Premessa: questo articolo contiene nostre opinioni personali e riflessioni
sull'evento. Per una esauriente cronaca dell'avvenimento, rimandiamo al sito
ufficiale dell'Heineken www.heineken.it
16-17 giugno 2001: finalmente c'è la quarta edizione dell'Heineken
Jammin' Festival. Da tempo io e Claudio facciamo pronostici su chi ci sarà
quest'anno, ma come al solito non ci azzecchiamo: pensiamo a chi vorremmo
che ci fosse (Pearl Jam, ad esempio), ma anche a chi gli organizzatori avrebbero
chiamato per attirare più gente, tra i fenomeni del momento (vedi i
Coldplay), ma ignoriamo le motivazioni e le difficoltà che possono
spingere gli stessi a schierare nella formazione determinati artisti piuttosto
che altri. Così leggiamo con sorpresa il cast, che, anche se non corrisponde
alle nostre previsioni, è comunque soddisfacente, soprattutto per la
presenza dei Placebo, per i quali non abbiamo mai trovato biglietti disponibili
per i loro concerti precedenti, e per gli inaspettati Guns'n'Roses, indimenticati
compagni della mia adolescenza. La loro presenza, per noi, è sufficiente
per farci acquisare di corsa il biglietto per la domenica, così come
quella dei Timoria e di Alanis Morissette per il sabato. Siamo già
stati ad un concerto di Vasco e non siamo, comunque, suoi fans scatenati,
ma, già che saremo lì, lo ascolteremo volentieri, come gli Stereophonics
e i Manic Street Preachers (anche se poi il loro show è stato annullato).
Insomma, questa edizione del Jammin' Festival è decisiva per noi: infatti,
se la prima edizione a cui abbiamo partecipato (1999, cioè la seconda,
per il Festival) è stata entusiasmante, lo è stata meno quella
del 2000 e, se anche quest'anno sarà deludente, avremo chiuso con l'Heineken
Jammin' Festival. D'altra parte, però, è anche colpa nostra:
errare è umano, perseverare è diabolico e noi siamo stati attratti
dall'Heineken il primo anno per curiosità, il secondo per nostalgia
dell'edizione precedente e il terzo anno perché abbiamo bisogno fisiologico
di un certo numero di emozioni da concerto ogni tot mesi, ma in questo caso
avremmo dovuto essere più razionali e meno istintivi.
I bei ricordi vanno a due anni fa, quando abbiamo assistito ad una splendida
ed esplosiva performance degli Skunk Anansie sotto la pioggia, ad una Courtney
Love più in forma che mai acclamata dal pubblico in adorazione, i travolgenti
Marilyn Manson, positiva sorpresa nonostante le nostre remore iniziali, i
Blur che hanno caricato gli spettatori con una hit dietro l'altra, facendo
saltare tutti a ritmo di "ooh-ooh, when I feel heavy metal". Ricordo
quel peperino di Shirley Manson dei Garbage, sexy animaletto da palcoscenico,
la sempreverde "Iris" dei Goo Goo Dolls, il rock tutto italiano
dei Negrita, che avrebbero voluto un pubblico più ricettivo invece
che assonnato dalle prime ore del pomeriggio. Bravi anche i Bush, seppure
un po' freddini, come i Placebo, che all'epoca non avevano ancora sfasciato
chitarre a Sanremo, non avevano ancora un'immagine così patinata, ma
avevano già una musica assolutamente affascinante: avrebbero potuto
eseguirla con maggiore cura e passione. Piacevole il ritorno di Siouxie con
i Creatures, anche se in pochi l'hanno presa in considerazione, mentre sono
stati bene accolti i Bluvertigo, anch'essi meno truccati e sofisticati di
adesso, a parte Andy, che credeva di essere negli anni '80 e di far parte
dei Depeche Mode.
Il pubblico è sempre una parte importante nei concerti di queste dimensioni.
Woodstock non sarebbe stata Woodstock senza il popolo dell'estate dell'amore.
Ma l'Heineken Jammin' Festival non è affatto la "Woodstock italiana",
come qualche giornalista l'aveva definita. Non ho visto dei grandi ideali
e sogni stampati sulle facce dei presenti, che, tra l'altro, non socializzavano
nemmeno un granché tra di loro, in gran parte intenti a sonnecchiare
e fumare in silenzio; molti sono stati nelle proprie tende nel parco intorno
all'autodromo fino a sera. Pochi erano veramente interessati alla musica e
agli artisti presenti sul palco. Del resto, è anche vero che l'Heineken
è progettato per essere un'occasione di svago generale, con i campi
da mini-basket, gli stand delle radio e degli altri sponsor con l'animazione
e i loro gadget, i punti ristoro, gli atelier di fumettisti e disegnatori
di magliette o del body painting, ecc... Insomma, l'Heineken Jammin' Festival
è come una grande festa, dove, teoricamente, non c'è modo di
annoiarsi, ma proprio perché è stato concepito - e viene pubblicizzato
- come un evento a cui non si può mancare, è invaso da persone
che sono lì principalmente per raccontarlo agli amici e per dire "io
c'ero" e questo fenomeno è andato in crescendo nelle varie edizioni.
Nella giornata di domenica, sempre 2a edizione, si è fatto notare il
pubblico di Marilyn Manson, che ha colorato, anche se di nero e metallo, l'autodromo
di Imola. Una volta esistevano i dark, i metallari, i punk, ma ora non saprei
come definire questo nuovo look, che sembra mischiare un po' gli stili; in
ogni caso c'era gente con travestimenti molto fantasiosi, come quella coppia
con lei-angelo nero con tanto di ali e lui-parrucca viola a caschetto, rossetto
e abito lungo tipo sottoveste. Secondo me, Marilyn Manson, quando torna ad
essere Brian Warner e non è in scena, si veste casual. Il resto del
pubblico aveva anch'esso la sua divisa: ogni capo finto trasandato era abbinato
con estrema cura ed aveva la sua firma bene in mostra, a dimostrare che i
grandi nomi dell'industria della moda si sono mangiati anche la controcultura,
l'underground, l'essere rock. E che i giovani ci sono cascati. Mi ricordo
che, addirittura, qualche anno fa, una nota marca di abbigliamento produceva
abiti "grunge", reclamizzati da Alba Parietti. Ironia della sorte.
Succede sempre così: anche l'essere hippy era diventato una moda...
Ma per noi tutto ciò era in secondo piano, per noi contava la musica,
l'onda sonora che giungeva dal palco e le buone vibrazioni che l' accompagnava.
Diversa situazione, l'anno seguente. Spinti dalla simpatia per Eagle-Eye Cherry
- che si è rivelato un musicista veramente in gamba e uno dei più
apprezzati dal pubblico - dalla nostalgia per gli anni '80 e gli Eurithmics
- di nuovo in forma smagliante e cantati anche dai giovanissimi - e dalla
curiosità per gli H.I.M., Elisa e gli Oasis dal vivo, anche nel 2000,
seppure con meno eccitazione per gli artisti in scaletta, siamo partiti per
2 giorni di Heineken Jammin' Festival. Pazienza se c'erano anche Piero Pelù
e i Prozac +, che non sono tra i nostri preferiti: magari avremmo fatto un
giro tra gli stand. Io ero presente solo il sabato, mentre il mio ragazzo
ha partecipato anche la domenica. Ebbene, nei miei ricordi è rimasto
- tra quelli positivi - l'esibizione dei Morcheeba, che dopo quella hanno
goduto di un'ascesa fenomenale, ma tra quelli negativi il set dei Prozac,
che, per quanto possano avere anche delle canzoni decenti, le hanno eseguite
live in maniera pessima: il cantato non si percepiva nemmeno, confuso tra
il rumore che usciva dagli strumenti. Ma i ragazzini saltavano ugualmente,
così i Prozac sono stati, alla fine, uno dei gruppi più applauditi.
Claudio non ricorda l'esibizione dei Muse, mentre ha molto apprezzato gli
H.I.M. ed Elisa, più rock dal vivo che in studio; la sua voce in ogni
caso non si discute. Che dire dell'ospite più acclamato ed atteso di
tutto il Festival, Piero Pelù? Come esecuzione vocale e strumentale
dei brani, assolutamente niente da criticare, voto: 8; lo show è stato
inoltre arricchito da (pochi) vecchi brani dei Litfiba, dalla cover di "Pugni
chiusi" di Demetrio Stratos e dalla conclusiva "Il mio nome è
mai più", che hanno ulteriormente scaldato l'atmosfera.
La delusione riguardava i brani del suo primo album solista, che ci sono sembrati
banali, leggeri, mancanti della potenza e della personalità della musica
dei vecchi Litfiba. Del resto, si sono sciolti e Ghigo e Piero hanno preso
strade diverse, anche se il pubblico ha dimostrato di seguire sempre Pelù,
in qualsiasi direzione vada. Per tutto il pomeriggio del sabato, prima del
suo concerto, i fan hanno gridato il suo nome e assistito con evidente impazienza
e controvoglia ai set degli altri musicisti in lista, snobbandoli o criticandoli.
Il pubblico non aspettava che lui. A chi era lì per godersi il Festival
interamente, però, certi comportamenti hanno dato fastidio: se tanti
ragazzi sono andati a Imola solo per l'ultimo cantante del giorno, privi di
interesse per chi suonava prima, perché non sono arrivati poco prima
della sua esibizione? Altrimenti, se hanno voluto, ad esempio, assicurarsi
i posti in platea e hanno presenziato fin dal pomeriggio, perché non
hanno rispettato chi cantava prima di Pelù evitando di rivolgere loro
commenti offensivi?
La cosa si è ripetuta, come è ben noto, quest'anno, per Vasco
Rossi. Al nostro arrivo a Imola intuiamo già la portata dell'avvenimento:
mai viste così tante auto, tante tende, tanta gente e, soprattutto,
mai impiegate oltre tre ore per andare da Reggio Emilia a Imola. Del resto,
nessuno, in Italia, sa attirare tante persone ai concerti come Vasco, eroe
nazionale. Seduti ad un tavolo per pranzare, udiamo, vicino a noi, ragazzi
- evidentemente lì solo per Vasco - che leggono la scaletta dei concerti
del giorno: "Io questi non so neanche chi siano (i Timoria e gli Stereophonics,
nda) e di Alanis Morissette conosco solo una canzone". Allora cosa sei
venuto a fare? Va bè, può capitare.
La giornata scorre piacevolmente, a parte il grande caldo. Tanti si sono premuniti
con olio solare, salviettone e costume da bagno, ma vedo altre ragazze che,
come me, non ci avevano pensato, così non resistiamo all'afa e restiamo
in reggiseno. Forse è anche per questo che il pubblico (maschile) è
distratto verso chi suona sul palco. I ragazzi corrono sotto l'idrante che
funge da doccia e si accalcano sul prato ormai diventato pozzanghera di fango,
finché qualcuno libera un altro idrante e lo dirige a spruzzo verso
di noi in mezzo alla piazza: ci voleva proprio! Il pubblico è allegro
e molto vario e sembra proprio di respirare aria di festa, ma è anche
impaziente di vedere il proprio idolo. Dappertutto ci sono gruppi di persone
che cantano le sue canzoni, altri che urlano il suo nome con cori da stadio.
Ma come? Gli Stereophonics hanno già finito di suonare? Hanno fatto
solo tre canzoni! Si sente una voce dal palco, forse uno degli organizzatori,
che ammonisce gli spettatori: "Sono state lanciate sul palco bottigliette
e sacchetti d'acqua; il batterista dei Feeder è rimasto ferito ad un
occhio". Gli Stereophonics hanno abbandonato il palco arrabbiati e offesi
per questo comportamento, che ha dimostrato il mancato rispetto da parte del
pubblico verso chi suonava prima di Vasco. La voce annuncia che è comprensibile
che tutti stiano aspettando solo lui, ma, se continueranno questi episodi,
il concerto verrà sospeso e Vasco non canterà. Gli animi si
calmano per un attimo, ma i ragazzi continuano poi a gridare il suo nome in
coro durante i set degli artisti seguenti, coprendo perfino la musica di Alanis
Morisette.
Irene Grandi viene invece ascoltata con interesse, cantata e applaudita. Effettivamente
dà ampia dimostrazione della sua grinta, della potenza della sua voce
e della bravura sua e dei musicisti che l'accompagnano, e lo pensiamo obiettivamente,
anche se non siamo mai stati suoi fan (dovrebbe limitarsi a cantare e non
parlare mai). Ad un certo punto impreziosisce la sua esibizione live con una
cover di "Piece of my heart" di Janis Joplin, preceduta da un personale
ringraziamento alla compianta cantante. L'esecuzione è buona, anche
se, mi guardo intorno, nessuno la canta e nessuno dà segni di conoscere
quella canzone, che risulta, così, un po' fuori luogo. Abbiamo inoltre
trovato i Marlene Kunz migliorati nelle performance dal vivo e maturati nei
componimenti e arrangiamenti, rispetto alla loro esibizione di due anni prima
al Monza Rock Festival.
Finalmente (per le altre quasi 100.000 persone) arriva il grande momento e
Vasco sale sul palco. Purtroppo, già dall'esibizione della Morissette,
il mio mal di testa, di quelli che danno la nausea e rendono insopportabile
qualsiasi rumore, mi costringe a stare lontana dal palco e dalle casse, così
vedo il resto del concerto dallo schermo gigante presente lungo una delle
stradine dell'autodromo, tra la montagnola e l'arena. Non c'è che dire:
il vero spettacolo sono le migliaia di accendini accesi ondeggianti e di voci
che cantano accompagnando Vasco. Tutto ciò, tutto l'amore che questi
ragazzi nutrono per il loro cantante preferito e che esprimono in questo momento,
è commovente. Curioso che proprio Vasco, che disse una volta "bisogna
mitizzare l'opera, non l'uomo", sia ora oggetto di una mitizzazione cieca
da parte dei suoi fan, qualsiasi cosa canti. Perché, però, i
suoi devoti fans, se non conoscevano nemmeno i nomi in scaletta prima di Vasco
e non erano interessati ad ascoltarli, non sono andati a vederlo in una delle
tante altre sue date in giro per l'Italia? Perché l'Heineken Jammin'
Festival è un evento e bisogna esserci e assistere ad un concerto lì
è più bello, dicono. E' "l'evento più rock dell'anno",
come recita lo spot pubblicitario. Strano, allora, che un gruppo come i Timoria,
o anche i Marlene Kunz, o i Negrita due anni fa, capostipiti del rock italiano
moderno, abbiano suonato solo mezz'ora. E cosa ci fa Radio Deejay ad un evento
rock? Misteri del music business. Ma soprattutto: dove sono finiti i Guns'n'Roses?
Con nostra somma delusione, infatti, qualche mese prima del Festival, abbiamo
appreso la notizia che il loro concerto era stato annullato. Problemi di salute
o diverbi con la casa discografica, le motivazioni sono confuse e inconsistenti.
In ogni caso, gli organizzatori non sono riusciti a trovare un sostituto,
così gli Offspring, in scaletta appena prima dei Guns, sono passati
in testa. Non siamo esattamente entusiasti, ma la domenica partiamo lo stesso,
magari i Placebo suoneranno più a lungo.
L'atmosfera, il secondo giorno, è da "day after": poca gente
all'autodromo, tutti assonnati, molti ancora presso le tende, non c'è
traffico, nessun segno di partecipazione attiva ai concerti da parte del pubblico,
che se ne sta rintanato nei punti ristoro o all'ombra. Come noi, del resto:
c'è ancora molto spazio davanti al palco, per trovare un posto e preferiamo
stare lontano dal fracasso sconnesso prodotto dalle band hardcore (Linea 77,
C.O.D.) che aprono i concerti della giornata: non è il nostro genere.
Ma questa è solo una nostra opinione. Girano voci sulla vicenda Guns'n'Roses,
sembra che i membri del gruppo non vadano d'accordo e anzi, che il gruppo
non abbia componenti per suonare dal vivo. Sembra che Axl sia irriconoscibile,
gonfio e ingrassato e non se la senta più di fare spettacoli live.
Sembra che l'organizzazione dell'Heineken abbia acquistato l'esibizione dei
Guns "a scatola chiusa", senza informarsi della situazione della
band e che abbia cercato di riparare il buco invitando diversi artisti presenti
in Italia in quel periodo, come Neil Young, Bob Dylan, ma nessuno ha accettato,
nemmeno i Depeche Mode, così gli Offspring sono rimasti l'unica alternativa.
Vera rivelazione della giornata sono gli Apocaliptyca, quattro violoncellisti
nordici dal repertorio heavy metal solo strumentale. A cantare le varie cover
dei Metallica, Panthera, Sepultura, ci pensa il pubblico, che ha mostrato
di apprezzare molto questa originale formazione. Buon successo anche per Incubus
e Queens Of The Stone Age, tra i gruppi più attesi del Festival.
Per i Placebo il numero dei presenti aumenta e Molko e soci non deludono,
sfoderando una performance grintosa e di qualità eccellente. Per me
il Festival potrebbe anche concludersi qui, ma rimaniamo, anche se un po'
più defilati, ad ascoltare anche gli Offspring. Hanno inserito in scaletta
tutte le loro hits ed altri pezzi arrabbiati ma non troppo, hanno dimostrato
di possedere anche ironia e senso dell'umorismo e di saper suonare molto bene
dal vivo e il pubblico ha gradito, ha ballato e si è divertito. Insomma,
anche con gli Offspring il Festival è riuscito; facendo la somma degli
spettatori, forse è stata più alta quest'anno in due giorni
che l'anno scorso in tre; gli organizzatori hanno incassato bene e sono tutti
contenti. Contenti di aver reso l'evento più rock dell'anno sempre
più seguito, sponsorizzato e mitizzato. Ma a quelli dell'Heineken importerà
veramente qualcosa del rock?