasmette più contenuti") rischia di buttarsi un'altra volta la zappa
sui piedi. Qual è infatti la funzione del "messaggio" nella musica rock?
Paradossalmente esso serve ad avvicinare alla musica degli adolescenti che di
musica ne capiscono poco e che quindi bisogna adescare in altro modo. Basti
pensare alle origini del rock'n'roll. Esso non era musicalmente nulla di nuovo.
Aggiungeva a degli stili preesistenti, R&B e country, un contorno di sfrenatezza
ed adolescenzialità, il tutto confezionato come un prodotto industriale,
con la dovuta attenzione per l'immagine e la pubblicità. E' un paradosso
che il messaggio, anzichè contenuto, sia contorno. E' ancora un paradosso
che il messaggio del rock, generalmente ritenuto sovversivo nei confronti del
sistema capitalistico, sia uno dei mezzi usati per vendere un prodotto industriale,
cioè il disco.
Riassumo:
-
il "messaggio" è una caratteristica nativa di
quel prodotto industriale che chiamiamo musica rock;
-
anche la musica più commerciale può essere
arte delle più nobili se chi la suona o canta ci mette l'anima e
coinvolge emotivamente l'ascoltatore.
La seconda caratteristica della musica è la sua complessità.
Mentre le arti visive stimolano gli occhi non più di quanto essi vengano
stimolati dalla attività quotidiana, nella musica si eccede come intensità
e come molteplicità di stimoli. La musica ha pertanto bisogno di essere
interpretata, e questo richiede uno sforzo sì mentale, ma anche fisico,
quindi richiede allenamento. Chi è allenato ad ascoltare un certo tipo
di musica la comprende e ne gioisce. Chi non è abituato non la comprende
e si stanca, cerca il silenzio. Questa è la ragione per cui i dischi
al secondo ascolto piacciono più che non al primo. Se la stessa persona
subisce due esperienze d'ascolto diverse di fronte alla medesima incisione,
figuriamoci cosa avviene per due persone diverse! La causa della soggettività
della musica è il lavoro che il sistema nervoso è chiamato ad
assolvere per decifrarne la complessità.
Si parte da bambini, con melodie brevi e consonanti, e quello basta. La bellezza
corrisponde al semplice, al naturale. In un secondo momento le cose troppo semplici
diventano noiose, poco interessanti, scontate, banali, vuote. Per recuperare
la capacità attrattiva della musica bisogna aumentarne la complessità,
introdurre dei contrasti. Quando le nuove formule cominciano a stancare, si
va in entrambe le direzioni: o un riposante ritorno alle cose del tempo che
fu oppure si arricchisce la musica di ulteriori sottigliezze e dissonanze. La
risultante netta di queste spinte tende di norma ad elevare la complessità
e la difficoltà della musica. Questo è almeno quello che si coglie
osservando a ritroso la storia della musica più creativa. Questo vale
anche per la musica di massa, ma in maniera più blanda.
Questa desiderio umano di una musica più difficile, e pertanto più
stimolante, deve fare i conti, prima o poi, con i limiti fisiologici del sistema
nervoso. Per quanto la preparazione culturale possa affinare il gusto e l'orecchio,
l'organismo umano avrà pure dei limiti e quindi ci sarà una soglia
oltre la quale il suono apparirà indecifrabile.
L'aspetto fisiologico è tradizionalmente stato trascurato. L'arte, si
pensava, proviene dall'ingegno; se uno non è abbastanza genio per capirla,
sono fatti suoi. Malauguratamente si arrivò al punto in cui anche essere
geni non bastava. Bisognava anche reggere il confronto i geni del passato. A
questo punto o nasceva un nuovo Beethoven ogni anno oppure si apriva la crisi.
La crisi della musica classica è così il risultato di aspettative
eccessive e di chiusura nei confronti degli ignoranti e degli inferiori che,
in quanto tali, non avevano nulla da offrire. Ma come si può parlare
di crisi musicale nel XX secolo, il secolo che ha inventato il disco, la radio
ed il walk-man? Proprio quando la musica è entrata in tutti i momenti
della nostra vita? Forse perchè non è stato inventato nulla di
nuovo nell'ambito puramente musicale? Le novità ci sono. Vediamole.
L'invenzione che ha avuto i maggiori effetti diretti è stata quella del
microfono. Prima di esso era necessario che la voce fosse piena, limpida ed
intonata. Altrimenti non si sentiva nulla oltre la quinta fila di spettatori.
Con l'avvento dell'amplificazione fu invece possibile introdurre sottigliezze
ed elementi personali. Gli stessi interpreti hanno convinto il pubblico, con
la forza delle loro esibizioni, che era meglio cantare "male" ma in maniera
personale che cantare in maniera perfetta, ma tutti allo stesso modo. I cantanti
hanno cambiato il criterio di bellezza. Hanno scoperto che per introdurre interesse
nella musica non vi sono solo complessità e genialità, c'è
anche l'umanità. Anche altri criteri estetici sono cambiati. Ad esempio
la ripetività, un tempo ritenuta indice di scarsa fantasia e quindi ripudiata,
è oggi riconosciuta come un mezzo naturale per creare eccitazione nell'ascoltatore.
L'invenzione che ha avuto i maggiori effetti indiretti è stata ovviamente
il disco. Esso ha portato la musica nelle case, ha permesso di conoscere musiche
lontane nel tempo e nello spazio, ha preservato il patrimonio musicale del secolo,
ha concesso anche agli interpreti quella immortalità che prima spettava
soli agli autori. Soprattutto ha portato un sacco di soldi. E' opinione diffusa
che i soldi siano la rovina della musica, ma vi sono buoni motivi per dedurre
che la rovina della musica provenga in realtà dalla mancanza dei soldi.
Non conosco infatti musicisti capaci di sopravvivere senza mangiare. E' banale,
ma è il succo del discorso. Per rispetto dei musicisti provo a sostituire
per un po' la parola "soldi" con quella "successo". Mi sembra naturale che il
musicista, un artista del palcoscenico, viva del proprio successo. Anche quando
decide di lavorare solo in studio di registrazione. L'industria discografica
ha dato la possibilità di diventare (ricchi e) famosi su scala mondiale,
quindi ha attirato i talenti. Gli ha anche vincolati ed ingabbiati, ma non si
può certo dire che prima del disco fossero liberi. Prima l'artista aveva
bisogno di legarsi ad un mecenate. Col disco almeno il mecenatismo si è
parcellizato a livello dell'acquirente della copia. In teoria è più
democratico.
Siamo arrivati così al punto fondamentale: i vincoli. Pesanti o leggeri?
Necessari o deleteri? Qual è la priorità dell'artista: fare quello
in cui si crede oppure COMUNICARE con il PUBBLICO? Se la scelta è la
seconda, allora si è vincolati. Al centro temporale del XX secolo, con
una carriera quasi cinquantennale, abbiamo l'esempio di un genio come Miles
Davis, che ha sempre cercato il successo ed i soldi, dando al pubblico quello
che esso voleva, e riuscendo nel contempo ad essere creativo ed unico, a non
farsi influenzare ma ad influenzare ed indirizzare gli altri. Questo è
un esempio di come i vincoli possano essere una cosa positiva. Possiamo rinforzare
il concetto, prendendo un esempio dal secolo XIX, in cui l'industria discografica
non esisteva ancora. Vediamo un autentico uomo d'affari come Giuseppe Verdi,
divenuto ricchissimo con la musica perchè andava incontro ai gusti del
pubblico. Questo non ha però nuociuto alla sua creatività ed alla
sua individualità.
I dischi bisogna comunque valutarli per la musica che c'è dentro, non
per il numero di copie vendute o per la posizione in classifica. Alla base ci
deve essere però la voglia di piacere. Se l'artista incide solo per se
stesso è inevitabile che egli resterà l'unico in grado di ascoltare
la sua musica! Giusto i poeti scrivono infischiandosene delle vendite, ma per
il motivo che i libri di poesia in ogni caso non se li compra nessuno.
Quando i vincoli vengono meno gli artisti esultano, ma non è detto che
sia un bene per l'arte. Ascoltando oggi le vecchie incisioni a 78 o 45 giri
apprezziamo la concisione di quei lavori che in 3 minuti dicevano così
tante cose. Come si scolpiscono nella mente quegli attacchi veementi! Che pena
al confronto un disco come "Up" dei REM dove ogni brano iniziava e terminava
con un sibilo di 1 minuto (per fortuna col disco successivo si son dati una
regolata).
Eppure l'arrivo del long playng doveva liberare i musicisti dal vincolo dei
3 minuti per canzone. Come se non fosse un vincolo peggiore quello di rilasciare
un album ogni anno (e se non sai come fare, lo riempi di spazzatura). Ancora
peggio è oggi, quando per convincere la gente a sborsare la 40.000 lire
bisogna fare i CD di almeno 60 minuti (e quanto CD pallosi si trovano!).
La storia della musica rock è strettamente legata al disco. L'affermazione
del rock con pretese artistiche è andata di pari passo con l'affermazione
del long playing. Il primo esempio di album rock credo che sia "Blonde on Blonde"
di Bob Dylan, uscito nel 1966. Alla sua uscita ci fu chi disse che Dylan si
era definitivamente svenduto, che cercava di fare il cantante commerciale e
non più il cantautore di protesta. Considerazioni profondamente riviste
negli anni, ma che aiutano a comprendere l'epoca e la situazione. Per il momento
ci interessa vedere che il long playing non era più la raccolta eterogenea
di "tutto quello che l'artista ha fatto negli ultimi 6 mesi", di solito confezionata
dall'industria con nessun potere decisionale dell'autore. Con "Blonde on Blonde"
l' album è un prodotto omogeneo, contenente canzoni scritte appositamente
per esso; l'autore ha avuto abbastanza potere nel decidere come arrangiarlo
e da chi farsi accompagnare. Apparentemente ai colleghi di Dylan ed ai discografici
piacque l'idea di spostare il centro dell'attenzione dal 45 giri al 33 giri
(si vendono ad un prezzo maggiore!).
(Permettetemi qui una digressione. Il rispetto per il cliente e la sua inteliggenza
sarebbe scomparso negli anni. Negli anni '60, pur chiedendoti più soldi,
ti offrivano più canzoni. Oggi lanciano il DVD e lo fanno pagare il doppio
della videocassetta che contiene lo stesso film...)
Nel 1967 tutti abbracciarono l'idea dell'album (meglio se concept). Fu l'anno
degli eccessi psichedelici. I Beatles pubblicarono "Sgt. Pepper", gli Stones
"Their Satanic...", i Traffic il loro primo album, i Pink Floyd "The Piper at
the Gates of Dawn", i Love "Da Capo", i Jefferson Airplane "After Bathing at
Baxters'", Eric Burdon "Winds of Change", Van Morrison "Blowing Your Mind'"...
Malgrado questi dischi contengano delle gemme, non li considero dei dischi riusciti.
Mi danno ragione gli stessi autori i quali, l'anno dopo, presero una direzione
completamente diversa, incominciando da Dylan. Aggiungo subito che vi esempi
opposti di album, figli della stessa ondata, che non son venuti male: "Sunshine
Superman" di Donovan, "Disraeli Gears" dei Cream, "Axis: Bold as Love" di Hendrix,
"Strange Days" dei Doors, per limitarmi ai grossi nomi, contengono pacchianerie,
è vero, ma sono salvati da una buona vena. Questa grande ondata psichedelica,
rifluendo, lasciò impresse sul rock alcune caratteristiche che furono
fondamentali per il suo sviluppo negli anni immediatamente succesivi:
-
Il pubblico era pronto ad acquistare un
prodotto di difficile consumo, da studiarsi con calma ascolto dopo ascolto.
Non era necessario che i testi e le musiche fossero subito comprensibili.
-
Non avendo più la musica un appeal
immediato che invogliasse all'acquisto, c'era bisogno di una copertina che
colpisse, che facesse sognare, e che avesse anche essa pretese artistiche
per essere in linea col contenuto.
-
La gente comprava più dischi che
in precedenza. Aveva anche cominciato ad acquistare i primi impianti stereofonici.
Le industrie potevano investire nel settore, tenendo d'occhio questo pubblico
esigente. Chi comprava lo "stereo" non lo voleva svilire ascoltando canzonette
adolescenziali. Avrebbe cercato qualcosa di più maturo e raffinato.
-
Gli artisti rock, a loro volta, erano
i più interessati alle nuove tecnologie: impianti di registrazione
multi-piste, sintetizzatori, distorsori...
Si verifica pertanto, negli anni 67 e immediatamente successivi,
una situazione anomala, in cui l'industria, anzichè creare cloni dei
cantanti di successo come era stata, e ritornerà ad essere dopo, la sua
regola, cerca smaniosamente nuovi talenti e li lancia. I gusti della gente erano
ogni anno diversi, nessuno sapeva quale sarebbe stata la nuova tendenza e le
case discografiche temevano di rimanere spiazzate. Allora cercarono di diversificare
le proposte, sperando di indovinarne almeno una. L'industria discografica era
in espansione, non aveva problemi di finanziamento e questi soldi hanno aiutato
lo sviluppo in senso creativo del rock. In un discorso che riguardi solo il
rock l'operazione appare innaturale (l'industria ha sempre cercato di vendere
la cosa più semplice e fruibile), ma se assumiamo un punto di vista più
globale le cose possono tornare a posto. Vediamo che negli anni '60 la musica
jazz, negli Stati Uniti, che sono quelli che contano, diventa roba per pochi
intimi. Mentre in Europa quella musica era considerata arte, nel paese in cui
era nata si erano ostinati a guardarla come forma di intrattenimento e di profitto.
I discografici, scoprendo che i giovani andavano a Monterey e Woodstock e non
ai festival di jazz, conclusero che quest'ultimo era morto (per quel che li
riguardava) e che il suo erede era il rock. Quindi la loro regola ("la gente
vuole sempre qualcosa di più semplice e volgare di quello che piaceva
un decennio fa") non era infranta. Già negli anni '50/'60 il jazz si
era ritirato dal campo della musica vocale, lasciando posto al soul. Negli anni
'70 il soul sarà lascerà posto alla disco-music.
Fare una lettura della storia del rock dal punto di vista della logica industriale
non è a mio parere dissacrante, proprio perchè il rock è
nato ed è rimasto sempre prodotto industriale. Se non ci fosse stata
l'industria discografica il rock non sarebbe proprio esistito. E' probabile
che nel futuro la registrazione, la duplicazione e la diffusione della musica
facciano a meno di una industria del disco. Il rock continuerà ed essere
suonato, ma ne risentirà profondamente.
Storie del rock dal punto di vista puramente artistico, oppure dal punto di
vista sociologico, sono la norma. Io non le metto in discussione. Ne contesto
però alcune conclusioni, specie una. Quella dell'esistenza di una punk
revolution. Il punk, ammettiamo che sia esistito, non ha condizionato la traiettoria
del rock. I preesistenti protagonisti (Dylan, Stones, Floyd...) hanno continuato
a peggiorare come se nulla fosse. Chi voleva seguirne le orme (Dire Straits)
ha comunque trovato il suo spazio. Altri (Police, Joe Jackson...) hanno cavalcato
per un attimo la "nuova onda" (lì stavano i soldi...) e dopo il lancio
hanno mostrato il loro vero volto. I gruppi punk si sono dimostrati capaci di
fare una canzone e basta; molti di essi non sono stati in grado neanche di ripeterla.
Il termine "rivoluzione" fa credere ad una ripartenza, a nuova linfa vitale.
Al termine della cosidetta punk revolution è rimasto invece tanto vuoto.
Nella storia della musica rock il punk conta meno dell' heavy metal, che invece
è tanto cospicuo da essere diventato un genere a parte (sinceramnte,
fra i due mali preferisco il punk). Il punk è stato una moda, poco più
di un modo di vestire. Il suo contributo alla discografia rock è trascurabile
(intendo dire in termini di album da salvare). Si tratta in fin dei conti di
un abbaglio giornalistico. I critici pensavano che il rock fosse un movimento
culturale in evoluzione, scandito da fasi che si succedevano l'una all'altra.
Poichè le cose che accadono in Inghilterra sono più appariscenti
di quelle che accadono altrove, e poichè le chiome dipinte erano la cosa
più appariscente del periodo, ecco l'abbaglio. In realtà il rock
non era più nè un genere musicale definibile, nè un movimento
culturale. Già negli anni '70 non era possibile fissare un confine fra
rock e le altre forme di musica. Era addirittura più facile distinguere
fra le correnti musicali al suo interno. Anche guardando quel periodo a distanza
di una generazione, si vede nebbia fitta. Dieci anni fà la "Repubblica"
pubblicò l'opera "L'America del Rock" in cui, su 13 volumi, uno era dedicato
alla disco-music. Nessuno, all'epoca dei fatti, si sarebbe mai immaginato di
includere la disco-music nel rock!
Che la "punk revolution" sia un assurdo della critica lo dimostra il fatto che,
da allora in poi, nessun critico si è più azzardato a parlare
di rivoluzioni. Invece, dico io, la rivoluzione vera arrivava da tutt'altra
parte: era nata la musicassetta...
Quando la gente ha cominciato a registrare i dischi di amici e conoscenti, mettere
soldi nella realizzazione di un disco diventava un pessimo investimento. L'industria
del rock dovette scegliere una nuova strategia. Non si poteva dire: "Compra
questo disco perchè la musica che c'è dentro è ottima!",
perchè la risposta sarebbe stata: "Allora vale la pena di registrarlo!".
Se fare musica migliore non aumentava le vendite, non restava che puntare sul
divismo. Una bella copertina, malgrado la spesa aggiuntiva, non era sufficiente.
Nasce il video-clip, che costa di più ma i soldi si potevano recuperare
alzando il prezzo del disco. Acquistare il disco doveva diventare un atto di
amore. Una volta avviato il meccanismo, le vie di profitto erano molteplici.
C'erano, innanzitutto, gli incassi dei mega-concerti: la gente non ci andava
per ascoltare la buona musica, ma per poter dire: "c'ero anch'io".
Nella rivoluzione del video-clip la musica doveva ridursi al rango di colonna
sonora. Sembra che ai registi il rock non andasse a genio: non lo sapevano coniugare
con le immagini. La disco-music e le batterie elettroniche si addicevano di
più. Dei primi anni '80 ho ascoltato cose di una bruttezza indicibile,
per fortuna senza acquistarle. "The Final Cut" (Pink Floyd) su tutte. A ruota
"Abacab" (Genesis), "Behind the Sun" (Clapton), "Dirty Works" (Rolling Stones).
Questi dischi sono vergognosi perchè fatti da gente che, in altri momenti,
ha dimostrato di avere classe. Per par condicio non tacerò dei frutti
marci della generazione successiva. Quelli che mi hanno indotto il vomito sono:
"Oil on Canvas" (Japan), "Drums and Wires" (XTC), "The Drum Is Everything" (Carmel),
"Sandinista" (Clash), "Daydream Nation" (Sonic Youth). Nomino questi perchè
sono quelli che mi ricordo di avere acquistato (e rivenduto, quando ci son riuscito).
Se andassi a scavare ne troverei forse di peggio, forse di meglio. Ma mi guardo
bene dal farlo. Non ho ascoltato i dischi di quell'epoca quando l'ho vissuta,
perchè dovrei farlo ora? Sono un consumatore, non uno studioso. Non scambiate
per sentenze le mie opinioni.
Capire il perchè la musica degli ultimi anni '80 e dei '90 è migliore
di quella dei primi '80 è arduo perchè non c'è un motivo
unico. Ci stà il passaggio delle mode deleterie. Ci stà che il
numero delle etichette e dei dischi pubblicati è tanto aumentato che,
per motivi probabilistici, è diventato più facile trovarne di
salvabili. Ci stà che il gusto medio del grande pubblico si è
evoluto. Il rock rispunta infatti dal posto più inatteso: gli spot pubblicitari.
Passaggi di 10 secondi riescono graditi anche ad orecchie che non starebbero
ad ascoltare una canzone per intero. Voglio dare il merito anche ai musicisti:
gli U2 riescono a portare in cima a tutte le classifiche un album di rock autentico
come "The Jousha Tree" e bissano il successo con "Rattle and Hum" che è
un omaggio super-esplicito al rock anni '60. Sono dati di vendita che fanno
riflettere i loro colleghi ed i discografici.
Gli anni '90 hanno prodotto mediamente tanti album di buona musica. Si tratta
spesso di album che guardano alla tradizione del rock, arricchendola ma senza
drastici cambiamenti. Per questo non sono considerati capolavori. Siamo alle
stesse considerazioni fatte per la musica classica: si storce il naso di fronte
a chi non è abbastanza originale perchè "i Beatles queste cose
le facevano 30 anni fa ed anche meglio". Lo si dice anche quando è lecito
avere dei dubbi. Faccio alcuni esempi: Lenny Kravitz, quantomeno in "Mama Said"
miscela Beatles, Hendrix e funky, e sembra che non ci metta nulla di suo. Se
guardiamo il prodotto finale, dimenticandoci le fonti, troviamo che sta benissimo
in piedi da solo, anzi: riluce. Liberi di dire che i Beatles hanno fatto di
meglio, ma è una valutazione soggettiva. Paragoniamo seriamente il mitico
"Sgt. Pepper" con "Mama Said". Il primo prevale solo perchè in fondo
contiene "A Day in the Life", la canzone che il buon Lenny non riuscirà
mai a comporre. Ma prima di arrivare a quella, quanti momenti bui e noiosi!
"Mama Said", invece, scorre interessante dall'inizio alla fine.
Discorsi analoghi possono essere fatti con altri lavori che guardano alla tradizione:
"Hollywood Party" (Jayhawks), "Grace" (Jeff Buckley), "Whiskey For The Holy
Ghost" (Mark Lanegan). Alcuni vecchi maestri hanno continuato a regalare perle:
"Night Ride Home" (Joni Mitchell), "Supernatural" (Santana), "A Night in San
Francisco" (Van Morrison) sono dischi che se fossero usciti nel 1970 sarebbero
considerati dei monumenti.
Durante gli anni '90 abbiamo assistito alla scomparsa dei long playing; alla
ricomparsa dei single (sotto forma di CD-single); alla comparsa del masterizzatore,
al cui confronto i registratori a cassetta non eran nulla; al gran chiacchierare
su internet e Napster, in realtà perdenti nei confronti del masterizzatore
perchè troppo lenti e/o costosi. C'è anche qualcosa che avremmo
dovuto vedere ma (per foruna) non abbiamo visto: il DVD audio. Ufficialmente
esiste ma l'industria è la prima a non crederci. A quasi 20 anni dall'introduzione
del CD ci stà un cambio di formato. Se l'industria non ha il coraggio
di effettuarlo è segno che sente la terra tremare sotto i suoi piedi.
Staremo a vedere.
La musica è una attività antichissima. Negli ultimi 4 secoli ha
vissuto uno sviluppo eccezionale e non previsto. Sono stati scritti tali e tanti
capolavori che una vita è poca per conoscerli tutti. Se nell'immediato
futuro ci fosse una pausa creativa (difficile da credere!) rimaniamo sempre
ricchi di un patrimonio che i nostri avi non avevano. Le riscoperte riempiono
di gioia quanto le scoperte. Il silenzio, soprattutto, è tanto bello
da riscoprire!
Se fossimo in grado di predire il futuro, dovremmo quantomeno conoscere il presente.
Robert Johnson, il padre della chitarra blues, morì nel 1938, ma fino
agli anni '60 non lo conosceva nessuno. Questa è la misura del nostro
sapere!