Greenwich Village. Una precoce
primavera, inaspettatamente calda, ha scaraventato tutti i tavolini
dei piccoli ristoranti e dei caffè dai nomi e dai colori esotici,
sul selciato dei marciapiedi. Un uomo cammina avanti a me, quasi correndo,
alzandosi sulle punte di scarpe grosse da montagna, la camicia a scacchi
svolazzante, un berretto di foggia francese a fargli coraggio.*
Una vetrina mi attira. Non ci sono tavolini fuori, la sala, intravista
dal vetro sulla strada, è calda e quieta. Un piccolo foglio appiccicato
alla porta snocciola, con discrezione tale da scoraggiare i miopi, una
piccola lista di nomi e date. Mi fermo, leggo e mi volgo alla figura
saltellante che mi precede, ora di parecchi metri. Il primo di quei
nomi è proprio il suo, e la data al suo fianco di soli pochi
giorni prima. "Ehy amico, che succede? Hai suonato qui e nemmeno
me lo dici?". Eric Wood, sorpreso di questa mia curiosità,
con riluttanza torna sui suoi passi, e con timidezza mi apre la porta.
"Non so se c’è ancora quella ragazza, quella che c’era quando
ho suonato anch’io……non vorrei disturbare, sai questo è un posto
molto quieto….la gente vuol stare tranquilla…..se vuoi bere qualcosa
meglio andare altrove….." e intanto apre la porta e, strizzando
gli occhi, cerca quella ragazza, la barista o la proprietaria, chissà.
Inevitabilmente è un abbraccio che lo accoglie, e si estende
anche a me, straniero stupito ed impacciato. La gente ai tavoli lo riconosce,
gli sorride, lo chiama, solo per salutarlo. Siamo rimasti là
dentro, dentro al The Living Room, appena pochi minuti.
No la popolarità non si addice proprio a Eric Wood. Così
come non gli si addicono gli spazi chiusi, o la modernità nella
accezione di New York, ove è antico tutto ciò che ha dieci
anni. Eric viene dal grande nulla dell’Ohio, appartiene a New York,
ma come può appartenere una vecchia sentinella ad un forte ormai
abbandonato e fugge sulle montagne appena può, lavorando il legno
e costruendo, da anni ormai, una "selvaggia" abitazione in
tronchi, sepolta nel bosco e nella neve. A New York vive e lavora, proprio
di fronte al grande condominio ove dimora, quando a Manhattan, la divina
Madonna. L’appartamento di Eric sta però in uno dei più
antichi palazzi ancora in piedi su quella folle isola di cemento, un
tre piani degli anni ’20, testardamente abbarbicato alle proprie fondamenta,
pur se minacciato, di fronte, dietro ed ai fianchi, da minacciosi e
tetri grattacieli. Dove se no? Tre ripide scale, no lift, che Eric percorre
a rotta di collo, pur se gravato del peso della mia valigia, pesante
come una condanna all’ergastolo.Ora capisco quanto mi disse tempo addietro
: "…l’ispirazione per una canzone? Può arrivare da ogni
parte, una melodia, più spesso un ritmo. Sono affascinato dai
ritmi, dai tempi. Quando cammino ad esempio, può capitare che
siano i miei piedi a suggerirmi un’idea ritmica, allora provo a seguirli,
ad ascoltarli…succede, non so dirti perché…". Le povere
tecniche investigative di un piccolo cronista, condannato alla banalizzazione
nel linguaggio scritto del non raccontabile, prova fissare esili evidenze:"
…a casa mia si ascoltava tanta musica, mia madre in particolare amava
Belafonte, la musica brasiliana…sono cresciuto ascoltando questi ritmi
caraibici e latini, credo che abbiano avuto molta parte nell’orientare
la mia sensibilità artistica..", ma al di là della
mera cronaca, poco davvero sanno dire dell’universo poetico e musicale
di un autore spiazzante per profondità di sguardo e ammaliante
per indicibile bellezza espressiva.
Una adolescenza difficile, precocemente accelerata sulla strada, condivisa
con una chitarra (ma solo per poco perché troppo pesante e riconoscibile
dagli uomini in divisa che, sino alla maggiore età, hanno incessantemente
provato di ricondurlo a casa) e più spesso con non altrettanto
sinceri compagni di viaggio; esperienze musicali dapprima in Ohio, all’epoca
ambiente ribollente ed inquieto (Joe Walsh ricorre spesso nel raccontare
rapito di Eric), quindi nel circuito universitario e dei college, e
ancora, complice un viaggio scommessa, l’approdo a Nashville, alla corte
di Kristofferson. Occorre raccontare di come andò? Ci provò,
il ventenne Eric, a scrivere qualcosa che suonasse country, o meglio,
quel country che i signori di Music City solo intendono. Ma la scrittura
di Eric, così personale e visionaria, risultava tanto incomprensibile
a tutti quegli scribacchini di hits, così lindi nel completo
aziendale, quanto un canto omerico. In and out, un passo nella musica,
due passi indietro. Un contratto con una major, piovuto chissà
da dove, alcuni nastri, ancora di quelli grandi come pizze, oggi totalmente
smagnetizzati ed inutilizzabili (li ho visti, e ho avuto la tentazione,
poi repressa, di rubarli) un pugno di speranze fatte a canzone, rimaste
incompiute, costrette al silenzio dalle imprescrutabili lungimiranze
dei padroni della musica ed in mezzo, fra l’in e l’out, una vita davvero
avventurosa, tante diverse esperienze come band leader, tante, tantissime
canzoni (queste sì le ho sentite e portate con me, dono prezioso
dell’autore) fra le quali si scoprono, nascoste in un accenno di chitarra,
o nel solo fischiare di Eric, gli scheletri di alcune fra le pagine
dell’unico vero album a tutt’oggi mai realizzato, quel Letters from
The Earth che, solo due anni fa (e scriverlo mi sorprende, tanto lunghi
possono sembrare, quanto insufficienti a svelare la complessità
e la ricchezza di quell’album, ancor oggi, nuovo, nuovissimo), ci fece
innamorare al primo ascolto.
Dovere di cronista riportare, seppure sommariamente e superficialmente,
alcuni tra i momenti del divenire umano ed artistico di Eric Wood, che
poco però sanno raccontare, e non potrebbe essere altrimenti,
di colui che questi momenti ha vissuto. "Non è mai stato
facile per me. Quando andai sulla strada, fuggendo da casa, lasciavo
una casa che non amavo, genitori che non avrei rimpianto, ma affrontavo
un mondo che non conoscevo. Ho dovuto rinunciare alla musica per un
po’, non potevo girare con la chitarra. Ero giovane, molto giovane,
minorenne e la polizia mi cercava….cercava un ragazzino con una chitarra….così
l’ho lasciata da qualche parte, e solo saltuariamente, quando ne trovavo
una, suonavo un po’…Il mio primo strumento, avevo sette anni, fu la
fisarmonica. Forse in Italia è abbastanza comune, è il
paese delle fisarmoniche no?…ma non lo è certo negli States,
e non per un bambino di sette anni. La fisarmonica era grandissima per
me, ero piccolo e quella pesava quasi più di me. Ho resistito
alla fatica per quattro anni, poi sono passato alla chitarra. Il canto
invece è nato con me. Ch’io ricordi, ho sempre cantato. Sino
ai sedici anni, comunque, dovendo nascondermi alla polizia, non ho suonato
regolarmente. Poi, da solo o con qualche band, ho cominciato a girare
prevalentemente il Mid West, colleges e coffe houses. Non ho più
smesso, da allora, di suonare. Sono sempre stato curioso, la musica
mi ha sempre attratto. Tutta la musica. Mia madre mi ha allevato con
le canzoni di Belafonte, e quei ritmi caraibici, tutto il linguaggio
musicale del sud America, mi hanno da subito affascinato, e tutt’ora
mi affascinano. Il jazz poi è un altro dei miei grandi amori.
La prima volta che ascoltai Dave Brubeck, ero giovanissimo, fui fulminato.
Ho amato anche Nina Simone, Tay Mahal, tutti quegli artisti che sapevano
andare al di là dei generi, che mescolavano blues e jazz e ritmi
latini. Oggi dicono ch’io sia un folk singer. Non so che dire. Non ho
mai pensato di esserlo, e nemmeno le case discografiche lo pensano.
D’altronde quelle non sanno cosa dire di me. Troppo folk, se si tratta
di label orientate sul jazz, troppo jazzy se, al contrario, sono folk
label. C’è da uscirne pazzi….Comunque è vero, la folk
music, soprattutto la scena del Greenwich Village degli anni ’60 è
stata molto importante per me. Quando stavo nell’Ohio, mi capitarono
sotto mano i primi dischi di Dylan. Non sapevo chi diavolo fosse, ma
mi piaceva. Poi, di colpo, le radio cominciarono a trasmettere canzoni
come Blowin’ in the Wind, e i giornali parlavano di lui. Così
mi incuriosii ancora di più, e cominciai a seguire anche quella
scena musicale. Ricordo Phil Ochs, Joan Baez, che piaceva anche a mia
madre, e Tim Buckley. Ma anche la scena acida di San Francisco e prima
ancora le canzoni dei Byrds e dei Beatles, facevano parte della mia
collezione di dischi. Facevano, purtroppo, perché, qualche anno
fa i ladri mi hanno completamente ripulito la casa, portando via tutti
i miei vecchi vinili."
Due album, completamente registrati e pronti per esser gettati al mondo,
sono rimasti invece nei cassetti delle majors. " Ho registrato,
in passato, almeno in tre grosse sessions, due album che non videro
mai la luce. Ogni volta cambiavo direzione, se tu ascoltassi ora quella
musica credo che non mi ritroveresti per come mi conosci da Letters
from the Earth. E’ un problema questo, non per me, ma per le relazioni
con il music business. Io non riesco a ripetermi. Non si tratta di una
presa di posizione, o di una ricerca forzata. Semplicemente non sto
mai fermo, seguo il mio naturale cambiamento. Sono un tipo curioso,
te l’ho già detto prima, e questo non va bene al mercato discografico.
Per loro tu dovresti fare sempre la stessa canzone, non spostarti mai
da ciò che loro ritengono sia il tuo pubblico. Da un pittore
sarebbero capaci di pretendere sempre e comunque la stessa tela, in
eterno. Ho impiegato trent’anni a trovare un contratto ed avere un disco
fuori. Non so nemmeno come sia riuscito a fare Letters, in verità.
In questo momento, negli States, la competizione è durissima.
New York è il posto più difficile per un musicista. Tutti
vogliono suonare qui, e per farlo accettano condizioni assolutamente
proibitive. Per chi, come me, vive e lavora a New York, non è
facile trovare serate, ed ancor meno un contratto. I format radiofonici
poi, influiscono pesantemente sulle scelte delle labels, anche di quelle
indipendenti, che devono comunque appoggiarsi alle radio per riuscire
a promuovere i propri dischi. Come dicevo prima, quando questi signori
si trovano tra le mani un disco di Eric Wood si chiedono cosa diavolo
io stia suonando, cosa diavolo io sia. Un songwriter? Nooo..Un jazzista?
Nemmeno…Un rocker? Per carità…E’ davvero pazzesco…."
Non è davvero molto difficile intervistare Eric Wood, e lo dimostrano
le decine di pagine che la stampa, non solo italiana, gli ha dedicato
in questi ultimi venti e più mesi. La facilità, ed il
candore, con cui Eric si apre a chiunque gli si proponga, non è
però l’esito di narcisistico protagonismo, o di ineluttabile
logorrea, caratteristiche abbastanza ricorrenti in chi, di professione,
ha scelto di comunicare per canzoni. Tutt’altro. Eric, schivo ed insolitamente
pudico, parla lentamente, scegliendo le parole, chiudendo spesso gli
occhi, colorando con l’intonazione della voce, sembianti verbali spesso
troppo angusti per riuscire a restituire tutta l’immaginazione, il sogno,
la magia, che muovono e riempiono le sue canzoni. A volte quasi un canto,
il magnetico fluire dell’eloquio di Eric Wood, è strettamente
connesso con quanto racconta, ne è significante significato.
Capita allora che una semplice domanda sui contenuti di una canzone,
si trasformi in una intervista a sé stante, riguardante l’arte,
la vita, lui, noi. "Endless Highway" (traccia d’apertura dell’album
di Eric,
nda) " è una road song. Banale, direi. Tutti
hanno scritto almeno una canzone sulla strada. Bob Dylan, Tim Buckley,
Joni Mitchell, Miles Davis, Dave Brubeck…..e potrei continuare per giorni.
Questa canzone, intanto, è un piccolo tributo a tutti quanti,
prima di me, hanno cantato la strada. Ma è anche una metafora,
dai risvolti diversi. La strada, il movimento, sono in un certo senso
la musica. Il cambiamento, lo scorrere, il ritmo, sono tutti elementi
musicali e sono al tempo stesso elementi del viaggio. Sulla strada hai
tutte queste cose. La musica è il viaggio, ed anche la caducità,
il divenire continuo. Ed è senza fine, una autostrada senza fine
appunto (in inglese, endless highway, nda). Ma la metafora contiene
anche elementi personali. In ciò che scrivo, metto sempre qualcosa
di mio, inevitabilmente. Alcune canzoni sono dannatamente personali,
come Look At The Fool, altre meno, ma tutte nascono (o racchiudono)
dalle mie esperienze, dal mio sentire e sentirmi col mondo. Endless
Highway allora, è una traduzione del mio sentirmi in viaggio,
fisicamente ed idealmente. Sono stato tanto tempo sulla strada, ancor
oggi lo faccio, e sempre ciò che mi muoveva era la speranza/curiosità,
di trovare qualcuno presso cui stare, anche solo per una notte, qualcuno
che fosse disponibile e mi accogliesse, per cantare o anche solo per
spendere la notte. E’una ipotesi di solidarietà, un andare verso
il mondo e verso la gente. E non sempre accade. Non sempre qualcuno
è disposto ad accoglierti ed ascoltarti."
Il seguito di Letters From the Earth si chiama Illustrated Night e vedrà
la luce fra pochi mesi, appena sfumata l’estate. Per ascoltarlo, per
farmelo ascoltare per la prima volta, Eric mi ha condotto laddove l’album
è stato pensato, palpitato, sognato, lassù in cima alle
montagne Catskills, due ore e qualcosa a nord ovest di Manhattan. E’
questo il luogo nel quale Eric, uomo dei monti, ha scelto di piantare
le proprie, profonde radici, costruendo, dalle fondamenta al tetto,
una fantastica casa di tronchi, così come i trapper facevano
nei secoli passati. "Se guardi bene, se osservi come si incrociano
quei tronchi, lassù sul soffitto, vedrai che questa casa è
stata costruita unendo due differenti tecniche, l’una nordeuropea, scandinava,
l’altra tipicamente americana, quella dei pioneri." In verità,
dove si unissero o si sommassero le due tecniche, proprio non saprei
dire. Ciò che vidi, ciò che sentii con forza da lasciar
quasi sgomento, fu la profonda appartenenza di Eric Wood a quei luoghi,
solitari ma così vivi, pieni del canto degli uccelli, dei rumori
della notte, animati da centinaia di presenze, animali e spirituali
che potevo, quasi con certezza, avvertire nel traboccante silenzio e
nella febbrile eccitazione dello sguardo con cui il mio ospite riempiva
lo spazio attorno a sé.
Illustrated Night, chè di musica si suppone io vi racconti, è
stato registrato nei pressi di Ferrara, nell’estate dello scorso anno,
in occasione del tour estivo che Eric tenne nel nostro paese e vedrà
la luce grazie alla italianissima Appaloosa, ad ulteriore dimostrazione
di un legame davvero speciale che intercorre tra Wood ed il nostro piccolo
paese. Ero presente alle sessions ferraresi e da allora serbavo gelosamente
una copia, monitor mixes, di ciò che ne uscì. La sorpresa,
però, è stata grandissima. Ciò che a Ferrara pareva
già perfetto, nell’incantevole equilibrio di ritmi e poesia,
riletto e risistemato in terra americana, rasenta quasi la magia. "Vedi,
io scrivo qui le mie canzoni, o la maggior parte di esse. Vengo spesso
quassù, talvolta anche da solo. Questa stanza, l’intera casa,
è una listening room naturale e gli spazi che circondano questa
casa sono i miei orizzonti." E mi vien da pensare allora a quanti
hanno associato la musica di Eric a New York, e glielo chiedo, quale
sia mai il punto di unione fra la metropoli e queste montagne abitate
solo da orsi e cervi. Ridendo, con gli occhi di un bimbo, Eric mi dice:"
Sono io. Il punto d’unione è qui dentro di me, ed anche intorno
a tutto questo. La mia storia di uomo dei boschi… il mio nome, Wood,
non certo scelto a caso…e New York, che ho scelto venticinque anni fa
e che non potrei mai lasciare…E’ tutto qui, forse allora anche nelle
mie canzoni. Io ho sangue indiano nelle vene, sono un mezzosangue Cherokee.
Vedi quel disegno e quella cintura appese al muro? Sono antichi disegni
indiani, o meglio, una replica che io ho fatto tempo fa. Il legame con
la terra, con la foresta è per me vitale."
La recensione del disco la troverete in qualche altro numero di Late for the
Sky, oggi, il mio oggi di estensore di queste note, non possiedo ancora la versione
definitiva di Illustrated Night e ciò che manca al mio advance so che
non è marginale. Ciò che manca me lo descrive Eric stesso, attorno
al fuoco di un grande camino, alle spalle due piccoli diffusori che spargono
tutt’attorno la poesia sonora di questo nuovo album. "Ci saranno alcuni
contributi vocali, importanti, di Cristina Donà e ancora alcune parti
di chitarra elettrica….". Ed ancora, nel raccontare e raccontarsi, Eric
Wood pare cercare, prima ancora che imporre, oscure verità in chi lo
ascolta, piccole ed imperscrutabili sintonie emotive, una comunione che sappia
bucare le barriere dei tempi, dei luoghi, delle differenze linguistiche e culturali.
Lo stesso percorso che affida alle sue canzoni, più che mai ritrose allo
svelamento, banale, del linguaggio tecnico o interpretativo. L’enigma poetico
ed artistico di Eric Wood è l’enigma dell’arte, incapace, per intrinseca
verità e costituzione di svelarsi per sé, ma così potente
da svelare sé nell’altro e l’altro in sé, in mille e ancora mille
modi ed epifanie, diverse ma autentiche.
|
|
|
Eric Wood, a sinistra, con Mauro
Eufrosini
|
di Mauro Eufrosini, tratto dalla rivista
Late For The Sky