"Ricordo chiaramente che mi sdraiai sul letto della mia cameretta
a casa dei miei genitori a New York, al buio. Per ascoltare il nastro non avevo
che un registratore portatile con le pile quasi scariche, e l’unica luce che
illuminava la stanza era quella che veniva da fuori..Man mano che la cassetta
scorreva, l’atmosfera si riempiva di magia. Ero così felice ed orgogliosa
di quello che avevamo fatto...Sentivo che il mio modo di suonare il basso aveva
finalmente una direzione e così il nostro modo di scrivere canzoni ed
il nostro suono. Ritengo che quello fu il momento del passaggio dall’innocenza
all’esperienza. Penso che allora fossimo felici insieme, ma chissà se
era vero per tutti..." (dal libretto allegato al cofanetto
1987-1991,
Rykodisc 1996).
E’ Naomi a ricordare la sera in cui ascoltò per la prima volta la cassetta
con i missaggi definitivi dei brani di
On Fire, il secondo album del
terzetto di Boston edito su Rough Trade nel 1989, ed anche noi, per quanto ci
sforziamo, non riusciamo a trovare termini più efficaci per descrivere
l’incantesimo dei Galaxie 500.
Si sono presi una bella rivincita Dean Wareham, Damon Krukowski e Naomi Yang
nei confronti della frettolosità con cui la loro creatura è stata
ignobilmente archiviata al termine del breve arco temporale della sua vicenda
terrena, con tre album ed una manciata di singoli all’attivo. E se oggi i Galaxie
500 sono universalmente riconosciuti come i padrini di tutta la scena shoegazer
e slowcore degli anni novanta, qualche briciolo di merito va senz’altro ascritto
anche al coraggio ed alla lungimiranza della Rykodisc che, sacrificando per
una volta le ragioni del portafoglio a quelle del cuore, ha ristampato tutta
la sparuta discografia del gruppo all’interno di un magniloquente box quadruplo,
ed è arrivata perfino a rispolverare, per una pubblicazione di poco successiva,
i nastri di un inedito concerto di Copenhagen del 1990, contribuendo a mantenere
desta l’attenzione del pubblico nell’agognato momento del raccolto.
E pensare che i master dei tre album ufficiali della band, finiti troppo in
fretta fuori catalogo, hanno rischiato seriamente di essere cancellati dalla
storia travolti, insieme ad una buona parte delle relative royalties, dalla
bancarotta di Rough Trade del 1991 e si deve soltanto alla testardaggine di
Damon Krukowsky, che riuscì a salvare a proprie spese le bobine dal naufragio
della label, il grande merito di non aver privato le generazioni future della
magia dei Galaxie 500.
Colti nel momento magico e doloroso del trapasso dall’adolescenza all’età
adulta, i tre riuscirono ad esprimere alla perfezione un universo sonoro ed
emotivo placido, tranquillo, senza scosse, ove ogni elemento sembra seguire
la propria orbita incurante dei sommovimenti del mondo esterno. E’ un atteggiamento
riflessivo e contemplativo nei confronti della vita e di tutti gli avvenimenti
che l’attraversano, dalla nascita alla morte, catturati attraverso il filtro
delle proprie esperienze personali e giudicati da una dimensione straniante,
quasi sospesa nel vuoto, a due passi dal nulla…
E’ una musica intima ed intimista, da ascoltare preferibilmente da soli o al
massimo con la persona amata, cui affidarsi con passione e senza pregiudizi.
Sarà terribilmente facile, allora, ritrovarsi compiaciuti ostaggi della
malinconia infinita di quelle atmosfere placide e struggenti, in grado di liberare
il flusso dei pensieri dall’ansia del quotidiano e di innalzarlo verso una dimensione
ultraterrena.
La semplicità di arrangiamenti assolutamente quieti e lineari ma mai
banali, di basi chitarristiche scarne e minimali con pochissimi elementi di
disturbo: rari gli assoli, gli interventi di altri strumenti, le sovrapposizioni
vocali, i cambi di tempo…solo la voce sognante ed enigmatica di Dean a tessere
melodie ipnotiche, spesso inarrivabili, quasi sempre indimenticabili.
La massima semplicità per la massima intensità.
Su tutto, si sarà ormai capito, lo spettro ingombrante ma accomodante
dei memorabili Velvet del terzo album, oltre a riferimenti meno nobili e più
contemporanei quali Opal e Cowboy Junkies: citazioni più che plausibili
ma da prendere comunque con le pinze per non sminuire la carica innovativa e
lo spirito liberatorio della musica del gruppo.
E’ difficile e soprattutto inutile cercare novità, cambiamenti, piccole
rivoluzioni o semplici giri di boa nel clima generale che pervade le tre opere
principali dei Galaxie 500: dopo il debutto sulla lunga distanza di
Today
(per Thurston Moore
"migliore disco chitarristico del 1988"),
ogni album sembra cominciare nello stesso punto in cui era stato interrotto
il precedente, per poi proseguire nella medesima direzione come un imprescindibile
complemento, un nuovo capitolo della stessa appassionante storia.
Ecco allora, come sempre con la produzione di Kramer, sorta di guru psichedelico
dell’epoca ed a tutti gli affetti membro aggiunto della band, la suadente poesia
del
masterpiece On Fire (1989) ed il morbido addio di
This
Is Our Music (1990).
Soffocati da irriducibili divergenze di opinione e di carattere i Galaxie 500
sarebbero rientrati dalla loro orbita di lì a poco per sancire una irrimediabile
frattura: da una parte Dean Wareham con i suoi Luna, dall’altra Damon e Naomi
con l’omonima sigla.
Chi se li fosse persi all’epoca non commetta un nuovo, imperdonabile, errore.
di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 59, luglio
2002