THE CLASH
Rebels With A Cause

Sul finire degli anni ‘70 eravamo quasi tutti impegnati a cercare di imitare la celebre camminata di Tony Manero o a impomatarci i capelli di brillantina nel disperato tentativo di far colpo sulla Sandy dei nostri sogni (e, per fortuna, Il Tempo delle Mele era ancora al di là da venire!). A un certo punto, solo pochi mesi dopo che i nostri cuori e i nostri portafogli di studenti squattrinati erano stati messi a dura prova da un misterioso doppio con un’anonima copertina mattonata, apparve qualcosa che ci aiutò a crescere un poco: un mastodontico album dal titolo di scottante attualità politica di "Sandinista!" ci costrinse, con il suo incredibile caleidoscopio di sonorità meticce e i suoi contenuti scomodi e urticanti, a volgere lo sguardo un po’ più in là, fino a prendere un briciolo di coscienza di ciò che accadeva nell’altra metà del mondo. Inutile dire che divenne in breve tempo il disco più cool del momento e, ahimè, un altro sacrificio obbligato per le nostre già dissestate finanze. Sarebbe stato davvero difficile però, per quanti si sollazzavano in discoteca al ritmo di "The Magnificent Seven", per quanti giuravano eterno amore ai Clash in preda all’ecstasy sonora delle tonnellate di ritmi e contaminazioni diverse del leggendario triplo - che ormai poco o nulla avevano da spartire con la musica rock - immaginare che quei quattro ganzi, solo qualche anno prima, avevano contribuito a scuotere le fondamenta del vecchio continente con la rivoluzione più importante dai tempi della presa della Bastiglia: quella che avrebbe propagato per tutta la sonnecchiante Europa il fuoco sacro della musica punk.

Joe Strummer e Mick Jones si incontrano sui carboni ardenti della Londra del 1976 che gravita intorno al 430 di King’s Road: il primo, figlio di un diplomatico inglese, guida i 101 ‘ers, band un po’ fuori dal tempo, dalla sconquassata matrice rithm’n’blues, in odore del singolo di debutto, mentre il secondo, di estrazione sociale molto più popolare, milita, insieme all’amico e futuro Clash Paul Simonon, nei London SS, una piccola fucina di talenti per la nascente scena punk londinese. I Sex Pistols, già una piccola istituzione cittadina, vengono ufficialmente insigniti della carica di "Messaggeri del Signore" e si assumono il delicato compito di mostrare ai nostri la fantomatica luce: è proprio dopo un loro concerto che Strummer decide di buttare alle ortiche la sua vecchia band per gettarsi nella mischia e riempirsi i polmoni della nuova aria che sta soffiando, della quale, manco a dirlo, i lacrimogeni si riveleranno componente determinante.

L’embrione dei futuri Clash ("scontro") sono gli Heartdrops, formazione comprendente Strummer, Jones e Simonon; dopo il repentino cambio di ragione sociale ai tre si aggiungono il futuro P.I.L. Keith Levine alla chitarra, che sarà poco più di una meteora, e il batterista Terry Chimes, divenuto Tory Crimes in onore al fervore politico di quei giorni. Dopo la prima esibizione dal vivo il 29 agosto 1976, di spalla ai Sex Pistols, e le fortunate partecipazioni al Punk Rock Festival del mitico 100 Club e, soprattutto, all’Anarchy Tour dei Sex Pistols, la fama del gruppo cresce a dismisura fra i diseredati della burning London, che riscontrano negli ardori ultra-politicizzati dei Clash, nella lotta contro ogni forma di oppressione e nella strenua difesa di ogni tipo di minoranza, un'opposizione più costruttiva rispetto al nichilismo totale dei Sex Pistols e al loro categorico "No Future". Arriva molto in fretta quindi la firma con la CBS: il primo di una lunga serie di tradimenti, secondo i fan più oltranzisti. Risale al marzo del 1977 il debutto discografico dei Clash con il singolo "White Riot/1977": il primo brano, ispirato ai disordini del carnevale giamaicano di Notthing Hill Gate, è un assalto tiratissimo fedele alla filosofia dei due-accordi-due mutuata dai Sex Pistols, mentre il retro, nel titolo e nella frase "niente Elvis, Beatles o Rolling Stones nel 1977", si propone quasi come manifesto programmatico della nuova era. Solo un mese dopo, registrato in fretta e furia nel giro di tre settimane, vede la luce l’eponimo album di debutto.

"The Clash", senza dubbio il disco più bello e importante della stagione del punk britannico, è certamente, per dirla con Wim Wenders, una raccolta di canzoni che ha salvato molte esistenze o che quantomeno, anche senza arrivare a tanto, ha rappresentato uno spartiacque definitivo fra gli ultimi colpi di coda di certi vecchi dinosauri e tutto ciò che è venuto dopo. Quattordici canzoni di incommensurabile forza e bellezza che racchiudono, in un recipiente a prova di radiazioni, lo spirito più puro di un’epoca, restituendolo intatto anche a distanza di anni luce: brani scarni, secchi ed essenziali che si riappropriano del rock’n’roll e della sua tradizione di strada, linee armoniche ben precise sostenute da riff chitarristici incisivi e vibranti, liriche rabbiose sparate come proiettili nelle orecchie dell’ascoltatore, ma anche melodie trascinanti, sapienti giochi vocali e un velo di malcelata ironia. Autentici anthem di rozzo candore punk ("Clash City Rockers", "White Riot", "London’s Burning"), sberleffi alle autorità locali ("Complete Control", "Remote Control") e mondiali ("I’m So Bored With The U.S.A.", "Hate And War"), duri attacchi al capitalismo ("White Man In Hammersmith Palace") e alle forze di polizia ("Police And Thieves"). Proprio questi ultimi due brani, in cui lo spirito punk si fonde a trascinanti ritmi mutuati dalla tradizione giamaicana, testimoniano un amore incondizionato per la cultura di quel paese e per la sua diretta espressione musicale, il reggae, configurando, fin dall’inizio, i temi di un matrimonio indissolubile che troverà ampio riflesso nella produzione successiva dei Clash.

Contemporanee all’uscita dell’album di esordio sono le dimissioni di Terry Chimes e le audizioni per la ricerca di un sostituto: Topper Headon viene reclutato giusto in tempo per unirsi al gruppo nel leggendario White Riot Tour, che sancirà definitivamente ai nostri una sorta di beatificazione presso le avanguardie più politicizzate dei giovani punks britannici. Il 1978 è l’anno di "Give’em Enough Rope", mezzo passo falso causato, più che dalla qualità intrinseca delle canzoni, dalla poco felice scelta di affidare la produzione a Sandy Pearlman (noto per il suo lavoro con i Blue Oyster Cult) che, forse in ragione di un abortito tentativo di conferire all’album un abito più confacente al mercato americano, soffoca l’energia e la ruvidità multicolore che avevano caratterizzato il precedente lavoro in una esagerata pulizia dei suoni, in un generale appiattimento dei toni e in una eccessiva uniformità di fondo più vicina a derivazioni hard-rock che all’originario spirito punk. Non sappiamo in che misura tutto ciò sia anche espressione della volontà del gruppo, ma è certo un preciso segnale che qualcosa sta cambiando. "Give’em Enough Rope", pur non sfiorando nemmeno lontanamente le vette stratosferiche del precedente lavoro, non è certo un disco da buttare, a partire dal titolo ("Dagli abbastanza corda") che si riappropria di un classico slogan da boia sul patibolo, al formidabile trittico iniziale "Safe European Home", "English Civil War" e "Tommy Gun", che vale da solo l’acquisto dell’album. Album che raggiungerà comunque un incredibile secondo posto nelle chart inglesi, scalzando il predecessore che si era fermato al dodicesimo, e spianerà ai nostri la via per il primo tour oltreoceano. Le due tournèe americane del 1979, note con i nomi di "Pearl Harbour Tour" e "Take The Fifth", costringeranno il complesso a rivedere quei sentimenti poco benevoli confezionati forse un po’ troppo precipitosamente solo pochi mesi prima con la sfavillante "I’m So Bored With The U.S.A.": insieme a un incontenibile successo di pubblico è il fascino senza tempo esercitato dalla culla della civiltà rock’n’roll e, non ultima, la possibilità di coinvolgere negli acts un bel numero dei suoi officianti più famosi (da Bo Diddley a Sam & Dave, da Screamin’ Jay Hawkins a Joe Ely, fino ad arrivare ai Cramps) a testimoniare di un entusiasmante viaggio a ritroso verso la fonte del fiume sacro e di un vero e proprio colpo di fulmine per la bandiera a stelle e strisce, che avranno naturale compimento di lì a poco nell’EP "The Cost Of Living" (contenente tra l’altro la celeberrima cover di "I Fought The Law" dei Bobby Fuller Four’s) e, soprattutto, nel leggendario "London Calling".

Si ebbe a dire una volta da qualche parte (chiedo scusa a tutti e prometto di mangiare più pesce) che, se dovessimo ipoteticamente buttare al fuoco tutte le pubblicazioni contigue al rock’n’roll con la possibilità di salvarne una sola, la scelta dell’opera da preservare per il day after dovrebbe inevitabilmente cadere su "London Calling", pietra ideale sulla quale edificare le nuove cattedrali senza trascurare il valore della memoria. Summa completa di venticinque anni di tradizione rock’n’roll e ponte di collegamento ideale con la generazione punk, l’album celebra, attraverso diciannove canzoni indimenticabili di formidabile impatto, un amore sincero e appassionato per la musica rock e per ogni ramo del suo fitto albero genealogico. Non mancano alcuni brani di chiara matrice punk (la title-track, "Koka Kola", "Death Or Glory", "I’m Not Dawn"), ma ciò che caratterizza l’opera è la sua infinita varietà stilistica: rockabilly ("Brand New Cadillac"), swing ("Jimmy Jazz"), pop di derivazione sixties ("Lost In The Supermarket", "Spanish Bombs"), reggae, ska e sonorità centroamericane ("Guns Of Brixton" - che brividi solo a pensarci! - "Lovers’s Rock", "Revolution Rock", "Rudie Can’t Fail", "Wromg ‘Em Boyo"), rhythm’n’blues ("The Right Profile"), e molto altro ancora per una delle più grandi celebrazioni di sempre della musica rock, della sua carica politica e rivoluzionaria, della sua forza innovatrice e del suo spirito redentore. Un successo mondiale e, naturalmente, altre accuse roventi da parte dei vecchi punk più schierati che voltano definitivamente le spalle ai Clash, accusati di essersi venduti al capitalismo e di aver tradito gli ideali del movimento.

Un'analisi un po’ più serena e distaccata forse avrebbe potuto far loro intendere che l’unica colpa che si poteva muovere al gruppo era quella di aver esteso gli stessi ideali a qualche milione di persone in più. Per i Clash, a ogni modo, è già tempo di celebrazioni: oltre a tournèe rigorosamente sold-out in USA, U.K. ed Europa ecco "Rude Boy", film-documentario sulla band e il suo credo, e l’antologia in formato 10" "Black Market Clash", che riunisce materiale precedentemente inedito o di difficile reperimento; da segnalare anche il curioso singolo per il mercato olandese "Bankrobber", intriso di sonorità ultra dubbeggianti che avrebbero trovato vasta e fortunata eco, di lì a poco, nel mastodontico "Sandinista!". Sei facciate, trentasei canzoni, centoquaranta minuti di musica: queste le cifre di un lavoro la cui importanza nello sviluppo della musica popolare nelle due decadi successive fino ai giorni nostri (un solo nome di grande attualità: Manu Chao) è a dir poco capitale. Si potrà poi obiettare all’infinito che sarebbe stata auspicabile una maggior concisione, che non tutte le composizioni dell’album raggiungono la stessa cifra qualitativa, che quattro facciate forse sarebbero state meglio di sei, o magari cinque, se si deve cominciare a litigare su cosa lasciare fuori ciò che è sicuramente fuori di dubbio è che "Sandinista!" rimane uno dei più grossi studi di contaminazione del rock moderno con ogni forma di musica e cultura terzomondista, che l’aria che vi si respira è nera come la pece, perché innegabilmente nere sono le atmosfere funky, rap, reggae, dub, soul, jazz e persino disco che dettano legge: al povero vecchio rock un ruolo davvero marginale per non dire inesistente e il punk, il punk...ma siete davvero sicuri che i Clash abbiano mai avuto qualcosa da spartire con il punk?!

Difficile e ingiusto fare citazioni considerata la mole dell’opera, ma come lasciar fuori "The Magnificent Seven", che spopola in tutte le discoteche distruggendo l’ultima e definitiva barriera, "Junco Partner", puro e irresistibile concentrato di spirito Giamaicano, "One More Time/One More Dub", "If Music Could Talk", "The Equaliser", "The Call Up", ritmi e melodie indimenticabili, "Somebody Got Murdered" e "Police In My Back", timidi ma rigogliosi fiori prossimi al rock’n’roll, "Charlie Don’t Surf", curioso tuffo negli anni sessanta di Beach Boys e Co., e così via, attraverso molteplici e infinite sfaccettature che continuano a regalare motivi di sorpresa anche quando si pensa ormai che nulla possa più sorprendere. Dopo un nuovo singolo di grande successo, il famosissimo "This Is Radio Clash", ecco l’album "Combat Rock" (1982) e con esso, non disgiunte da un contenuto cedimento sul piano qualitativo, le prime timide avvisaglie che il giocattolo sta per rompersi. I contrasti in seno alla band non impediranno comunque a "Combat Rock" di diventare il disco premiato dal maggior successo di vendite nella storia dei Clash, ma ciò, più che in ragione di un'omogenea qualità di fondo, è certamente dovuto alla presenza di hit fenomenali quali la famosissima "Rock The Casbah", che con le sue cadenze ipnotiche e vagamente danzerecce spopola letteralmente dentro e fuori le discoteche per una intera estate, e la non meno celebre "Should I Stay Or Should I Go" che, a beneficio di coloro che se la fossero persa all’epoca, viene riesumata anni dopo dal solito spot pubblicitario e prontamente ristampata e venduta a milioni di copie sulla scia del colossale gradimento riscontrato fra l’ignaro pubblico di fine millennio. "Combat Rock", comunque, al di là di questi inevitabili contorni, segna il positivo ritorno a una dimensione più concisa e diretta (un misero disco singolo) dopo lo sfrenato enciclopedismo delle produzioni precedenti, nell’affannoso tentativo di recuperare, almeno in parte, lo spirito infuocato dei giorni migliori adattandolo ai tempi che corrono: il termine coniato per il titolo, infatti, vorrebbe indicare una nuova filosofia in cui impegno e divertimento si mischiano nella solita ineffabile miscela di rock e musica nera mutuata (e concentrata) dal faraonico predecessore.Una menzione particolare, più che per i brani sopra doverosamente citati, spetta però a episodi meno noti quali "Sean Flynn", "Ghetto Defendant" e, punta di diamante del disco e fra i picchi assoluti dell’intera produzione dei Clash, "Straight To Hell", toccante e vibrante ballata antimilitarista magistralmente giocata su ipnotici tappeti percussivi e tastieristici.

Subito dopo la pubblicazione del disco, e forse accelerato dal suo successo planetario, giunge anche a definitiva maturazione il processo di sfaldamento del gruppo: dapprima è il batterista Topper Headon, accusato di giocare pericolosamente con le droghe pesanti, a dover imboccare la porta di servizio sostituito da Terry Chimes, indimenticato titolare della cattedra originaria, mentre solo dopo pochi mesi toccherà far le valigie addirittura a Mick Jones, letteralmente cacciato in un accesso di ego dallo stesso Strummer con l’accusa di incompatibilità politica e tradimento dello spirito originario dei Clash. Viene così meno una coppia di compositori che nulla ha avuto da invidiare a unioni più blasonate che non è neppure il caso di menzionare, anzi secondo più d’uno. Mentre Jones inizia una carriera pseudo-solista con i Big Audio Dynamite dopo aver perso la causa con l’ex amico per il mantenimento dei diritti sulla celebre effigie, i nuovi Clash, con una formazione rappezzata comprendente, oltre al fido Simonon, Terry Chimes (poi rimpiazzato da Pete Howard) e i due chitarristi Vince White e Nick Sheppard, danno alle stampe il singolo "This Is England" e il canto del cigno "Cut The Crap", che sarà in seguito addirittura abiurato dallo stesso Strummer.

L’album, di cui a eccezione del singolo non c’è proprio nulla di ricordare, rappresenta il tentativo miseramente fallito di recuperare, attraverso brani secchi, duri, brevi e veloci la dimensione barricadera delle origini punk, ma il risultato non è che la triste parodia di un glorioso passato: il tragico epitaffio per una delle più grandi rock’n’roll band di sempre, il cui destino si compirà miseramente di li a poco nell’indifferenza generale. Mentre Topper Headon darà inconsistenti segnali di vita grazie a un anonimo disco solista ("Waking Up" - 1986) prima di sparire definitivamente nel nulla, il buon Jones continuerà con i Big Audio Dynamite un'onesta carriera di attore non protagonista fino alla metà degli anni ‘90; dal canto suo Paul Simonon cercherà un po’ di sano divertimento nei primissimi anni novanta con i suoi Havana 3 A.M., ma sarà un’esperienza destinata a durare lo spazio di un’estate. La palma per il musicista più poliedrico la guadagnerà comunque a pieno titolo Terry Chimes che, oltre a una passata militanza nei Generation X, arriverà addirittura a iscriversi nientemeno che nella line-up dei Black Sabbath (!) per un solo album nel mezzo della passata decade. Di Joe Strummer invece, e del suo recentissimo convincente ritorno, saprete tutto nelle pagine che seguono. Quello della reunion dei Clash è stato il tormentone di buona parte degli anni ‘90 ma, per fortuna, i fiumi di dollari messi a disposizione dal music-businness non sono riusciti a scalfire le coscienze ancora sufficientemente linde dei nostri e la mano del Grande Fratello (quello vero!) non è andata oltre la pubblicazione di immancabili antologie e dischi dal vivo. Scampato, penso ormai definitivamente, il pericolo di vedere quattro ultra quarantenni scimmiottare se stessi e un passato che non potrà mai più ritornare, non ci resta che mettere sul piatto un buon vecchio disco dei Clash e respirare a pieni polmoni l’energia e lo spirito di un’età perduta ma non dimenticata.

Discografia essenziale:
THE CLASH (1977)
GIVE 'EM ENOUGH ROPE (1978)
LONDON CALLING (1979)
BLACK MARKET CLASH (antologia, 1980)
SANDINISTA! (1980)
COMBAT ROCK (1982)
CUT THE CRAP (1985)
THE STORY OF THE CLASH, vol. 1 (antologia, 1988)
THE SINGLES (antologia, 1991)
LIVE: FROM HERE TO ETERNITY (dal vivo, 1999)

di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 54, settembre 2001


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