GLITTERHOUSE
RECORDS
I contadini del rock
Prendere
un disco al buio con la quasi certezza di non sbagliare acquisto? Sembrerebbe
uno spot, in realtà potrebbe essere il modo più sintetico per
parlare della tedesca Glitterhouse, una label alternativa divenuta da anni una
solida certezza, una storia che auguriamo con piacere anche alle etichette nostrane,
che pure non mancano di coraggio e spirito di iniziativa.
Tutto comincia diciassette anni fa a Beverungen, nell’idilliaco paesaggio delle
colline della Weser; "The Glitterhouse" viene concepita e fondata
come fanzine, con l’intento di divulgare il verbo musicale amato dai fondatori,
Reinhard Holstein e Rembert Stiewe: Garage, Psichedelia, Punk, Folk e molta
musica anni 60 raccontata con passione viscerale.
Dopo appena due anni si passa alle prime pubblicazioni in vinile, dapprima con
un disco dei Hipsters, "Sound Of The Young Souls", poi con "The
Declaration Of Fuzz", una compilation di gruppi tedeschi e internazionali
come Blackberry Jag, Chesterfield Kings, Boys From Nowhere, che diventa subito
un disco di culto, creando nuovi impulsi che si traducono in ulteriori pubblicazioni
di gruppi nazionali (Surfin’ Dead, The Strangeman, Shiny Gnomes).
Il passatempo, che cominciava a diventare alquanto impegnativo e parecchio costoso,
rischiando di tarpare le ali ai sogni di gloria, inciampa nel 1987 in un vero
colpo di fortuna: un accordo di licenza con la SUB POP, che mette fine a tutti
i problemi e catapulta l’etichetta alla ribalta europea (sempre comunque degli
addetti). Da Seattle planano così negli uffici di Beverungen i primi
lavori Grunge e dintorni: all’inizio Green River, poi Mudhoney, The Walkobouts,
Tad, Supersuckers e Seaweed, più tardi Afghan Whigs, Spinanes, Codeine,
Big Chief e Pond, con il loro prezioso corredo di rispettabili risultati, soprattutto
di vendite. La cooperazione dura altri sette anni e cessa solamente nel 1995
con un congruo concordato fra le parti. Nel frattempo, uno sguardo interessato
era stato gettato anche all’emergente noise, mediante un accordo di commercializzazione
dei prodotti dell’americana Amphetamine Reptile, durato dal 1988 fino al 1995,
che porta alla ricettiva ribalta europea gruppi piuttosto coraggiosi e non propriamente
commestibili come Helmet, Cows e God Bullies, finchè non si conviene
che i prodotti AmRep sono ormai poco identificanti lo stile che stava maturando
in Glitterhouse, decidendosi per la separazione.
Con questo bel bagaglio di esperienza l’etichetta si orienta in una direzione
che denoterà in seguito spirito d’iniziativa, coraggio, innovazione,
un po’ di furbizia, tempismo e ulteriori intuizione e fortuna (doti manageriali).
La scelta di riunire sotto un’unica label diversi generi e stili si dimostra
azzeccata e permette la giusta serenità di approccio; lo stile intrapreso
circa il rapporto con gli artisti, che vengono seguiti con cura, stimolati,
coccolati e mai dimenticati anche quando approdano a qualche major (e a volte
ritornano) contribuisce alla crescita qualitativa.
Ecco allora che il corso recente vede convivere gruppi tedeschi alternativi
(Tillman Rossmy Quartett, Hip Young Things, con musica americana moderna: WestCoast,
Folk, Rock, l’ormai onnipresente Alternative CountryRock o come dir si voglia
(Americana, Insurgent), che rappresenta attualmente la parte del leone del catalogo
e delle attenzioni. Ma anche BohemeRock, SingerSongwriters, Country e Bluegrass,
senza dimenticare l’ElectroBluesNoise e il Pop raffinatissimo, comprese le ricerche
sonore e i crossover (vedi comunque l’elenco completo
degli artisti ).
Una vera fucina di iniziative e un crogiolo bestiale di buona musica. Il tutto
riflesso in oltre 400 titoli pubblicati, di cui circa 45 attivi, che si presentano
in uno spettro stilisticamente ben definito ma tuttavia molto alternante: né
una label troppo mista e confusa quindi, ma nemmeno rappresentativa di una sola
categoria.
Così Glitterhouse ha raggiunto i vertici della Indie Label a livello
europeo, creando un esempio non da poco.
Ovviamente il tutto è molto di più che la somma dei componenti
e degli artisti sotto contratto: la filosofia di vita prevede un’attenzione
primaria all’attività degli artisti, a loro come persone e alle loro
opere. Denominatore comune delle pubblicazioni, se vogliamo trovarne uno, può
essere considerato il ruolo principale della chitarra, preferibilmente elettrica.
Gli accasati presso Glitterhouse possono così contare su una volontà
forte, una testardaggine tipicamente teutonica, il piacere del proprio lavoro
e (pare) un elevato "spirito" di gruppo, inteso proprio come tasso
alcolico e conseguente euforia. Ma anche sulla cura dei particolari del business
e della gestione: contratti esclusivi per la distribuzione (Venus per l’Italia)
consentono una copertura su tutti i mercati; oltre a un ufficio a Londra, un’agenzia
per i Tour con tanto di pullman per accompagnare i gruppi e un’avvenente (?)
accompagnatrice in proprio.
E non poteva mancare il sito (www.glitterhouse.com),
una volta tanto molto semplice efficace e razionale e con un buon reparto mailorder
(ci sono delle chicche in esclusiva).
Dulcis in fundo, ogni anno, nel giardino di Glitterhouse, si tiene un festival
in piccolo, l’Orange Blossom Special Open Air, con la presenza degli artisti
della label; se diamo un’occhiata ai nomi c’è veramente da fiondarsi
in macchina senza fiatare, dimenticando i vari e ormai sputtanati Glastonbury
e Co. Per completezza di informazione, esageriamo precisando che i dipendenti
sono otto, più un apprendista e tre stagisti annuali.
La stampa inglese una volta ha definito l’etichetta "contadini di mondo"
e loro, giustamente l’hanno presa bene; sicuramente hanno avuto e continuano
ad avere buon fiuto per la semina, cura per il terreno e orgoglio per i frutti
raccolti (che sia Chance Giardiniere la spiritual guidance?).
Sono in
catalogo anche lavori di Gourds, Johnny Dowd, Jonny Kaplan, Kenny Roby, Minus
5, Steve Earle & The Del McCoury Band.
Tra le recenti uscite ci permettiamo di segnalare l’ottimo lavoro di Hugo Race
And The True Spirits dal titolo "Last Frontier", un blues oscuro suonato
in modo visionario con l’apporto di una strumentazione inusuale (trombe e sample),
ma con una chitarra fendente e ruvida; il grande ritorno del vecchio Terry Lee
Hale con "Old Hand" che, coadiuvato dai francesi Blind Doctors, ha
costruito un disco di dieci granitiche canzoni suonate magnificamente; poi l’impeccabile
roots-pop onirico dei Walkabouts che con "Trail Of Stars" hanno estratto
il loro capolavoro (cfr LFTS n. 41); menzione di merito particolare per il coraggioso
"Navigators Yard", un lavoro meticoloso, lento e pieno di atmosfere
dei validissimi Dakota Suite, gruppo che tiene alta la bandiera di Albione.
di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky