THE GOD MACHINE

E’ assai facile (ed altamente consigliabile) farsi ammaliare dalla struggente poesia dei Sophia di Robin Proper-Sheppard, rimanere compiaciuta preda di quell’intimismo disperato, di quella liricità suadente, di quella malinconia senza fine; ben più arduo risulta invece per l’ascoltatore ignaro, felicemente immerso in quelle acque temperate, risalire la corrente in piena bonaccia fino alle colonne d’Ercole dei God Machine ed al mistero della loro imponente, solenne, cattedrale di suoni.
E se è certamente vero che la potenza di un brano non si misura in decibel e che la storia del rock è stata ripetutamente scossa da colpi di bazooka pizzicati sulle corde di una chitarra acustica, dobbiamo invero ammettere che, spesso, laddove tale grezza intensità si sposa ad una adeguata ricerca strumentale, la catarsi diviene completa ed inarrestabile.
Questo il ricordo che ci rimane dei God Machine ed il combustibile che mantiene anche per loro una vivida fiammella nei nostri affollati cuori. Ad essi sono quindi dedicate queste poche righe: un invito esplicito (caso mai ce ne fosse bisogno) a voltarsi indietro ed a ripercorrere, insieme a noi, una delle avventure più significative e tragicamente effimere del rock di questi nostri travagliati anni.

Originari di San Diego, Robin Proper-Sheppard, Ron Austin e Jimmy Fernandez, dopo un breve ed infruttuoso peregrinare in terra natia, sono costretti a puntare al Vecchio Continente per cercare un terreno più fertile per la musica che hanno in mente di fare, lontana anni luce sia dal crossover allora imperante che dalla nascente aspirina del cosiddetto lo-fi.
Anche la perfida Albione tarda a rivelarsi quella Terra Promessa che qualcuno aveva voluto spacciar loro: la gavetta è più lunga e dura del previsto fino alla prima esibizione live del 23 gennaio 1991 ed alla pubblicazione, dopo pochi mesi, del vinile di debutto, il singolo "Purity" dato alle stampe dalla piccolissima Eve che, nonostante la diffusione poco più che carbonara, non manca di suscitare clamore nei circuiti che contano.
Una favola che sembra già al lieto fine quando, attratta dalla magia e dal potenziale commerciale di un suono ancora acerbo ma già definito nei suoi tratti essenziali, si fa avanti la Fiction, mitica etichetta dei Cure con distribuzione Polygram, che pubblica nel 1992 i due e.p. successivi, "Desert Song" ed "Ego", e si appresta al lancio in grande stile, nei primi mesi del 1993, dell’album di debutto "Scenes From The Second Storey".
Pur attingendo in maniera massiccia dal passato più recente (ben sette brani su tredici sono tratti dalle precedenti pubblicazioni), il disco rimane certamente uno degli esordi più significativi della decade passata ed offre uno spaccato davvero superbo sullo zenit creativo dei nostri.

"Romantici? Certo che lo siamo. Se non fossimo capaci di sognare non riusciremmo in alcun modo a liberarci dalla trappola dei nostri limiti".
Parole che racchiudono in un certo modo l’essenza della musica dei God Machine, che ingloba le più disparate influenze del passato e del presente, dall’hard-rock al progressive, dalla psichedelia al post-punk, dal grunge alla musica etnica, in un imponente wall of sound di una forza ed una intensità davvero straordinarie.

Accanto a brani quali le iniziali "Dream Machine" e "She said", quali "Home" e "The Desert Song", che sviluppano il lato più hard del gruppo arrivando perfino in un paio di casi ("I’ve Seen the Man" e, soprattutto, "Temptation") a lambire frontiere che anni dopo sarebbero state definite "stoner", spiccano episodi più lirici ed intensi quali "It’s All Over", "The Blind Man" e "Out", timide visioni apocalittiche dai toni epici e sofferti, per arrivare ai diciassette e passa minuti di "Seven", il manifesto dell’album che ne esemplifica perfettamente lo spirito e la fortissima tensione emotiva.

Dopo alcuni mesi spesi a calcare i palchi di mezza Europa sull’onda del botto fatto registrare dal loro imponente debutto, i God Machine scelgono significativamente Praga per le sessions dell’attesissimo seguito. Le registrazioni sono praticamente terminate quando l’imponderabile fa la sua tragica irruzione nel quotidiano, portandosi via nel giro di ventiquattro ore il bassista Jimmy Fernandez, vittima di un tumore fulminante al cervello.
"One Last Laugh In A Place Of Dying", pubblicato dopo molti ripensamenti nella primavera del 1994, non può che costituire lo sconsolato epitaffio della band ed, al tempo stesso, un ultimo, commovente omaggio, alla memoria dell’amico perduto. Nulla, a parte il titolo certamente dettato dal triste epilogo della vicenda, viene aggiunto a quanto concepito dal gruppo nella sua formazione originale, non una sovraincisione, non una copertina normale (saranno solo due piccolissime scritte su un anonimo sfondo bianco), gli stessi titoli provvisori che identificavano i pezzi durante la loro genesi.

Più diretto e compatto del predecessore, del quale conserva solo in parte l’imponente struttura armonica ed emozionale, pervaso da una malinconia di fondo, abbondantemente mutuata dai precedenti lavori, che sarebbe stupido leggere in chiave di sinistro presagio, l’album esalta ancora una volta le due anime della band, quella più heavy, riconoscibile nella matrice zeppeliniana di brani quali "The Tremelo Song", "Mama", "The Love Song", "The Life Song" e quella malinconicamente e soffertamente intimista di "In Bad Dreams", con il suo insolito arrangiamento di archi, di "Alone", "The Devil Song", "Boy By The Roadside" e delle due perle del disco, "The Train Song", con le sue splendide tessiture armoniche, e l’orientaleggiante "The Hunter".
Sarà una sorpresa davvero inaspettata ritrovare l’anima dei God Machine, due anni dopo, nelle delizie rigorosamente acustiche dei Sophia, al debutto con lo straordinario "Fixed Water".

di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 53, luglio 2001


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