GRANT LEE BUFFALO
When The Buffalo Roam Free.

Forse fu soprattutto un malcelato sentimento di amicizia e complicità, piuttosto che l’irreprensibile spirito critico di cui l’ormai consolidata carica di guru dovrebbe certamente averlo insignito, a spingere nell’ormai lontano 1993 Michael "The Voice" Stipe a giudicare Fuzzy, opera prima degli allora sconosciutissimi Grant Lee Buffalo, come il miglior album pubblicato nell’anno.
Dobbiamo ad onor del vero ammettere che, se non da podio, il disco era sicuramente da top ten: una volta superato lo scoglio di una copertina a mezza strada tra l’orrido ed il ridicolo (il faccione di Grant Lee Phillips, gli occhi bassi, in un primo piano da brufoli e punti neri; questa sicuramente da medaglia!) il coraggio dell’incauto ascoltatore veniva ricompensato in maniera più che adeguata.

Non è bastato purtroppo quell’insperato raggio di luce dall’Olimpo a fare dei Grant Lee Buffalo delle star al pari del loro più fortunato mentore: peccato perché i tre ne avrebbero avuto certamente le carte in regola. Giocarono il loro poker d’assi un po’ troppo in anticipo sui tempi: quelli erano gli anni post-Nevermind, erano i giorni di Primus e Nine Inch Nails e, anche se si cominciava a parlare timidamente di lo-fi, nessuno certo si sarebbe sognato di pronunciare termini quali New Acoustic Movement o Alternative Country. Scoprirono le carte nel momento sbagliato e la posta in gioco non era alta al pari delle loro aspettative: furono coccolati dalla stampa ma non ottennero adeguata risposta dal pubblico, e questo è alla fine ciò che conta. Con i primi malumori, le prime incomprensioni, arrivò in breve la disgregazione: ne parlarono gli ultimi due dischi prima ancora dei comunicati stampa.

La loro avventura aveva attraversato comunque una decade e prodotto quattro album comprensivi di un paio di capolavori: non poco, dopotutto, in un’epoca di passioni mordi e fuggi come la nostra. Un "insieme di canzoni, anni, sudore e sogni" che è stata la summa degli sforzi di tre persone e, almeno per un po’ di tempo, la summa dei desideri di un pugno di devotissimi ascoltatori. Ascoltatori fedeli e pronti a tutto, capaci anche di diventare estremamente violenti quando, in occasione del tour del ’95 dei Rem, cui ai nostri era riservato l’ingrato ruolo di apripista, l’ignobile pubblico premeva con fischi e urla per assistere allo show dei propri beniamini mentre sul palco si esibivano tre giovani all’apice della propria storia.
Una storia cominciata poco meno di un decennio prima nel segno degli Shiva Burlesque, il gruppo dalla line-up piuttosto instabile in cui a più riprese erano confluiti Grant Lee Phillips, che di giorno ricopriva di catrame i tetti delle case e di sera frequentava una scuola di regia, Paul Kimble, venditore in erba di complessi hi-fi, e Joey Peters, impegnato in mille occupazioni a tempo perso pur di sbarcare il quotidiano lunario.

Il complesso ebbe vita piuttosto breve e travagliata e due furono le testimonianze di quel repentino e silenzioso passaggio nel rock di quegli anni, un album omonimo nel 1988 e Mercury Blues del 1990: opere forse un po’ sopravvalutate dalla critica del tempo ma, ad ogni modo, completamente ignorate dal pubblico, che avrebbero acquisito una certa considerazione negli anni a venire soltanto in relazione alle più fortunate vicende della creatura che nacque dalle ceneri di quella esperienza, i Grant Lee Buffalo.

Anche se rappresentarono a tutti gli effetti l’alter ego di Grant Lee Phillips, autore unico di tutto il materiale pubblicato dal gruppo, sarebbe ingiusto considerare i Grant Lee Buffalo - almeno quelli dei primi due album- alla stregua di una one man band qualsiasi. E se pure furono lo specchio attraverso il quale il timido leader riuscì a mascherare la propria ritrosia nell’accettarsi e farsi accettare come solista, ad acquisire più coraggio ed una maggiore fiducia nei propri mezzi, non dimentichiamoci che i loro momenti migliori nacquero al crocevia di tre distinte personalità, profondamente diverse ma magicamente complementari.
Fu la Single Only Label dell’ex Husker Du Bob Mould a pubblicare, nell’estate del 1992, una versione primitiva del singolo Fuzzy ma, verso la fine dell’anno, arrivò la firma con la Slash/London e, da quel momento, le cose incominciarono a girare per il verso giusto.

L’esordio sulla lunga distanza del 1993 fotografa una band straordinariamente matura e padrona dei propri mezzi che, attraverso il recupero della tradizione, cerca di perseguire il proprio ideale di scoperta e di tracciare nuove strade nel rock tormentato di quegli anni. Registrato ai Brillant Studios di San Francisco, che hanno ritagliato le proprie sale all’interno di una fonderia secolare, Fuzzy cattura in pieno il fascino di quell’atmosfera grave e solenne, di quelle pareti che grondano di storia e che sembrano vomitare le fatiche di decenni sulla fredda tecnologia del presente. E lo fa attraverso il lirismo disperato di sonorità placide e maestose, ora stemperate sulle sei corde di una chitarra acustica ora forgiate nel metallo della strumentazione elettrica, attraverso linee melodiche semplici, solenni e accattivanti, leggermente imbevute di acido lisergico, che sembrano recuperare almeno trent’anni di canzone popolare americana, da Bob Dylan alle Violent Femmes, da Lou Reed agli American Music Club attraverso Dream Syndicate, Green On Red e Gun Club. Oltre alla dolcissima title-track sono tanti i brani che entreranno di diritto fra le cose migliori del gruppo, The Shining Hour, Jupiter & Teardrop, The Hook, Stars’N’Stripes, Wish You Well, Dixie Drug Store, mentre una menzione particolare merita la lunga Grace, posta quasi in chiusura dell’album con i suoi sei e passa minuti di controllate dissonanze, in totale astrazione rispetto al resto del disco ed all’eleganza promessa dal titolo.
Insieme a Michael Stipe furono però solo gli addetti ai lavori ad accorgersi dell’opera, ed i Grant Lee Buffalo si ritrovarono coccolati dai colleghi ed ignorati in buona parte dal pubblico, al quale cominciarono a dare in pasto il proprio nome attraverso una lunga serie di esibizioni dal vivo.

Mighty Joe Moon uscì solo un anno dopo (con un artwork decisamente migliore) e consacrò definitivamente il gruppo nel cuore dei suoi tifosi. Ancora una volta sonorità maestose e struggenti accanto a momenti di intimismo quasi disperato, una musica in grado di accarezzare, di scuotere e di percuotere, di lasciare l’ascoltatore affascinato e sgomento al tempo stesso. Nei momenti più intensi (Lone Star Song, Happiness, Side By Side, Rock Of Ages), quando perfino l’Apocalisse sembra essere a portata di mano, diviene finalmente palese il senso della grandezza dei Grant Lee Buffalo. Sembra incredibile solo a pensarsi, ma è ormai chiaro che il gruppo sta cercando di tracciare un’improbabile linea fra le due sponde dell’Atlantico, un ponte che per la prima volta tenta un ardito collegamento fra il recupero della musica roots dei grandi padri del suono americano e le atmosfere cariche di angoscia, inquietudine e disagio esistenziale care a tanto post-punk britannico. Chiamatelo dark-country se volete...

Fu però Mockingbirds, ballata esile e dolcissima di stampo quasi beatlesiano, a regalare alla band qualche minuto di celebrità nell’onnivoro mercato americano: merito soprattutto del video girato da Anton Corbijn, già conosciuto per il lavoro svolto con i Nirvana, che ebbe perfino una discreta rotazione su MTV. Ma ciò non fu sufficiente per creare un nuovo, per quanto fallace, mito: Mighty Joe Moon aveva la statura del classico e tutte le carte in regola per fare il fatidico botto, purtroppo fu solo un sassolino lanciato nello stagno e, al pari delle sue onde concentriche, cominciò a dileguarsi il collante che teneva insieme i Grant Lee Buffalo.

Copperopolis (1996) risente profondamente di questa frattura e sembra pagare il dazio di tre anni di sacrifici inutili e di ambizioni irrisolte. Ma la malinconia di un morale sotto i piedi lascia il passo, fra i solchi dell’album, ad un totale appiattimento del tessuto emotivo, di quella ragnatela di umori, sentimenti ed inquietudini che tanta parte aveva avuto nelle grandezza delle opere precedenti. Un disco formalmente ineccepibile, insomma, ben allineato sui binari di un folk-pop semplice e raffinato, ma perversamente appesantito da arrangiamenti fin troppo ambiziosi ed impeccabili: molto, troppo rigore e poca anima. Grant Lee Phillips avrebbe ammesso anni dopo che durante la gestazione del lavoro era completamente ossessionato da Pet Sounds, il capolavoro dei Beach Boys, e, una volta di più, scopriamo quanto sia deleterio porsi obiettivi troppo elevati.

Quando, nel 1998, vide la luce Jubilee, l’ultimo atto della saga dei Grant Lee Buffalo, il gruppo aveva già perso per strada Paul Kimble e, soprattutto, la speranza di avere un futuro. Ideata e realizzata come un disco di addio, con ospiti di prestigio quali Robin Hitchcock ed il pigmalione Michael Stipe, l’opera segna un passo avanti rispetto all’inconcludente predecessore ma evidenzia anche la più totale astrazione rispetto alle atmosfere che avevano impresso a fuoco i primi due lavori nel cuore degli appassionati.

Jubilee è infatti un disco solare, leggero, spensierato, decisamente il più accessibile della scarna discografia del gruppo: i brani sono sicuramente validi - il songwriting di Grant Lee Phillips, di fatto alla sua prima prova solista, non si discute - ma troppo spesso sconfinano pericolosamente in un pop edulcorato che non appartiene alla tradizione dei nostri, o almeno a quella che ci aveva conquistato.
Paul Kimble avrebbe proseguito la propria carriera in veste di apprezzato produttore, mentre Joey Peters avrebbe spostato il suo interesse verso la musica da film; dal canto suo Grant Lee Phillips avrebbe pubblicato in sordina una collezione di bozzetti acustici, Ladies Love Oracle (2000), disponibile solo attraverso il proprio sito internet, prima di approdare al più ambizioso Mobilize (2001).


di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 60, settembre 2002


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