BARK PSYCHOSIS

"Se vivi in una città rumorosa come Londra l’ultima cosa che hai voglia di sentire è nuovo rumore, così siamo arrivati a scoprire che il silenzio può essere molto più potente di qualsiasi rumore". (G. Sutton)

Se un concetto come questo è riuscito nell’ultimo decennio a far convergere le nostre teste ed il nostro disincantato orecchio, un doveroso seppur tardivo omaggio è certo ben riposto alla memoria della poesia notturna dei Bark Psychosis: null’altro che una meteora in un firmamento fin troppo generoso di repentini ed accecanti bagliori, un passaggio timido ed in punta di piedi che ha lasciato una scia più luminosa di mille fuochi fatui, ben visibile ancor oggi perfino ad occhio nudo.
Durante i primissimi vagiti della passata decade il rock era certo in tutt’altre faccende affaccendato: il grunge pigliatutto stava per fare il botto prima di incamminarsi sul Golgota con il suo malcapitato profeta mentre una panacea miracolosa era già pronta a scaldarsi in panchina; la nuova parola d’ordine sembrava essere cross-over, ovvero contaminazione, sovrapposizione di stili e di decibel per un intruglio finale sempre più complesso e strutturato. Nessuno (per fortuna) parlava allora di post-rock, pochi -molto pochi- di ambient/trance e isolazionismo, ma, si sa, gli artisti più ispirati non aspettano che un genere sia codificato dalle mode o dall’estro di qualche fantasioso giornalista.
Ci voleva comunque un bel coraggio per tre ragazzi poco più che adolescenti, nei primi mesi del 1990, ad esordire con un 12" come "All Different Things/By Blow", e (diamo a Cesare quel che è di Cesare) ne veniva richiesto altrettanto anche allo sprovveduto acquirente per superare l’impasse dell’anonima confezione che avviluppava l’opera in un bianco e nero autunnale sotto un desolante manto di foglie morte. Ma, e anche questo si sa, il coraggio viene sempre lautamente ricompensato. "All Different Things" sono otto minuti di pura catarsi emotiva permeati da lontane suggestioni wave, splendidamente diluiti fra conturbanti contrappunti vocali e violenti chiaro-scuri strumentali in una opprimente atmosfera di mistero e sottile inquietudine: un sogno agitato che diviene vero e proprio incubo in "By Blow", con impressionanti squarci rumoristi a mezza strada fra i Sonic Youth e gli Einsturzende Neubauten. Uno splendido colpo d’occhio lanciato ben oltre l’orizzonte.
Speranze in buona parte deluse con il successivo "Nothing Feels/I Know", uscito a pochi mesi di distanza dal fulminante debutto, che ci riporta in una dimensione molto più terrena con due eteree ballate in puro stile 4AD mondate con cura da ogni fastidiosa impurità, mentre qualche segnale positivo ce lo regala, dopo due anni di ripensamenti, il terzo singolo "Manman", che ripropone in parte le timbriche post-punk e la tensione emotiva degli inizi attraverso tre tracce di ricercata bellezza.
Ma la vera sorpresa è appena dietro l’angolo. "Scum", monumentale 12" inciso solo da un lato (e violentemente sfregiato dall’altro), offre, lungo tutti i suoi 21’15", una mirabile summa delle suggestioni targate Bark Psychosis in cui emozioni vecchie e nuove si rincorrono e si intersecano in un crescendo surreale che non tralascia nulla di ciò che aveva reso così ricercata la poesia del gruppo: ambient, minimalismo, rumore, jazz, psichedelia e chissà che altro ancora in un magico caleidoscopio dalle tinte fortemente noir.
Bisogna attendere i primi mesi del 1994 per avere fra le mani il primo (e unico) album del gruppo. "Hex" mantiene solo in parte l’ingombrante carico di promesse che l’estenuante attesa ha inevitabilmente creato: le sette ballate crepuscolari che lo compongono sembra cerchino un ideale punto di convergenza fra gli stilemi ormai classici del suono dei Bark Psychosis e le nuove suggestioni di quei mesi carichi di fermenti, che vedono il vecchio rock sempre più annaspante in mezzo a nuovi o rinnovati filoni farciti di elettronica, techno, trip-hop, soul, pop d’atmosfera, dub, rap. Lo potremmo definire un disco di "musica contemporanea" e probabilmente non falliremmo il bersaglio.
Anche in cattività comunque il complesso sembra in grado di assestare qualche misurato graffio, pur avendo ormai mollato ogni zavorra noise in ragione di un volo più tranquillo e compassato. La magia dell’intro classicheggiante dell’iniziale "The Loom", capace di sfociare in più conturbanti ritmi elettronici dal timbro quasi funky, le splendide tessiture tastieristiche che accompagnano "Absent Friend", la malia di "Fingerspit", che cerca di indagare il silenzio attraverso luci ed ombre da brividi, le inedite incursioni fiatistiche dal sapore quasi free-jazz nei terreni sintetici in cui si muove "Eyes & Smiles" e le sonorità ambientali delle conclusiva "Pendulum Man", colonna sonora di un film immaginario, sono di sicuro effetto e meritano smisurata riconoscenza.
Quando già cominciano a trapelare le prime indiscrezioni sui territori che saranno attraversati dal secondo lavoro (il singolo "Blue", di poco successivo ad "Hex", naufraga intanto in sonorità techno stranamente a la page) i Bark Psychosis, minati dai soliti dissidi interni, mettono la parola fine ad una favola ancora ferma alle prime battute.
Per noi solo il tempo di segnalare l’indispensabile "Indipendency", raccolta del materiale pubblicato sui primi quattro singoli, ed il più furbesco "Game Over", che assembla materiale vario impreziosito da qualche inedito.

Discografia essenziale:

ALL DIFFERENT THINGS/BY BLOW (12" Cheree 1990)
NOTHING FEELS/I KNOW (12" Cheree 1990)
MANMAN (12" Third Stone 1992)
SCUM (12" Third Stone 1992)
HEX (LP/CD Circa 1994)
INDIPENDENCY (CD Third Stone 1994 - raccolta dei primi quattro 12")
GAME OVER (CD Third Stone 1997 - raccolta con inediti e rarità)

di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 55, novembre 2001


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