THE BIRTHDAY PARTY
Junkyard (1982, 4AD)
"Vogliamo spazzatura e sudiciume, e un sound raschiante,
brutto e pieno di acuti. Dobbiamo discostarci da Prayers On Fire perché
è troppo ben congegnato". Con queste parole pronunciate da
Nick Cave all’inizio di ogni session di registrazione presso gli Armstron
Studios di Melbourne, veniva accolto Tony Cohen, il fidato tecnico del suono
della band (e ancora oggi sorta di componente esterno dei Bad Seeds). Repetita
juvant, visto il risultato finale, davvero poco accattivante e agli antipodi
di qualsiasi intenzione di suono patinato, un gesto estremo perfino per un
gruppo fin troppo etichettato (e ci sarebbe anche molto da dire sul fatto
che era la 4AD a tenersi stretto un gruppo così, lontano anni luce
dall’evoluzione sonora intrapresa in seguito dall’etichetta).
I Birthday Party erano diventati, con Prayers On Fire, in effetti,
una sorta di band quasi perfetta e con un sound ben congegnato. Al terzo lavoro
su lunga distanza, con all’attivo già tre Peel sessions (diventeranno
quattro in tutto), quello che ancora non funzionava erano però le esibizioni
dal vivo e i rapporti con la stampa. Drogati fino al midollo, Nick e compagni
non riuscivano a reggere un concerto per intero, reiterando il medesimo approccio
ma dando contemporaneamente l’impressione di una inaffidabilità strutturale
(che ebbe comunque il pregio di tenere a bada qualsiasi approccio da parte
delle major, da sempre sulle loro tracce). Scostanti all’eccesso e accreditati
di aneddoti violenti e inquietanti inoltre, il gruppo non aveva avuto molte
occasioni per rilasciare interviste, nonostante il fatto di aver scelto Londra
come proprio quartier generale per sfondare. Sulla stampa i Birthday Party
erano apparsi davvero molto poco.
Le premesse che portano i cinque australiani a lavorare sulle canzoni di Junkyard
ruotano quindi attorno a un preciso intento di affermazione intransigente
di purezza artistica, decodificata da Nick e soci attraverso l’intenzione
di avvalersi di sonorità scostanti e nuovamente lontane da quella sorta
di omologazione che il gruppo stava rischiando di vedersi cucito addosso dopo
l’album precedente. Naturale conseguenza, un approccio meno formale alla struttura
compositiva, tenuto in equilibrio dalle nuove dimensioni delle liriche che
Nick aveva partorito (la personalità di Cave aveva decisamente preso
il sopravvento su quella dell’antagonista Roland Howard, anche se Nick era
apertamente odiato dagli alti membri della band proprio per la completa e
totale inaffidabilità a perseguire qualsiasi progetto lineare). Cohen
colse al volo quell’esigenza, mixando qualsiasi cosa al massimo volume (anche
perché già alle prese con personali problemi di udito) e filtrando
le chitarre attraverso un complicato processo di registrazione attraverso
l’utilizzo di tubi di metallo dentro cui venivano posizionati i microfoni
(utilizzati poi anche da Cave per cantare). Le registrazioni andarono avanti
per tutto l’inverno del 1981/82, in una situazione allucinante ("il
prossimo disco deve essere una sorta di suicidio" aveva detto
Nick qualche mese prima): ogni frequentatore di quegli studi era alle prese
con una propria problematica esistenziale che cercava di risolvere attraverso
un uso smodato di droghe o di psicofarmaci, cosicchè non di rado capitava
che i brani venivano registrati in maniera parziale (le session infatti termineranno
a Londra con Barry Adamson al posto di Tracy Pew, nel frattempo finito in
galera per droga e oltraggio).
Cave, in delirio creativo, fagocitato dagli stimoli teatrali di Lydia Lunch
(che lo costringeva a passare le notti attorno al progetto di scrittura di
un numero spropositato di atti unici per il teatro), cominciò a scrivere
testi deliranti con riferimenti in Shakespeare e in Elvis Presley, pretendendo
una chiave di lettura musicale adeguatamente ossessiva (in Dead Joe
sfociata in una struttura compositiva formata da un solo accordo) che egli
stesso applicò all’interpretazione vocale e che costrinse il resto
del gruppo (compresi gli elementi esterni, come la musa Anita Lane chiamata
a collaborare a testi e melodie) a un maggiore sforzo di applicazione tecnica
e teorica (il batterista Phil Calvert ebbe seri problemi a suonare questo
nuovo drumming animalesco, dilatando le sedute e creando ulteriore
nervosismo nel gruppo). La situazione fu presa in mano dal "sobrio"
Mick Harvey, in sodalizio con Nick, che si fece carico della risoluzione della
parte compositiva, emarginando ancora di più l’approccio punk di Howard
e suonando le parti di batteria che avevano messo in crisi Calvert (e non
è quindi un caso che Mick abbia seguito, di lì a poco, fedelmente
Cave nella sua avventura solista, che lo vede tutt’ora membro centrale dell’equilibrio
dei Bad Seeds).
Il nervosismo generato dalla frattura che si era venuta a creare fra Cave
e Howard è elemento fondamentale per capire l’evoluzione delle canzoni
del disco e la dimensione di purezza artistica di cui parlavamo prima, raggiunta
attraverso un suono crudo e una ferocia interpretativa che Cave non ha mai
più trovato (ma forse nemmeno cercato): anche gli Armstrong Studios
però (e di conseguenza le finanze della 4AD) ne pagarono le conseguenze.
Tornati a Londra con il master, i ragazzi furono costretti da Ivo Watts-Russell,
manager della label, a una sessione aggiuntiva di registrazioni, per rendere
il tutto più "ascoltabile", ma puramente di raccordo e senza
nulla togliere al risultato finale: Junkyard rimane un capolavoro estremo
di sfrontatezza sonora e un difficile percorso, per chiunque, di assimilazione
percettiva. Mentre lo sto riascoltando, vi garantisco che l’inquietudine è
la stessa di vent’anni fa, e nonostante all’epoca tutti ebbero premura di
inquadrare il disco come una semplice deriva della new wave (che invece stava
prendendo derive molto più sintetiche, attraverso l’utilizzo di basi
"techno" che ne mineranno la freschezza alla base), a me appare
ancora come un’operazione molto più complessa di sintesi rock, in un
momento in cui il rock stesso stava cercando di ricostruire la propria essenza.
Dopo l’uscita del disco accaddero alcune cose curiose: il pubblico accolse
la svolta intransigente ed elevò i Birthday Party a gruppo di culto,
con accoglienze adoranti ovunque, anche se questo decretò una distanza
incolmabile proprio fra lo spettatore e un gruppo che ormai odiava apertamente
qualsiasi forma di approvazione e di comprensione (ben donde si potrebbe qui
citare il motto di Oscar Wilde, caro anche al Direttore, che recita: "ho
sempre il terrore di non essere frainteso"). Inoltre il gruppo non riuscì
più nemmeno a risanare le fratture e le divergenze all’interno e, di
lì a poco, ognuno prese la sua strada (di Nick Cave sappiamo, Tracy
Pew morirà di cancro, mentre Howard e Calvert non ebbero mai fortuna
altrove). Le case discografiche maggiori si allontanarono definitivamente,
a seguito della totale ingestibilità dovuta a eccessi di ogni tipo
(arresti, overdose, sparizioni, esibizioni sotto mentite spoglie). E così
la favola ebbe fine.
"Ve ne andate tutti quanti al momento giusto: la gente ne ha le palle
piene di voi" decretò il manager Keith Glass prima di lasciare
il suo ruolo alla vigilia di un tour che fu completato tra mille difficoltà.
Con Tracy Pew in galera e con un Barry Adamson paradossalmente troppo bravo
tecnicamente per funzionare in una band poco inquadrabile nelle esibizioni
dal vivo, la 4AD fece precedere l’uscita del disco da un mini Lp live (Drunk
ON The Pope’s Blood) e l’Ep The Bad Seeds, lasciando poi
il gruppo tra le mani della neonata Mute (che pubblicò l’epilogo di
Mutiny). Il pubblico aveva ormai "in mano" i Birthday Party
e questo a Nick Cave non piaceva. L’uscita del disco, a tour concluso, provocò
di fatto lo smembramento della band. Cave e Harvey finirono a Berlino e in
Olanda, dove incontrarono Blixa Bargeld degli Einsturzende Neubauten: da lì
in poi la storia è nota.
Procuratevi assolutamente questo CD (ristampato dalla Shock Records Australia
nel 1988), ma solo se desiderate ancora che la musica procuri a voi una qualche
inquietudine.
Le parole di Junkyard
...Ora ci mettono il fetore addosso, ci gettano ai succubi,
dandoci in pasto all’incubo e chiudendoci nel Saprofago. Vieni e baciami in
nero, ho bisogno di sentire le tue labbra intorno a me...Baciami in nero e
poi annientami...
(Kiss Me Black)...
Ho piantato una lama dorata di sei pollici nella testa
di quella ragazza...ti amo, ora io ti amo...risate, risate, oh, quelle ragazzine
magre, ci vuole così poco per ucciderle...
(6" Gold Blade)
...Sono il Re, sono il Re, sono il Re...Taglia, taglia,
taglia questa squisitezza, fa bleah, bleah, bleah, bleah, faccia da rifiuto,
graffia, scortica, graffia questa pelle invincibile, c’è di nuovo spazzatura
nel giaciglio di Dolcezza...Re dell’Immondezzaio...
(Junkyard)
...amleto sta frugando nella tomba, in mezzo alla crema
ossa e altro, non ha amici là. Credo che il nostro uomo si sia innamorato...amleto
si muove meravigliosamente, camminando tra i fiori nascosti dietro gli angoli...
(Hamlet, Pow, Pow, Pow)
...Talvolta i dissoluti devono bruciare...bruuuuucia,
scoppia, scoppia. Il mio cervello fa credere alle mani di essere forti. Esse
improvvisamente diventano clave distruttrici. Ammetto di esserci un po’ troppo
vicino. Baciami cara, accecami di baci..Mi sento un po’ giù, capisci
cosa voglio dire? Seppellito fino al collo nella neve britannica...Sparami
cara, sparami in testa e vattene...
(Sometimes Pleasure Heads Must Burn)
di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n.60,
settembre 2002