CODEINE
Se esiste oggi una scena imponente nell’ambito della musica indie, sia per qualità che per quantità, di rock rallentato e dilatato, un’ambito folk a un passo dalle destrutturazioni del post rock, probabilmente la dobbiamo alla lucida caparbietà dei Codeine, gruppo che verso la fine degli anni ottanta ha saputo permeare l’attitudine dolente e ripetitiva dei Velvet Underground con lo svuotamento innovativo della struttura tradizionale intriso di visionarietà degli Slint (caposaldo di quel rock non-rock eviscerato da metriche classiche definito poi, per convenzione, post rock), direzionando per primi la classicità della canzone rock verso territori nuovi, lenti e ipnotici.
Il primo nucleo dei Codeine, ben motivato a intraprendere una strada fuori dagli schemi, si forma a New York nel 1989, in antitesi alle imperanti velocità del post punk e della no wave. John Engle (chitarra), Stephen Immerwahr (basso e voce) e Chris Brokaw (batteria) ottengono un contratto con la Glitterhouse e si mettono a lavorare alle canzoni del primo disco, che esce invece l’anno successivo per la Sub Pop (etichetta gemella e già molto in auge in ambito grunge), col titolo "Frigid Stars". L’album è uno straordinario mix di densità rumoristiche e catatonia, di grinta ed essenzialità, aperto da un brano meraviglioso dal titolo "D", una vera dichiarazione di intenti e una novità inequivocabile.
Lente ballate, ritmiche dolenti, dolcezza e tristezza, sono queste le coordinate attorno cui si sviluppano le dieci canzoni del disco, alcune delle quali rievocano certe atmosfere del Neil Young più intuitivo, soprattutto quelle di Zuma, mentre altre pescano fra le oscure profondità dei Joy Division, seppur svuotate dall’ossessività e dalla furia ritmica. Nessun patema nel dettare nuovi tempi e nuove ritmiche, nessuna ansia e nessuna fretta, il disco è ancora oggi uno degli album fondamentali del nuovo corso del rock. L’anno seguente vede i Codeine collaborare con David Grubbs dei Gast Del Sol, che compare al pianoforte e alla chitarra nell’EP "Barely Real" (Sub Pop, 1992), e subito dopo, registra la prima defezione: Brokaw si unisce ai Come e nell’organico dei Codeine entra Dough Scharin, batterista poliedrico destinato a lasciare un segno importante nell’evoluzione di tutto il fermento post rock e dintorni (suonerà, ricordiamo, con Rex, June Of 44, Direction In Music e Him).
Con questa formazione e sempre con l’ausilio di Grubbs, il gruppo registra a Louisville le canzoni del secondo lavoro su lunga distanza, pubblicato nel 1994, sempre dall’etichetta di Seattle, col titolo "The White Birch". Il nuovo disco, ancora una straordinaria pagina di rock rallentato, segna una più marcata evoluzione dei registri della dilatazione, della cupezza e della fragilità di ritmiche e strutture, elementi che, lungi dal marginalizzare il gruppo in una nicchia per pochi, contribuiscono al contrario a un marcato successo, sostenuto dalle lodi della critica, sia americana che britannica, quest’ultima favorita dalla pubblica passione della lungimirante genialità di John Peel, che invita i Codeine alle proprie mitologiche sessioni, una parte delle quali sarà pubblicata a fine anno sulla compilation "John Peel/Sub Pop Sessions". A onta di questi importanti riscontri, le tracce dei Codeine, quasi in sintonia con la loro stessa musica, si dissolvono per qualche tempo, con Scharin che nel frattempo comincia l’avventura nei Rex, mentre Immerwahr e Engle sembrano davvero inghiottiti dall’oblio.
L’entusiasmo si riaccende, per poi spegnersi nuovamente e definitivamente, l’anno successivo, quando un brano a firma Codeine, Atmosphere, compare nel tributo ai Joy Division, "A Means To An End". E’ però l’ultima testimonianza dei Codeine, un gruppo che pone, in questo modo e improvvisamente, la parola fine alla propria esperienza, ma che non sarà mai coperto da alcuna forma di dimenticanza. Anzi, su questa, che possiamo considerare una delle band più affascinanti e innovative degli albori rock dei primi anni novanta, compagni di etichetta di gruppi più fragorosi e nervosi che stavano cavalcando la fortunata onda del grunge, si tornerà spesso a parlare negli anni seguenti, quando si affacceranno sulla scena dell’indie rock gruppi che porteranno in musica il medesimo sentire.
Quello spazio di riverberi e di cupa lentezza dove convergono ancora oggi gli interessi di miriadi di nuove band e di una folta schiera di appassionati. Senza i Codeine, crediamo, non avrebbero trovato spazio le splendide assenze dei Low, le affascinanti cupe ballate dei Black Heart Procession, le trame acustiche degli stessi Rex, ma la lista è davvero lunghissima e comprende Idaho, Red House Painters, Songs Ohia, Calla, Dakota Suite, Savoy Grand e decine di altri gruppi che, sempre più spesso, di qua e di là dell’oceano, hanno saputo creare tensione e profondità giocando a riempire di musica i silenzi e assaporandone le assenze, fra ruvide dissonanze, grondate di feedback o più morbide tonalità, rivestendo in maniera appropriata e pertinente le malinconiche incomunicabilità di una fetta di generazione che non ha voluto riconoscersi nel fragore di tonnellate di decibel sparati nelle orecchie, forse per tapparsi ancora di più la bocca. Agli amanti dei Codeine invece, ancora oggi, basta solamente chiudere gli occhi per ricominciare a sognare.
Discografia essenziale:
FRIGID STARS- LP/CD Sub Pop
BARELY REAL - EP/CD Sub Pop
THE WHITE BIRCH - LP/CD Sub Popdi Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 52, maggio 2001