FABRIZIO DE ANDRE'
Senza corona e senza scorta

Suicidi, prostitute, vecchi professori, suonatori, cinici morenti…. sulla scena entrano sempre personaggi fuori dagli schemi; o per lo meno fuori dagli schemi lo sono quando De André li racconta attraverso quel microcosmo di raddolcita cruda realtà che è la sua poesia. Come un buon cantastorie ci lascia attoniti, talvolta divertiti all’ascolto dei fatti verosimili quanto veritieri presentandoci senza moralismi, senza giudizi, le sue eroine e i suoi eroi. Non una voce di rimprovero, ma un grido d’allarme, un monito per il potere, che scaturisce dalle vicende della Principessa quando le macchine puntano i fari sul palcoscenico della sua vita, o di chi fu visto ridere aspettando l’esplosione che provasse il suo talento. Eppure una via De André la mostra, ma non impone di imboccarla, sebbene non si possa fare a meno di pensare, per quello che dice e per come lo dice, che una chiara e lucida visione del mondo scorra come un filo continuo lungo tutto il suo itinerario artistico e umano. Già perché non si riesce a slegare l’artista dall’uomo, il cantante dall’agricoltore e persino, sotto un certo punto di vista, il ligure dal sardo. Il desiderio di libertà, che da ragazzo lo spinse tra i carruggi, diventa l’essere libero di chi fa l’amore per passione, di chi si mostra per la sua essenza senza vergogna, persino di chi si accorge che non ci sono poteri buoni; perché è il potere l’altra faccia della medaglia; perché il potente sta all’anarchico, come la maggioranza sta alla minoranza: agli antipodi. Ed è probabile che il soffocamento sentito in gioventù verso le ipocrisie e le apparenze dell’ambiente borghese, che lo avrebbe dovuto accogliere quale figlio legittimo, non avessero altro modo di tradursi se non nella fuga: una parola che in guerra si traduce in diserzione, uno degli insegnamenti di chi morì sulla croce, o che semplicemente assume le sembianze di chi per fare la cortesia di non uccidere il rivale cade a terra senza un lamento non avendo nemmeno il tempo poter chiedere perdono per ogni peccato.

E la morte non è solo quella del corpo, ma anche, e talvolta soprattutto, quella dell’anima: gli spiriti solitari, drogati o impiccati, che invocano giustizia, che hanno già perso la loro identità sociale per volontà di una morale maggioritaria che comanda il boia: i vinti, gli oppressi, coloro ai quali De Andrè dà voce dal momento che nessuno sembra volergli offrire uno spazio diverso da quello del patibolo. E la morte è anche un mezzo per la fuga: e qui De André raccoglie le voci d’oltreoceano: come un nocchiero dà un passaggio alle introspettive conclusione del viaggio delle donne di Cohen e alle suggestive rappresentazioni delle avventure di Dylan, laddove fuggire può voler dire superare i confini della propria esistenza, senza averne timore, con la dovuta leggerezza. Il sud del mondo è dapprima una suggestione percepita, come fosse contenuta nel codice genetico di un uomo di mare, per esplodere poi quando maturità ed eventi lo avrebbero consentito. E poca distinzione, se non della maggiore o minore armonia della forma, si riscontra tra l’uso del genovese o della lingua sarda: c’è una letteratura, una cultura, un’area comune di influenze linguistiche che ci fa pensare a noi tutti come a cittadini del mondo. Ed ecco che il Cicala assorbe costumi di diversa origine e diventa Pascià grazie alle alterne vicende della vita.

Ma l’artista che ricerca lo strumento insolito, il suono etnico, è l’uomo che trova un’oasi di solitudine tra i monti di Mola, è colui che, percependo un comune sentire col popolo isolano, ne raccoglie la cultura, le tradizioni e vi si immerge. E ancora De André, con grande sensibilità, coglie comunanze, parallelismi, intrecci con la Storia nordamericana: riesce a porsi, come d’altra parte in ogni circostanza, dalla parte di chi è soffocato dal vincitore, di chi Indios d’America ha visto la sua terra assalita dai conquistadores , di chi parte dell’etnia sarda si è visto rubare la terra dall’arrogante procedere dell’ "economia continentale". E mai in maniera più esplicita l’uomo Fabrizio diventa protagonista delle canzoni di De André, e racconta del suo "dimorare" presso l’Hotel Supramonte.

Ma la capacità di raccogliere le influenze migliori, riesce anche quando l’accostamento avviene tra livelli diversi da quello legato prettamente alla canzone: De André, da inesauribile lettore, lascia traccia delle sue letture: ed ecco che viene ad essere esaltata la modernità delle voci di Spoon River, che si potrebbe osare dire migliori nella versione del cantautore rispetto all’originale, con i loro moniti ai viventi, senza il fango delle ipocrisie di coloro che sono ancora lontani dall’essere fosforo per l’aria. O ci viene presentata la meraviglia del tutto umanizzata della vita e passione di un libertario Gesù, più di altri casi figlio di una donna, piuttosto che figlio del divino.

Ancora una volta l’uomo, nelle sue debolezze, nella sua autenticità si dimostra essere il centro della ricerca tematica di De André: l’uomo beffardo che in punto di morte lascia al corteo degli individui venuti attorno al suo capezzale, le volontà testamentarie, l’uomo che fugge la costrizione di un carcere che sente ingiusto perché ingiusta è la punizione di chi ha ucciso solo per amore. E se gli uomini spesso subiscono l’azione pur protagonisti del racconto, le donne sono il motore del tutto decidendo loro stesse le sorte verso cui andranno incontro, senza paura, da vere e proprie eroine: sia nel caso di attrici "storiche", come Giovanna d’Arco, sia in quello di semplici amanti della vita o di erranti anime salve, quello che viene raccontato è il loro essere pregne di umanità coraggiosa, spesso con totale inconsapevolezza di ciò.

La morte, la vita, l’amore, la poesia: queste sono le spinte al movimento dei suonatori, delle prostitute, dei suicidi… Un movimento che De André elabora, con la pignoleria di chi non vuole lasciare nulla al caso, in solitudine lasciandosi trasportare dalla velocità delle sue idee, delle sue intuizioni. Un’anima errante, libera nello scoprire la libertà delle cose, individualista nella maniera con cui ricercarla. Sovrano senza corona e senza scorta in questo suo pellegrinare tra il popolo dei respinti, riesce a dare alle vicende che racconta grande intensità, donando loro spesso forma di elevata poesia e riservando per sé, o una compartecipazione o un impiego da narratore.

Marcello Motta
FaberDeAndré.Com


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