DISCORRENDO DI WESTERN CREPUSCOLARE:
brevi accenni
Tra
la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta la lunghissima epopea
del Western (forse il genere per antonomasia del Cinema Americano) subisce
un calo di interesse ed originalita' che si manifesta attraverso un'inevitabile
regressione culturale e sociale oramai apparentemente irreversibile. Durante
questo lasso di tempo il "Classic Western" (quello, tanto per intenderci,
dei John Ford, Stewart Granger, John Wayne, Gary Cooper, Robert Sturges,
Richard Widmark, Henry Fonda, Howard Hawks) cessa virtualmente di esistere.
A
sovrapporsi alla sua figura epica e mitologica sara' il cosiddetto "Western
Crepuscolare", sorta di "genere-satellite", il quale, sebbene
non avente lo stesso impatto social-storico-cinematografico delle trasposizioni
classiche del Vecchio West, manterra' pressoche' intatto quel caratteristicamente
magnetico, fascinoso status di epopea dispersa nel tempo e vittima di
offuscati ricordi, non prima pero' che nuove promettenti personalita'
del Cinema Americano di quel tempo attuino una drastica, in alcuni frangenti
spietata, revisione del concetto canonico di racconto legato all'epico
West: il Cinema Western vivra', dunque, un periodo di delicata transizione,
in bilico tra esaltazione di un passato all'insegna di una virilita' che
non si vuole oscurare ed un futuro ricco di incertezze e titubanze.
Saranno
registi come CLINT EASTWOOD e, prima di lui, SERGIO
LEONE (mentore e maestro
assoluto riconosciuto da Eastwood), ad offrire personalissime ed accattivanti
interpretazioni: nei film di Leone, la "filosofia eroica" cosi' cara al
Western Classico viene soppiantata dalla consapevolezza di una violenza
spropositata ben piu' ancorata alla realta' di quanto si immagini, piuttosto
che schiava del cliche' leggendario-eroico tramandato da generazione
a generazione: non manca un forte accento beffardamente ironico, nei confronti,
si suppone, di quella stessa, tronfia "mitologia del West" che da tempo
ha reso sterile un filone che si prospettava come inesauribile ed insuperabile
ma che al medesimo tempo sembrava non accettare alcun tipo di rinnovamento
stilistico e cinematografico.
Nelle
pellicole Western piu' significative di Eastwood non puo' dunque che emergere
il concetto lasciato in eredita' da Sergio Leone, sebbene il grande cineasta
americano accentuera', con rara sapienza ed intelligenza, quel
senso di amarezza e rassegnazione trasmessogli dal suo inestimabile ispiratore
e mentore: col passare degli anni, Eastwood diverra' sempre piu' confidente
ed audace nell'uso di questa tecnica, cospargendo spesso e volentieri
le sue pellicole di un debordante, ma mai fastidioso "cinismo da eterno
crepuscolo": in particolare nei suoi piu' riusciti e significativi "modern-Western-anthems" ("GLI
SPIETATI", 1992, che gli valse un meritatissimo e prima di allora mai conquistato
Oscar, "IL TEXANO DAGLI OCCHI DI GHIACCIO", 1976, "LO STRANIERO SENZA NOME",
1973, solo per citarne alcuni) emerge il "culto dell"anti-eroe", colui
cioe' che non ha mai bisogno di alzare la voce o dare vita a "spacconate
verbali" al fine di terrorizzare l'avversario e farlo fuggire: nei personaggi
crepuscolari, dissoluti e vagamente bohemiene espressi da Eastwood
e' implicito, seppur emotivamente palpabile, un travaglio psicologico che
rischia di sconfinare nella piu' dolorosa, epica rassegnazione tesa a
decretare la sconfitta dell'uomo, un uomo che, essendo anarchico e solitario,
non puo' che difendersi con cinica, spropositata, cieca violenza. Ne puo'
derivare quindi un estremo bisogno di fuga, non solo di carattere fisico
bensi' e soprattutto di carattere spirituale.
Tra
i maestri esponenti di questa "Nuova Ondata Del Western", vi e'
il grande ed indimenticato SAM PECKINPAH: il suo insuperato
capolavoro "IL MUCCHIO SELVAGGIO" (1969) va doverosamente collocato tra i massimi
Westerns di ogni tempo, autentico caposaldo del "crepuscolare" nonche'
film-guida e rivelatore di nuove strade espressive da percorrere ed approndire
negli anni a venire. La sua filmografia non e' certo meno incisiva e originale
di quella di Clint Eastwood o di altri mostri sacri del genere quali John
Sturges e John Ford: questi ultimi hanno avuto l'innegabile merito di portare
alla definitiva ribalta il Western e di imporlo al pubblico di tutto il
mondo in qualita' di "puro fenomeno storico-culturale made-in-America": Peckinpah
ha, semplicemente, stravolto i canoni e stilemi prima di allora considerati "intoccabili", onde decomporli in rappresentazioni all'interno delle
quali si viene a creare un clima di intensissima, terremotante tensione
dove i protagonisti implicati nella vicenda non possono sottrarsi ad un
destino crudele ed infame che li condurra' ad un "tutti contro tutti",
alla fine del quale nessuno uscira' vincitore.
Proprio "IL MUCCHIO SELVAGGIO" e' esemplare, nella sua irruenza ed incendiarita'
sequenziale; l'apocalittica scena finale, girata in un drammatico, efficacissimo ralenty, vuole sottolineare
l'eternita' di minuti che sembrano ore e di secondi che trascorrono catatonici
come minuti: un senso di progressiva dissoluzione e di apparente irrisolvibilita',
alla fine delle quali allo spettatore ed ai protagonisti del film non rimarra'
che l'amara consapevolezza di un'ingovernabile disillusione, consci di
non poter mai piu' fare marcia indietro, oramai consegnati ad un infausto,
minaccioso fato teso ad inghiottirli attimo dopo attimo, fino ad una quasi
certa auto-distruzione.
Ma "crepuscolare", col tempo, ha assunto differenti significati, a testimonianza
della continua diversificazione ed evoluzione della Settima Arte: vorrei
citare, a tal proposito, un altro classico "peckimpahiano": "GETAWAY",
edito nel 1972, uno dei piu' riusciti "melting-pot" dell'era post-western.
Uno spaccato di "sporca vita" caratterizzato da una carica silenziosa ma
al contempo irresistibile ed in perenne ascesa: avremo come risultato finale una
pellicola altamente spiazzante ed indimenticabilmente rocambolesca: sorta
di commistione-multi-genere ovvero un ideale incontro tra "road
movie", "Western" e "poliziesco".
" GETAWAY" potrebbe rappresentare, insieme
al gia' citato "IL MUCCHIO SELVAGGIO", il definitivo trademark cinematografico
di Peckinpah: lentezza espressiva ma mai provocante noia, stile compassato
ma al contempo non eccessivamente laid-back ("rilassato"), ritmo
e sceneggiatura serratissimi in perfetta sintonia ed alchimia con l'under-playing recitativo di uno Steve McQueen forse mai cosi' risoluto, spietato e pacatamente
nevrotico: come risultato avremo due ore di asciutta tensione avente come
epilogo un.... NON-EPILOGO... ennesima testimonianza di frattura nei
confronti del classico che vorrebbe sempre e comunque un finale, non
importa se positivo o negativo.
Infine
fra i responsabili dell'evoluzione, decomposizione del genere inserirei
piu' che legittimamente il geniale ROBERT ALTMAN, il quale,
consono al suo stile ferocemente sarcastico-dissacratorio, con "I COMPARI" (1971)
frantumera' in milioni di briciole la (sorpassata, deleteria, al limite
di un'auto-parodia sempre piu' palese e sconcertante) ideologia del "Western
Classico": ne scaturira' una visione spietata ed acidissima verso una cultura
che probabilmente Altman stesso mai ha riconosciuto come tale.
E
lasciatemi concludere degnamente questo breve ma intenso capitolo dedicato
al "Western Crepuscolare" inserendo UN "crepuscolare" per eccellenza: "MEZZOGIORNO
DI FUOCO", diretto da Fred Zinnemann nel 1952. Come si suol dire in questi
casi: una pellicola in netto anticipo sui tempi, sia per la tensione narrativa
scarna ed essenziale riversata sullo schermo, sia per il sentimento di
spiazzante disillusione e rassegnazione disegnato sul volto di un Gary
Cooper abbandonato dalla gente del suo villaggio, snobbato proprio da quel
popolo in cui lui credeva e che non aveva mai esitato a difendere con ammirevole,
stoico coraggio: uno spaccato di vita terribilmente realistico (tanto
che, la leggenda narra, Zinnemann lo giro' in tempo reale...): crudo, sincero,
spietato. Amaro. Amarissimo. Alla fine del vittorioso scontro, lo sceriffo
Kane/Cooper lascera’, desolato, un attonito, glacialmente silenzioso campo
di battaglia: per lui non conta piu' battersi per il prossimo, ma fuggire
da una realta' e da persone in cui ha smesso di credere. Per sempre.
Regna,
finale, un imbarazzante ma inevitabile cinismo: ‘MEZZOGIORNO DI FUOCO’ rimarra’ nella
memoria dei veri amanti del Cinema soprattutto per la sua anti-americanita':
piu’ che un Western di stampo classico si tratto’ di un serrato,
drammatico duello tra un tutore della legge divenuto, suo malgrado, anarchico
guerriero ed una banda di feroci criminali senza scrupoli. Una pellicola
dai tratteggiamenti
insolitamente umani e non debordanti nella piu’ prevedibile e stantìa
virilita’ del ‘cow-boy da Vecchio West’ visto (o "sopportato", fate
voi) in centinaia e centinaia di altre produzioni: in sintesi, un Western
profondamente
atipico, di carattere introspettivo, memorabile nella sua semplicita’ di
esecuzione.
In
definitiva: Sam Peckinpah deve averlo amato alla follia...!
Io pure.
Alan "J-K-68" Tasselli
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