Una voce che racconta tramite le sue modulazioni, un volto
che accompagna ed enfatizza ogni nota e parola: tutto, del songwriter americano
Eric Wood, trasmette emozioni. Il concerto del 1° Dicembre al Circolo Arci Renfe
di Ferrara si è svolto in un’atmosfera di silenzioso coinvolgimento e
sincera intimità. Abbiamo parlato con Eric al termine del souncheck pomeridiano.
Il tuo rapporto con l’Italia pare ormai consolidato:
Sì, per me è quasi come essere a casa. A Ferrara, poi, sono venuto
già 4 o 5 volte. Ormai qui ho molti buoni amici.
Hai mai aspettative prima di un concerto ?
No, non mi faccio aspettative, penso che ogni concerto sia un’esperienza unica
e a se stante. Anche se suoni 5 volte di fila nello stesso posto, ogni sera
è una cosa diversa. Lo stesso vale per quando entro in studio di registrazione:
mi diverto in entrambi i contesti.
Il critico musicale Giancarlo Susanna ti ha definito "il
migliore songwriter americano contemporaneo" ...
Oh, that’s nice (stupito e imbarazzato, N.d.A.)
Come definiresti il tuo stile musicale ?
Forse "gyspy", gitano. La lingua dei gyspsy è data dalla commistione
di tante lingue diverse, e lo stesso vale per la mia musica: raccolgo diversi
tipi di musica in giro per il mondo e li combino.
I Gypsy non hanno terra, sono sempre in viaggio: musicalmente
parlando, senti invece di avere delle radici ?
Ci sono alcuni artisti la cui influenza è stata, ed è tuttora,
fondamentale: Bob Dylan, Joni Mitchell, George Gershwin, Tim Buckley, il blues
in generale. Se dovessi però dire cosa preferisco ascoltare in questo
momento, probabilmente la mia stessa musica, il jazz, la musica strumentale.
Hai iniziato a comporre canzoni nel periodo di convalescenza
che hai trascorso in seguito ad un grave incidente d’auto ...
Avevo 18 anni, e da quel momento la musica è diventata davvero una cosa
importante per me. Capita spesso, quando sto guidando, che mi venga in mente
un ritmo, e subito dopo seguono le parole. Ma non è sempre così,
il processo può anche essere inverso. Prima viene l’idea, poi ci si lavora
su.
Quali temi affronti, principalmente, nelle tue canzoni ?
Dipende: parlo delle mie paure, delle mie speranze, dell’amore, della politica
...
In un periodo così difficile e controverso per il
tuo Paese, cosa ti senti di dire come cittadino americano ?
In America la gente ha paura: quando parli a tu per tu con le persone lo ammettono
ma poi non hanno il coraggio di ribellarsi. Credo che si dovrebbe imparare a
dire "no".
Un’ ultima considerazione sulla musica come mezzo per veicolare
e sentimenti.
30 anni fa la musica era un modo per esprimere qualcosa, ora non più.
Oggi la gente non ascolta, vuole solo ballare.
Emblematico è, allora, il titolo dell’ultimo album di Eric Wood: "Don’t
Just Dance". Perchè la musica, e soprattutto la sua, va ascoltata.
(Per informazioni:
www.ericwood.com)
MARK DZIUBA
Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con il simpatico
Mark Dziuba, chitarrista Newyorkese d’adozione con sangue americano, italiano,
scozzese e polacco nelle vene. Grande amico di Eric Wood, Mark ha collaborato
nei suoi album e lo ha accompagnato nel suo tour italiano, facendo tappa a Trento,
Bolzano, Ferrara, Roma e infine Padova.
Mark, cosa ne pensi dell’Italia ?
Mi piace l’Italia. Quando vengo qui a suonare mi piacerebbe parlare di più
con la gente, conoscere le loro impressioni sulla musica e sul concerto. Ma
c’è la barriera della lingua.
Pensi che questo possa impedire al pubblico italiano di
cogliere appieno la musica di Eric ?
Non credo: se si fa musica con anima e sentimento, la gente lo sente pur non
comprendendo il significato preciso delle parole. E’ una questione di "good
vibrations". Eric crede che la gente non ascolti più, mai io non
sono così pessimista.
Che esperienza è suonare con Eric Wood ?
Eric fa musica molto personale. Suono con lui, cerco di seguire i suoi accordi,
poi mi concentro su ciò che dice. Riesce a colpirmi e coinvolgermi ogni
volta.