Mentre mi accingo a percorrere la storia della gloriosa SST e dei suoi cortigiani
più famosi, comprendo improvvisamente di essere in preda ad uno sconforto
senza limiti. Sarà probabilmente perché le foto di quegli anni
cominciano ad avere i bordi ingialliti, perché il chiodo ed i jeans
strappati mi mettono ormai un po’ a disagio, perché le scarpe che calzavo
allora erano molto più grosse di quelle che porto adesso, perché
i miei capelli erano più lunghi e, soprattutto, più folti, o
sarà invece perché ripenso a cos’era il rock in quei giorni,
a quali e quanti segreti dovevano ancora esserci svelati, e rapporto tutto
ciò all’aria che mi tocca respirare adesso, alle diagnosi affrettate
per spiegare l’irreversibilità della crisi dell’illustre malato ed
a tutti i "coccodrilli" che ci dobbiamo sorbire con impressionante
frequenza. Chissà, sarà per tutte e due le cose messe assieme
o forse, più probabilmente, semplicemente perché sto invecchiando.
Ma, del resto, chi sta percorrendo il terreno accidentato che dai trent’anni
conduce ai quaranta, non può che ripensare all’esplosione dell’underground
della prima metà degli anni ottanta come alla propria personale età
dell’oro: quelle strane riviste che parlavano di una musica che sembrava lontanissima
ed irraggiungibile, quei feticci di vinile che giravano di mano in mano come
ambiti trofei di caccia, quelle decine di chilometri stipati in una vecchia
carcassa per raggiungere il luogo del fatidico evento e, finalmente, quei
magici concerti dove, in fondo, ci si ritrovava sempre fra le stesse persone;
concerti in cui, per la prima volta, dopo la sbornia mediatica da stadio degli
anni adolescenziali, veniva ristabilito un rapporto più diretto fra
chi calpestava il palco e chi veniva sovente calpestato fra il pubblico delle
prime file: l’artista non era più una superstar irraggiungibile ma
una persona, esattamente come te, con la quale non era proibito nemmeno sorseggiare
una birra.
Ebbene, la SST del suo periodo migliore, di quegli anni che possiamo elasticamente
datare fra il 1981 e il 1985/86, ha mirabilmente incarnato questo splendido
ideale, lo ha originato e lo ha via via accompagnato fino allo zenit del suo
piccolo arco temporale, prima di venire fagocitata, insieme ad esso, dagli
ingranaggi di una nuova era e di nuovi miti. Ma incominciamo dall’inizio.
Nata nel 1978 ad opera del chitarrista e fondatore dei Black Flag Greg Ginn,
la SST (da Solid State Transformers, la denominazione sociale di una società
di componenti elettronici), dopo un periodo di incubazione, inaugura il proprio
catalogo con le due primissime uscite della band losangelina: il 7" "Nervous
Breakdown" ed il successivo EP 10" "Jealous Again"; era
l’anno di grazia 1980. In pochissimo tempo il progetto iniziale si amplia
a dismisura: Ginn, pur senza spostarsi troppo dalla zona e dalla sfera artistica
di competenza, decide di pubblicare anche materiale altrui e, nel giro di
qualche mese, vedono la luce i brillanti esordi di Minutemen, Saccharine Trust,
Husker Du, Meat Puppets.
Il biennio 1984/85 segna l’apice del percorso artistico della label e della
sua influenza sul mercato indipendente: il marchio SST è ormai assurto
a inopinabile garanzia di qualità e di "appartenenza", oltre
che ad una scena, ad un vero e proprio modello di vita; anche la critica "ufficiale"
sembra accorgersene e, perfino nelle odiosissime charts di fine anno, cominciano
a comparire svariate produzioni dell’etichetta. Corre del resto il dovere
di segnalare che il 1984 ha l’onore di salutare a pochi mesi di distanza l’uno
dall’altro, ai numeri di catalogo 027 e 028 della benemerita etichetta, "Zen
Arcade" degli Husker Du e "Double Nickels On The Dime" dei
Minutemen ovvero, senza sprecare altro spazio con inutili panegirici, due
dei più grandi album rock di tutti i tempi.
Gli anni che seguono vedono l’inizio del lento declino della label: non mancherà
ancora nuova linfa (Firehose, Sonic Youth, Dinosaur Jr., Bad Brains, Screaming
Trees), ma inizierà a venir meno una più generale garanzia di
qualità artistica dei suoi prodotti e, soprattutto, si assottiglierà
quel senso di appartenenza che era stato il vero punto di forza delle bands
del primo periodo: la SST sarà semplicemente punto di partenza o deriva
di approdo per voli da spiccare o corse ormai giunte al capolinea, fino a
quando, 1989/1990 ultimo trillo l’album di debutto dei Soundgarden "Ultramega
OK", l’encefalogramma diventerà piatto e parleranno solamente
i ricordi.
La SST muore per tante ragioni, tutte ugualmente plausibili ma forse nessuna
determinante. Muore perché la stagione dell’underground è irrimediabilmente
finita (dopo "Nevermind" il rock alternativo non sarà
più lo stesso), perché le majors fiutano l’affare e si buttano
a capofitto su ogni cosa sembri loro odorare lontanamente di soldi, tarpando
in molti casi ali e creatività a bands che, buttate allo sbaraglio,
perdono anche il loro naturale e necessario rodaggio indie. Muore perché
si afferma, anche in ambito più o meno indipendente e basti solamente
citare la Touch & Go, un nuovo modello di gestione più manageriale,
meno legato alle semplici ragioni del cuore che avevano caratterizzato l’epopea
della SST e ne avevano decretato la morte, una morte, è bene ricordarlo,
più artistica che finanziaria. Muore perché il centro del mondo
sembra essersi spostato a Seattle ed alla Sub Pop, perché il grunge
contagia anche gli stilisti e, lo possiamo dire oggi a ragion veduta, nulla
è stato più effimero di quella mezza stagione. O forse, più
probabilmente, muore perché tutte le cose a questo mondo hanno un ciclo
e quello della SST è irrimediabilmente finito, mentre nuovi e più
complicati scenari si stanno affacciando all’orizzonte: c’è un’alba
per ogni sogno, bello o brutto che sia.
La SST ha smesso da anni di pubblicare nuovo materiale e vive ormai di rendita
sul suo vecchio, imponente catalogo o, almeno, su quella parte di esso (la
maggiore per fortuna) di cui ha mantenuto i diritti senza cedere alle lusinghe
della major di turno, che ha messo sotto contratto i suoi artisti ancora in
attività cercando di accaparrarsi, a prezzi di svendita, anche il loro
glorioso passato. Del resto, a prescindere da ogni considerazione di carattere
artistico sulla possibilità, con la pubblicazione di nuovi lavori,
di rispondere agli standards qualitativi che sarebbe lecito attendersi da
una label con la storia ed il nome della SST, sarebbe oltremodo difficile,
in tempi come questi, mantenere la politica della "pacca sulla spalla
e via" che, soprattutto in termini di royalties non corrisposte, tanti
problemi ha creato nel recente passato a Ginn e soci (un caso su tutti: la
causa intentata dai Meat Puppets).
E se concludere con queste tristi considerazioni non renderebbe certo giustizia
alla più grande ed influente etichetta indipendente degli anni ottanta
e probabilmente di sempre, vorrei cercare, ancora per qualche attimo, di prolungare
il sogno e di restare in compagnia di una manciata di bands e di opere che,
lungi dall’aver rappresentato una mera colonna sonora, si sono rivelate, in
prima "persona", i migliori anni della mia e di tante altre vite.
Anche se le ragioni del cuore e, soprattutto, i gusti personali imporrebbero
una scelta diversa, è giusto e doveroso iniziare proprio dai Black
Flag, il gruppo senza il quale, con tutta probabilità, non sarebbe
esistita nemmeno la SST. La band, icona per eccellenza dell’hard-core punk
americano, ha attraversato due distinte fasi artistiche che, a giudicare almeno
dai termini che utilizzerò per descriverle, sembrerebbero in apparente
insanabile contrasto fra di loro. La primissima fase più propriamente
punk, dapprima senza e poi con Henry Rollins in formazione, culmina, nel 1981,
con la pubblicazione di "Damaged", disco definitivo della prima
stagione dell’hardcore-punk americano e scomodissima pietra di paragone per
tutte le produzioni a venire: un vero e proprio pugno nello stomaco destinato
solo ai cosiddetti palati forti. La fase progressiva post-Damaged vede gli
spazi dilatarsi ed il furore affievolirsi, vede strutture più ricercate
e sofisticate spesso sostenute da canovacci di estrazione jazz; i più
attenti, nelle influenze mutuate dalla triologia del secondo periodo kingcrimsoniano,
trovano i prodromi del math-rock di Chicago degli anni novanta. Rappresentativo
di questi anni è l’album "Slip It In" del 1984, mentre una
citazione è d’obbligo anche per il successivo ep "The Process
Of Weeding Out", che amplifica queste forme in una manciata di tracce
completamente strumentali.
I Minutemen, nel breve svolgere della loro indimenticabile storia (il gruppo
si sciolse nel 1985 dopo la tragica morte del cantante e chitarrista D. Boon),
sono stati, e lo dico evitando facili entusiasmi, la band più creativa
e prolifica degli anni ottanta e, forse, dell’intera storia del rock. Influenzati
dal punk, ma anche dalle geometrie più profonde e spigolose di Wire
e Pop Group, e nello stesso tempo mentori della storia e delle lezioni senza
tempo di Dylan, Beefheart e Creedence, i Minutemen attraversano come una cometa
impazzita il firmamento della prima metà degli eighties lasciando una
scia luminosa capace di abbagliare anche a vent’anni di distanza. Dopo un
album di esordio, "The Punchline" (1981), pieno di bombe compresse
in una quarantina di secondi di furia ritmica, interessante ma ancora eccessivamente
grezzo, arrivano le stelle più lucenti con "What Makes A Man Start
Fires?" (1983), in cui comincia a delinearsi chiaramente la loro incredibile
miscela esplosiva di rock-punk-funk-jazz in perfetti concentrati di poco superiori
al minuto, e, soprattutto, con l’inarrivabile "Double Nickels On The
Dime" (1984): la storia del rock passata, presente e futura in 48 canzoni
per 80 minuti di musica senza tempo. I passi successivi, il mini "Project:
Mersh" e l’ultima uscita "3-Way Tie (For Last)", entrambi datati
1985, vedono un dilatarsi delle strutture (canzoni oltre i tre minuti: incredibile!)
ed inedite influenze musicali che lasciano presagire interessanti futuri sviluppi
e, forse, una notorietà su vasta scala (i Minutemen sono coccolati
dalla stampa ed accompagnano perfino i R.E.M. in tour), ma il solito destino
cinico e baro è in agguato dietro l’angolo o, come sarebbe meglio dire,
dietro una curva.
Dopo una prevedibile impasse il discorso interrotto dai Minutemen trova naturale
compimento nei Firehose, gruppo formato dagli ex Mike Watt e George Hurley
con l’aggiunta del nuovo arrivato Ed "Fromohio" Crawford, di cui
sono da ricordare almeno "If’n" (1987) e "Fromohio" (1989),
che farciscono il background "classico" della band con inediti ingredienti
roots-rock.
Il passaggio alla Warner degli Husker Du, avvenuto nel 1986 con l’album "Candy
Apple Grey" dopo una gloriosa militanza nelle file della SST, oltre ad
aver scosso come un terremoto la casa di vetro del rock indipendente, fino
a quel momento ritenuta inattaccabile, ha rappresentato il primo di una lunga
serie di "tradimenti" alla nobile causa, tradimento che, ad onor
del vero, non ha impedito agli Huskers di chiudere (idealmente) la decade
e (realmente) la loro storia con il successivo, fondamentale, "Warehouse:
Songs And Stories" (1987), album quasi perfetto ma poco permeato dal
quel fuoco sacro che ardeva ai tempi della SST. E allora facciamo un passo
indietro verso il furore iconoclasta di albums come "Land Speed Record"
(1981), "Everything Falls Apart" (1982), "Metal Circus"
(1983) prima di approdare al capolavoro "Zen Arcade" (1984), sorta
di concept sulla iniziazione di un giovane alla vita indipendente, articolato
in quattro indimenticabili facciate nelle quali il gruppo reinventa il punk
attraverso il recupero della tradizione e la scoperta della melodia, scoperta
che sarebbe divenuta più palese nei successivi "New Day Rising"
e "Flip Your Wig" (entrambi datati 1985), spianando ai quattro la
via per il grande salto.
Dopo una breve ma meritatissima citazione per i misconosciuti Saccharine Trust,
dei quali è da ricordare almeno l’ottimo "We Became Snakes"
del 1986, terminerei con i Meat Puppets questa panoramica sui gruppi "storici"
della SST, quelli che, pur in diverse situazioni (e a volte anche in qualche
aula di giustizia), hanno legato indissolubilmente il proprio nome al logo
della mitica label.
La band dei fratelli Kirkwood, dopo l’omonimo debutto del 1982, caratterizzato
da una originale quanto incasinatissima e spiazzante miscela di hardcore/punk/country/jazz,
vede, già a partire dal successivo "Meat Puppets II" (1983),
cominciare a delinearsi una maggiore chiarezza di fondo in un suono che conserva
comunque una certa piacevole aurea di nonsense. E’ con "Up On The Sun"
(1985), forse il capolavoro della band, che il barometro vira decisamente
verso la psichedelia: le atmosfere si fanno eteree ed ipnotiche, le melodie
che cominciano a trasparire dalla nebbia tradiscono in più di un caso
una inevitabile quanto salutare derivazione byrdsiana. Le prove successive,
l’ep "Out Of My Way" (1986) e l’album "Mirage" (1987),
evidenziano una ulteriore ripulitura del suono che raggiunge lo zenit in "Huevos"
(1987), forse la prova più (nobilmente) commerciale dei Puppets. L’ultimo
lavoro su SST, "Monsters" (1989), pur strizzando l’occhio in più
di una occasione al nascente fenomeno grunge, è, tutto sommato, un
addio in discreto stile, dopo del quale, con la vecchia label, parleranno
solo le carte bollate.
Una breve carrellata, infine, sulle produzioni più significative di
alcuni importanti gruppi "di passaggio", per i quali la SST ha rappresentato
soltanto un episodio, e spesso il migliore, in una carriera più lunga
e movimentata.
Cominciamo dai Sonic Youth; i lavori del periodo SST, rappresentati dal formidabile
dittico "Evol" (1986)-"Sister" (1987), ben inquadrano
la band nel periodo del massimo fulgore underground, che avrebbe trovato naturale
compimento nel successivo epocale "Daydream Nation" (Blast First
1988), l’album che, oltre a rappresentare idealmente nel suo specifico settore
una tormentata decade, avrebbe aperto ai quattro le porte della Geffen e di
un lentissimo inarrestabile declino.
Anche J. Mascis deve alla SST uno degli episodi migliori della sua giurassica
creatura: i Dinosaur Jr. di "You’re Living All Over Me" (1987) sono
infatti, a detta di molti, i più grandi in assoluto (non dimentichiamoci
però del successivo "Bug", 1988), con la loro originalissima
trasposizione dei Jesus And Mary Chain nei territori solitamente frequentati
da Neil Young con i fidi Crazy Horse.
I Bad Brains invece avevano già detto tutto prima di firmare per la
SST ("Rock For Light", PVC 1983): "I Against I" del 1987
merita comunque molto di più che un ascolto disinteressato.
Siamo veramente agli sgoccioli, un’ultima menzione d’onore per gli Opal di
"Happy Nightmare Baby" (1987), gli Screaming Trees di "Invisible
Lantern" (1988) e "Buzz Factory" (1989), i Sister Double Happiness
dell’omonimo debutto (1988), e tante scuse, naturalmente, a chi è rimasto
fuori ingiustamente.
Bene, ora non resta che (ri)passare all’ascolto.
di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 52, luglio 2001