CREAM
Crema di un supergruppo

Il blues americano con le sue star nere aveva illuminato le fantasie e le immagini oniriche dei giovani negli anni ’50. Entrato prepotentemente in Gran Bretagna, all’inizio degli anni ’60, il blues muta il suo schema tradizionale in uno nuovo: lo stile britannico. Subisce quindi un processo innovativo a contatto con l’ambiente culturale che si respira nell’Inghilterra di quegli anni. Il fattore principale che si evidenzia sugli altri è che la musica blues è suonata dai bianchi che portano la loro sensibilità e il proprio feeling, creando qualcosa di originale, pur nella tradizione. La sua caratteristica principale, che è quella di appartenere per tradizione e cultura alla gente di colore, crea molti problemi a coloro che decidono di sperimentare questa nuova strada. Molti critici, specie quelli più tradizionalisti, si chiedono se sia possibile per i bianchi suonare una musica così peculiare come il blues, se questi siano in grado di penetrare nella sua quintessenza. Questi aforismi, purtroppo, influenzano anche il mercato discografico che si rifiuta di favorire lo sviluppo del nuovo blues, che è così costretto a rifugiarsi nell'underground delle cantine fumose e cariche di birra.

Qualcuno però, nonostante tutto, riesce ad affacciarsi alla scena: si tratta di John Mayall. Questi fu davvero un capogruppo e la sua importanza fu fondamentale per lo sviluppo della nuova musica. Alla sua scuola e nei suoi gruppi passarono tutti i musicisti che avrebbero frequentato e rinnovato in un modo o nell'altro le strutture del blues. Fra questi troviamo anche Jack Bruce ed Eric Clapton, le colonne portanti del primo supergruppo della musica rock che si sarebbe formato di lì a pochi anni: i Cream. Ma non tutti avrebbero avuto la stessa fortuna, perché se John Mayall riuscì a imporsi ai mass- media e al pubblico, molti altri personaggi e gruppi che cercavano di imporsi con il nuovo blues bianco rimasero emarginati dalla stampa e dalle case discografiche. I Cream furono i primi a rompere l’ostracismo che gli organi ufficiali avevano perpetrato nei confronti di questi tentativi innovativi, riuscendo a rendere attuale e accettato il blues bianco, introducendo allo stesso tempo la sperimentazione e le possibilità innovative del pop.

Come ho già accennato, il nucleo era costituito da due allievi di Mayall: Eric Clapton (l’unico, tra l’altro, che abbia avuto l’onore di scrivere il proprio nome accanto a quello del "maestro" sulla copertina di un disco "Bluesbreakers John Mayall With Eric Clapton", disco da me già recensito sul numero 10 di LFTS) e Jack Bruce, bassista. Fuoriusciti appunto dai Bluesbreakers, i due si uniscono con Peter "Ginger" Baker per formare il primo supergruppo pop- rock della musica contemporanea. I tre avevano alle spalle una già notevole esperienza musicale. Jack Bruce, nato nel 1943, era passato tra il 1963 e il 1966 tra le fila dei più importanti complessi blues londinesi, dalla Graham Bond Organisation a Manfred Man fino ai Bluesfreakers. Peter Baker (nato nel 1939) prima di arrivare alla batteria aveva suonato la tromba per molti gruppi jazz come la band di Acker Bilk e Terry Lightfoot. Poi era passato a sostituire Charlie Watts nei Blues Incorporated di Alexis Corner e, nel 1963, era finito anche lui nella Graham Bond Organization, dove rimase fino al 1966. Eric Clapton (nato nel 1945), aveva formato il suo primo, vero gruppo nel 1963: i Rooster. Affascinato dal nuovo blues aveva fatto parte, fra il 1963 e il 1966 di numerose band importanti come gli Engineers, gli Yardbirds e i Bluesbreaker.

Il disco di esordio della nuova band uscì nel 1966 e il suo titolo fu "Fresh Cream". L’album, edito dopo una trionfale partecipazione al Festival di Windsor nel 1966, denota il tentativo di espandersi nella direzione dove il blues è re e l’improvvisazione regina. Insieme a rivisitazioni di blues tradizionali come "I’m So Glad" di Skip James, "Four Till Late" di Robert Johnson, "Rollin’ And Tumblin’" di Muddy Waters e "Spoonful" di Willie Dixon, completano il disco composizioni di Bruce e di Brown. Per quel che riguarda l’improvvisazione che sarebbe diventata in seguito il marchio di fabbrica dei Cream, pur essendo già presente non è così importante ma, al tempo stesso, più che sufficiente per far intravedere le enormi potenzialità del gruppo. Era già evidente, fin dall’esordio, che i Cream erano qualcosa di molto speciale per l’epoca. Essi spaziavano tranquillamente tra il recupero del blues tradizionale e le originali composizioni di Bruce e di Pete Brown. Speciale era anche per quell’epoca, anche se non del tutto innovativa, la sezione strumentale composta da soli tre elementi: chitarra, basso e batteria. Era incredibile come un trio fosse in grado di creare una musica così ricca di atmosfera, una musica che, pur permeata di blues, fosse in grado di esprimere una vivacità e una freschezza tali da svincolarsi da ogni etichettatura.

Tutte le potenzialità che il gruppo lascia intendere nel primo disco si trovano realizzate nel secondo "Disraeli Gears", uscito nel 1967. Qui il blues ormai è un semplice contorno a margine del contesto musicale che lo accompagna. La musica si trasforma fino a raggiungere tonalità acide, psichedeliche. E la psichedelia nascente influisce sui Cream anche per la realizzazione della copertina. Il lavoro è firmato da Martin Sharp che si era già distinto per le splendide realizzazioni grafiche apparse sulla rivista underground "Os". Anche la produzione ha un nuovo impulso grazie alla fertile attività di Felix Pappalardi. Per quanto riguarda le canzoni, vengono composte dalla solita coppia Bruce/ Brown, ma vi sono anche due composizioni di Clapton e una scritta insieme a Pappalardi e alla moglie Gail Collins. L’album è stupendo, il sound maturo, il blues elettrificato è incisivo e senza sbavature. Clapton è perfetto alla chitarra, con lunghe note cristalline. Bruce è impeccabile e fornisce una base ritmica ricca di tempismo e di fantasia. Baker, con due casse, è incontenibile ma mai invadente, e regge il ritmo con una tecnica superlativa. Comunque, tutto l’album è un capolavoro, da "Sunshine Of Your Love" che diventa uno degli hit più importanti dei Cream, a "Brew, World Of Pain" e "Swlabr" (una condensazione dell’idea originaria di un titolo che suonava She Was Like A Bearded Rainbow). Quest’ultimo brano evidenzia la nuova strada musicale intrapresa da Jack Bruce che, in seguito, fu chiamata heavy riff. Il successo del disco fu enorme, fino a trascinarlo ai primi posti delle classifiche. Da quel momento, ogni LP del gruppo superò il milione di copie.

I Cream intrapresero una serie di giganteschi tour in tutto il mondo e dovunque furono acclamati da milioni di persone. Ma fu il terzo album, "Whells Of Fire" (uscito nel 1968) che li consacrò alla leggenda e li promosse come uno dei gruppi più importanti del nascente pop. Lungo le quattro facciate del LP (L’album è doppio: il primo disco è registrato in studio, il secondo è dal vivo) si snoda una musica a volte blues, altre volte più melodica, con impasti più morbidi, ma anche con lunghissime tirate di chitarre che fecero impazzire tutta una generazione di giovani fan e musicisti. Una delle tante caratteristiche che contraddistinguevano i Cream dagli altri gruppi dell'epoca era la libertà interpretativa di cui godevano i componenti. Questa libertà viene esaltata soprattutto nelle facciate dal vivo. La carica di energia che il gruppo riusciva a dare al pubblico durante i concerti vi è ben rappresentata, con i tre musicisti impegnati in continui assoli che non avevano la costrizione temporale della registrazione in studio. Resta famosa, a questo proposito, la versione di "Spoonful" che copriva quasi per intero la terza facciata per una durata di quasi diciassette minuti. Accanto a tutto questo, però, il disco mostrava anche le prime corde tirate del connubio fra i tre musicisti. La parte live, pur con tutta la bravura del trio, comincia ad evidenziare i primi segni di stanchezza, le prime ripetizioni, la mancanza di felici intuizioni. Forse troppi concerti, troppi tour, forse la gallina dalle uova d’oro era stata sfruttata troppo e troppo intensamente. Perfino Clapton, con tutta la sua bravura tecnica, non riesce a nascondere la netta sensazione di un lavoro di routine, un po’ di maniera.

Anche il gruppo si accorge di questa tendenza e, con una coraggiosa decisione, (poiché la commercialità del prodotto era assicurata e le vendite andavano a gonfie vele) si scioglie. Il concerto d’addio si svolse a Londra alla Royal Albert Hall il 26 novembre 1968 e fu davvero commovente. La gente accorse in massa e tributò ai Cream un successo straordinario, salutando così coloro che avevano inventato il british pop sound degli anni ’60. Per ragioni di contratto, il trio dovette incidere il quarto disco, quello dell’addio, che si chiamerà "Goodbye Cream". In quest’ultimo lavoro si capisce uno dei motivi della separazione: la povertà del materiale inedito (ci sono solo tre pezzi nuovi) in un LP che seguiva un disco dal vivo, dimostra la mancanza di fantasia e di volontà di rinnovarsi. Inoltre, il fatto che si trattasse di tre ottimi musicisti già adulti (al contrario della maggior parte dei complessi dell'epoca, formati da adolescenti) che avevano deciso di unirsi per tentare qualcosa di nuovo, una volta che il feeling delle loro composizioni non era più accettato da tutti e si era quindi inaridita la ragione stessa dell’unione, era inutile continuare il sodalizio. Probabilmente, contribuì a spezzare il filo già teso anche l’estenuante mole di impegni che avevano assunto, effettuando tour americani con centinaia di date che, se anche avevano contribuito a magnificare la loro fama, li avevano distrutti fisicamente e psicologicamente.

Comunque, poche altre formazioni possono vantare di aver influenzato la musica di un’epoca in soli tre anni di attività. Infatti, ancora oggi sono pochi i musicisti che possono affermare di non essere stati influenzati in qualche modo dai Cream. Essi vantano nella storia del rock una serie di primati: sono stati i primi a incidere un doppio LP con brani inediti (in quegli anni, gli LP erano solo un insieme dei 45 giri più famosi dell’artista); sono stati i primi a incidere un disco con brani che superavano abbondantemente la soglia dei tre minuti, considerata invalicabile dall’industria discografica degli anni ’60; sono stati i primi a raggiungere sia in studio che dal vivo una capacità di improvvisazione allora sconosciuta. Forse la critica musicale si è lasciata sfuggire lodi non sempre pienamente meritate nei loro confronti, ma questa sorta di sopravvalutazione va anche considerata come una specie di riconoscimento di un nuovo modo di intendere la musica, per quel che di innovativo i Cream riuscirono a creare, soprattutto nelle esibizioni dal vivo che rappresentano un po’ lo specchio dell’anima di ogni band che si rispetti. E, in ogni caso, è significativa la serie infinita di imitatori che seguirono allo scioglimento dei Cream. Il primo supergruppo della storia del rock era finito, rimanevano i quattro dischi ufficiali incisi, più una sequela infinita di bootleg dei loro concerti e il ricordo di una magica band che aveva lasciato un segno indelebile nelle nostre menti e nei nostri cuori.

di Dario Possenti, tratto dalla rivista Late For The Sky


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