NEWPORT
Gli anni d'oro del blues e del bluegrass

Situata giusto quasi a metà strada tra Boston e New York, Newport ha vissuto di musica e di note grazie al suo Festival che come pochi altri ha il sapore dell'evento e della notorietà internazionale. Non c'è appassionato di jazz, blues o folk che si rispetti, che non conosca, non abbia incontrato o ascoltato qualcosa da quel Festival, così piccolo, campagnolo e alternativo che ha saputo, soprattutto negli anni ‘60, essere in prima fila a guidare, provare e sperimentare nuovi stili, il tutto all'insegna della musica pura e di qualità. Tanto per ricordare, fu lì che nel 1965 Bob Dylan fece scalpore con le sue canzoni elettrificate dalla chitarra di un grande Mike Bloomfield.

Tutto iniziò nel 1954 con il Newport Jazz Festival, quasi una nicchia in quei tempi, dove trovavano posto le menti più aperte del periodo e dove una seppur piccola schiera di appassionati seguiva con attenzione e ardore le ondate di piena della musica afroamericana. Ma quegli erano anche gli anni del folk revival; cominciava a prendere interesse, soprattutto fra la middle class progressista e fra gli studenti dei college, la musica dei padri e delle campagne, sia bianca che nera. Washinghton, Boston e New York erano già in prima fila nell'andare a ritrovare la musica del passato e, quando nel 1959 Newport aprì al folk e al blues, sembrava la logica conseguenza di un movimento che stava crescendo ed esplodendo. E così, la piccola cittadina fu invasa da giovani intenti a studiare e riprendersi le tecniche popolari e riscoprire cantanti e personaggi scomparsi dal mercato e dalla vita musicale. Non solo, ma in questa specie di Festival, che tanto assomigliava a un campus universitario, giungevano le canzoni di protesta, quelle di Pete Seeger, Cisco Huston, Joan Baez, e poi tutta la generazione degli anni ‘60 che fece grande il Greenwhich Village.

Lì, seduti su un prato, questi giovani, che poi diventeranno il gotha del folk e soprattutto del blues bianco, videro per la prima volta personaggi come Son House, Reverend Gary Davis, ma anche Earl Scrugg e Lester Flatt. Insomma, sembrava una stupenda lezione collettiva che poi si assottigliava in quei primi workshop seduti su una panchina con Skip James che cantava e che insegnava come si fa a suonare "I'm So Glad". Di questo periodo esistono parecchie registrazioni in commercio, molte delle quali della Vanguard che ha sempre avuto un occhio di riguardo per la manifestazione e, a proposito, sono usciti in questo periodo due cofanetti di tre CD ciascuno, riguardanti il periodo 1959/1968, dedicati rispettivamente al bluegrass e al blues, in cui sono raccolte una innumerevole serie di esecuzioni, molte delle quali mai edite prima. Tanti sono i nomi presenti nelle due opere e tutte lasciano il segno per il loro documento storico e le superbe interpretazioni.

Con gli anni ‘50 e lo scoppio del rock and roll, era sempre più difficile trovare spazio, soprattutto nelle radio locali, per generi che non seguissero la moda, ed erano tempi duri per la musica popolare bianca. Per cercare di avere un po' più di consenso, alcuni esponenti della country music cercarono di abbellire o avvicinare il suono del rock and roll, facendo nascere quel genere che genericamente venne poi chiamato "Nashville Sound", inserendo piano, violino, chitarra elettrica e batteria, al posto della vecchia e consueta strumentazione e lasciando al bluegrass la continuità con la tradizione. Con il boom del folk revival anche il bluegrass ricevette un largo consenso da parte dei patiti e cultori del folk per diverse ragioni: a differenza del nuovo country, riprendeva vecchie ballate folk e vecchi ritmi e balli e si sentiva intrinsecamente legato con la musica popolare, poi era un suono essenzialmente acustico, e questo era per molti uno spartiacque essenziale, e non ultimo l'uso del banjo che è caratterizzante della musica tradizionale americana e che Pete Seeger aveva riportato in auge eseguendo tutta una serie di vecchi canti e ballate riprese poi nel catalogo Folkways.

Ma a proposito di banjo, in quegli anni sprizzava fuoco la grandezza di Earl Scrugg che con il suo infuocato arpeggio a tre dita lasciava a bocca aperta gli esecutori dilettanti. Ed è proprio con lui che l'antologia si apre mentre si esibisce con Hilo Brown e i Timberliners. Siamo nel 1959, nella prima edizione del Folk Newport Festival e assieme a nomi come Odetta, Joan Baez, Pete Seeger i Kingston Trio il bluegrass trova un suo primo piccolo spazio per entrare nei cuori della gente folk. L'anno successivo, e poi anche nel 1966, Earl Scrugg ritorna con Lester Flatt e i Foggy Mountain Boys e qui si parla di bluegrass al top. Classici, composti, dinamici e coevi il sestetto lascia sorpresi per la qualità e l'abbondanza di suoni e ritmi che riescono a convogliare nelle loro esecuzioni. Altri gruppi, Jim & Jessie and The Virginia Boys o i Lilly Brothers o ancora l'unica voce femminile di Hazel Dickens si susseguono insieme ad altri nel corso dei CD ma bisogna fermarsi un attimo e togliersi il cappello davanti al mandolino del papà di questa musica: Bill Monroe e i suoi Blue Grass Boy. Bill partecipò tre volte al festival e quella del 1965, quella registrata, fu senz'altro la più eccitante. "Grey Eagle" va giù come un fresco Pignoletto frizzante e gustoso e "Cotton-Eyed Joe" è una insenatura di suoni che escono e si ritraggono in un turbinio di onde schiumose, ma è solo per citarne due.

Il blues continuava la sua strada impreziosendosi, o imbastardendosi, dipende dai punti di vista, degli strumenti elettrici e dei forti suoni cittadini mentre tutti i cantanti rurali che avevano inciso negli anni ‘30 erano scomparsi, perduti, dimenticati. Come in una favola o in una caccia al tesoro si andò alla ricerca di questi vecchi che si ascoltavano nei vecchi 78 giri. Newport divenne il loro nuovo palcoscenico, la loro rimpatriata o per altri cantanti campagnoli la prima volta in cui potersi esibire davanti ad un pubblico più vasto e culturalmente diverso. Mississippi John Hurt, apre il cofanetto con il suo stile puro, rilassato e gioioso che sembra non sia stato in letargo per trent'anni, e con quanta dinamica riprende i suoi brani che diventeranno oggetto di studio di tanti chitarristi. Skip James triste, tagliente con la sua voce in falsetto che inondava una platea ammutolita svela i suoi incubi con il suo "Hard Time Killing Floor Blues". Passano ancora per il palco Son House, Bukka White, e anche alcuni personaggi che non avevano mai inciso e che furono scoperti in quegli anni come Fred McDowell che riusciva a tagliare le note con il suo slide impertinente nella sua versione di "Louise" che insegnerà a tanti picker a come usare degnamente lo slide.

Robert Pete Williams appena uscito di galera dopo una lunga condanna porterà una testimonianza diretta del sentire il blues con la sua voce alta e libera che risponde ad una chitarra senza catene e vincoli. Se questi personaggi erano nuovi o ritornavano in scena altri invece come Brownie McGee e Sonny Terry o Jessie Fuller erano già conosciuti all'interno del folk revival, quest'ultimo soprattutto per uno dei brani più conosciuto quel "San Francisco Bay Blues" cantato dai giovani americani come per noi un brano di Battisti. E poi ancora Gary Davis, Sleepy John Estes Lightin Hopkins, Memphis Slim fino a John Lee Hooker con il suo boogie style così denso di riff che dà sempre le stesse emozioni risentirlo in una arcaica e gretta "Tupelo". Troviamo ancora Muddy Water, anche lui a Newport a portare la sua testimonianza di un blues in cui il lento fluire del Delta s'inasprisce con il ritmo frenetico di Chicago. Anche quest'antologia, come quella precedente sul bluegrass, lascia il sapore dell'esecuzione live e soprattutto rimane una testimonianza imperdibile di un passato che si rifà presente in molte esecuzioni di oggi.

di Roberto Menabò, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 54, settembre 2001


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