Patti Smith è un'artista a 360 gradi: icona del rock fin dai mid-seventies (è del
'75 il leggendario esordio "Horses"), inarrivabile regina della
prima era new-wave e musa ispiratrice per i musicisti che la seguirono, poetessa
disegnatrice e fotografa. Ed è questa la veste in cui Patti si presenta
a Roma, nell'ambito del Festival Internazionale di Fotografia, dove espone
una quarantina di foto che ritraggono soggetti eterogenei e affascinanti,
avvolti in un misterioso bianco e nero che li rende opachi, ambigui eppure
serenamente eterei.
Partiamo dal principio. Patti iniziò ad usare una Polaroid già dai
primi anni settanta, adoperando le istantanee come tessere di un mosaico
per comporre dei collages. Riprese ad scattare foto nel 1995 per poi smettere
di nuovo e ricominciare ancora dopo l'undici settembre 2001, data che a mio
avviso aleggia sull'intero lavoro presente nell'esposizione. Il dubbio, l'incertezza,
l'ambiguità delle immagini che l'artista propone (quasi tutte in bianco
e nero), paiono riflettere il caos mentale, il crollo delle sicurezze e la
fine delle convinzioni (dei deliri?) di onnipotenza con cui il popolo statunitense
da sempre si nutre.
C'è una foto in cui questa instabilità è più emblematica
che in altre: si tratta di uno scatto che raffigura una croce cristiana,
regalo dell'amico scomparso Robert Mapplethorpe, avvolta in una garza. L'opposizione
tra la rigidità simbolica della croce e la benda morbida e multiforme,
dà vita ad un incontro nel quale anche l'archetipo più sacro
sembra essere messo provocatoriamente in discussione da un accostamento che,
proprio come l'11 settembre, appare privo di senso logico. Se decidessimo
però di dare una forte valenza metaforica agli oggetti, quest'incontro
assumerebbe l'aspetto, per nulla insensato, di un dialogo tra sordi (o per
meglio dire tra diversi), dialogo che quando non avviene per la prosopopea
dell'uno dell'altro non può che generare odio e atrocità, proprio
come l'11 settembre sul versante americano o come le (decine) di tragedie
provocate dagli U.S.A. stessi.
Gli oggetti a cui la Smith è particolarmente legata e la sua spiritualità espressiva
si fondono in numerosi scatti: dalle "ascensioni" cristiane ("Cristo
03", "Cristo 04") che ritraggono crocifissi in cui Cristo
in croce appare talvolta come il Salvatore in procinto di salire al cielo,
talvolta come espressione dell'essere umano pervaso dalla sofferenza terrena
fino al calco del busto dell'amato Blake, dalle "ascensioni" simboliche
delle "Colonne al Vittoriale" e delle sculture di Constantin Brancusi
("Omaggio a Brancusi") all'atlante appartenuto all'amato maudit
Rimbaud.
Un'atmosfera onirica, attraversa l'omaggio a Monet, che come lei
("I'm
feeling like Monet" spiega l'autrice) amava cogliere la stessa immagine
in diversi momenti per afferrarne le sensibili differenze. La cathèdral
de Rouen della Smith è il Duomo di Milano e alla colorazione vibrante
e alla pennellata liquida del francese, Patti preferisce la nebbiosa imprecisione
di una Polaroid degli anni sessanta. Sulle stesse coordinate visive inserirei
un altro paio di soggetti, la "Foresta" ad Anversa e la "Chiesa" a
Belfast. In entrambi si percepisce un'enigmatica aura di mistero, specie
nella sonnecchiosa immagine della chiesa che, al suo interno, sembra nascondere
qualche arcano segreto che solo l'autrice è riuscita a comprendere
Musicista o poeta, disegnatrice o fotografa, Patti Smith riesce sempre a
trasmettere emozioni, anche quando, ed è questo il caso, si presenta
come una semplice appassionata e non come una professionista. Ma poi a cosa
servono competenze tecniche elevate e strumenti all'avanguardia se si ha
qualcosa da comunicare?
La mostra si tiene, fino al 29 maggio 2005, presso l'Istituto Nazionale per la Grafica Palazzo Fontana di Trevi, in Via Poli 54.
L'orario è: tutti i giorni dalle 10 alle 19 e il costo del biglietto
varia dai 7 euro per l'intero ai 4 per il ridotto.
Info line:06 / 69980257.
Web site: www.fotografiafestival.it
Davide Campione