ROUGH TRADE RECORDS

C’è un angolo di Londra a cui i seguaci di un certo rock, o meglio, di una certa estetica del rock, riconoscono un ruolo più importante delle strisce pedonali di Abbey Road o della fauna multicolore di Carnaby Street. Risalendo Portobello Road da Notting Hill Gate fino all’Electric Cinema basterà prendere la prima strada a destra per imboccare Talbot Road: a questo punto sarà sufficiente seguire il proprio istinto (che in certi casi non sbaglia mai!) per arrivare dritti al 130 e fare i conti con un pezzo di storia.

Per quanto solamente simbolico (la sede originale del negozio era un’altra e, ormai da molti anni, punto di vendita, etichetta e distribuzione sono entità completamente distinte) è ancora fortissimo il fascino esercitato dal Rough Trade Record Shop: sotto questa insegna si sono riunite le menti più fertili di una generazione (qualche nome? In ordine rigorosamente casuale: Stiff Little Fingers, Cabaret Voltaire, Pop Group, Swell Maps, Monochrome Set, Slits, Raincoats, Fall, Wire, Pere Ubu, Scritti Politti, Virgin Prunes, Go-Betweens, Smiths) per dare il fuoco alle polveri che avrebbero scosso alle fondamenta l’industria discografica delle major. Una vetrina ed uno spazio così angusti sarebbero diventati il fulcro, a cavallo fra la fine dei settanta e l’inizio degli ottanta, della produzione e della distribuzione discografica indipendente inglese, il punto di riferimento per chiunque avesse voluto affacciarsi sul mercato alternativo con un progetto valido fra le mani, la culla della filosofia del Do It Yourself, dove la passione e le idee, per una volta, contano più degli agganci e dei mezzi a disposizione.

Dopo la sospirata sosta e qualche inevitabile approvvigionamento sarebbe buona norma completare il pellegrinaggio facendo rotta verso il 66 di Goldborne Road. Camminando in un’atmosfera gioiosamente multietnica, in mezzo a mille sapori e odori diversi, si incontreranno ad un certo punto, confusi fra ben più appariscenti e coloratissime vetrine esotiche, degli uffici del tutto inusuali. Rough Trade Records abita qui, di nuovo salda, dopo mille tormentate vicende, nelle mani esperte del fondatore Geoff Travis. Alle pareti, fra mille testimonianze di un tempo che non può ritornare, di un altro modo di vivere, di respirare e di pensare, qualche spazio bianco ancora da riempire; alla scrivania un uomo che scandaglia i propri pensieri alla ricerca del modo migliore per vincere la sua nuova scommessa: quella che, oltre al passato, anche il futuro riesca ad albergare stabilmente fra queste mura. Quei "buchi" alle pareti, del resto, sono lì apposta.

La storia di Rough Trade è una di quelle favole che, di tanto in tanto, riesce a regalarci anche la musica del diavolo e, manco a farlo apposta, inizia con un giovane che torna pieno di dischi da un'estate trascorsa a cavallo fra Canada e Stati Uniti e, non trovando soluzione migliore, pensa che l’unico modo per trovare loro una collocazione e riuscire ad ascoltarseli tutti sia quello di aprire un negozio.
Ma, lo sappiamo, questi sono giorni di grande fermento e la Storia procede implacabile senza fare prigionieri. Rough Trade ha la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, fino a costituire l’epicentro della nascente scena alternativa che ha nel movimento punk la sua frangia più rivoluzionaria. Diviene causa ed effetto, al tempo stesso, del nuovo che avanza.
Ed il nuovo, nel nostro caso, può assumere anche le rassicuranti forme di un pezzo di vinile.

Nelle prime settimane del 1977 esce per la minuscola New Hormones l’EP Spiral Scratch dei Buzzcocks il quale, oltre che per il suo innegabile valore artistico, marchia profondamente la storia del punk inglese come il primo singolo realmente indipendente. L’eccitazione che si produce intorno a questo disco che, ristampa dopo ristampa, riesce a vendere nel giro di pochi mesi più di 16.000 copie, diviene una sorta di luce per Geoff Travis e soci: improvvisamente tutti si accorgono che è anche possibile pubblicare dischi per proprio conto.

Il primo singolo pubblicato da Rough Trade è Paris Maquis dei fantomatici punks parigini Metal Urbain. Siamo nel febbraio del 1978 e, anche se la maggior parte delle 5.000 copie stampate rimane negli scatoloni in negozio, il dado è definitivamente tratto. Le cose vanno certamente meglio con la prima uscita a 33 giri: l’album di debutto degli Stiff Little Fingers Inflammable Material, oltre a rappresentare uno dei dieci album definitivi del punk inglese e non solo, brucia una stampa di ben 100.000 copie.

Inizia così il periodo d’oro di Rough Trade che, oltre ad essere destinazione fissa di quasi tutti i demo che girano per il Regno Unito, diviene principale attivista del mercato indipendente sia mediante la creazione del periodico What’s Out This Week, che informa negozi e distributori delle novità in uscita, che attraverso forme promozionali più evolute quali la riunione di sette etichette indipendenti in un unico catalogo per una più semplice divulgazione dei propri prodotti e la creazione, fra di esse, della catena distributiva Cartel, che rende più semplice ed omogenea la circolazione delle rispettive pubblicazioni.

Dopo anni di espansione fervida ma incontrollata Rough Trade avverte i primi problemi finanziari nel 1982, quando la schietta ed appassionata filosofia della label deve cominciare a fare i conti con bilanci e scritture contabili e, oltretutto, i notevoli sforzi economici che conducono alla pubblicazione di Songs To Remember degli Scritti Politti sono vanificati dal mezzo fiasco dell’album. Verso la fine dell’anno la sofferta decisione è ufficialmente presa: se si vogliono salvare etichetta e distribuzione bisogna cedere il negozio o calare definitivamente la saracinesca. Rough Trade Record Shop riapre alla fine di agosto del 1983 nella sede di Talbot Road: la nuova proprietà decide, certo non solo per motivi affettivi, di mantenere la nobile antica ragione sociale.

Nei primi mesi dell’anno successivo due ragazzi che rispondono ai nomi di Johhny Marr e Mike Joyce bussano alla porta di Geoff Travis con un demo ed una frase perentoria: "Questo lo devi sentire per forza, non è un nastro come tutti gli altri" .
Hand In Glove, primo fortunato singolo della premiata ditta degli Smiths nonché apripista dell’ancor più fortunato album di debutto, vede la luce nei primi mesi del 1984 e regala un’insperata boccata di ossigeno alla claudicante label.

E mentre gli Smiths si avviano a diventare un caso nazionale, dall’altra parte dell’oceano giungono gli echi della seconda ondata punk e del piccolo universo che gravita intorno alla SST: una storia per certi versi parallela a quella di Rough Trade.
Se si esclude il vessillo dei quattro signori Rossi di Manchester, la cui stella, ahimé, si rivelerà di fulgido ma effimero splendore, la seconda metà degli anni ottanta rappresenta un periodo davvero inconsistente per la label.

Mentre si è esaurita la spinta della prima ondata indipendente, con la capitolazione di molti protagonisti di quell’epoca di fronte alle suadenti promesse targate major, e non si sono ancora poste le basi per il ritorno di fiamma dell’underground di fine decennio, Rough Trade perde due treni davvero importanti. Il primo è quello con la stagione dell’acid-house, di Madchester e delle pasticche colorate che diviene, nel bene come nel male, fenomeno di costume e di vendite milionarie; il secondo è quello degli Stone Roses che, respinti per motivi più che altro burocratici dalla label, si accasano presso la Silvertone per l’eponimo, storico e ricchissimo debutto.
Mentre anche la rete internazionale comincia a dare i primi segnali di cedimento, la resa dei conti sembra avvicinarsi sempre di più e, puntuale, il crack arriva nel 1991 portandosi via, insieme a Rough Trade Distributions e Cartel, anche Rough Trade Pubblishing e Rough Trade Records.

Ma i nostri sono ormai maestri nella nobile arte di cadere in piedi e, mentre Rough Trade Pubblishing, una volta cambiata casacca, si fregia di un battesimo da favola con il Dondestan di Robert Wyatt, ben più lunga e tormentata appare l’odissea di Rough Trade Records prima di trovare un approdo sicuro fra le braccia paterne di Geoff Travis.
E così, ripensando ai tempi in cui il mondo era diverso e un Johnny Lydon qualsiasi, un po’ prima di diventare Rotten, era il cliente rompiscatole che ti capitava tra i piedi a portare scompiglio con l’inseparabile bottiglia di cognac, Rough Trade Records prova a stare con i piedi ben piantati in questi internettizzati albori di millennio in cui, sempre più spesso, viaggia su un semplice clic ciò che prima era occasione per un confronto, uno scontro o una semplice pacca sulle spalle.

In quel di Goldborne Road, del resto, si è tuttora in pieno fermento e anche questa nuova sfida sembra nata sotto i migliori auspici.
Chi nutrisse qualche dubbio in proposito provi a far rotta verso i recenti lavori di Hope Sandoval, The Strokes, Beachwood Sparks, Cara Dillon o verso le uscite di Low, Sodastream, Life Without Buildings ad opera della sussidiaria Tugboat: avrà certamente di che ricredersi.

di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 57, marzo 2002


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