GREATFUL DEAD
A proposito del Morto Riconoscente

La storia potrebbe avere una serie di inizi differenti, collocabili in diversi momenti. Due invece sono sicuramente i finali, collocabili senza dubbio (il primo) il 9 agosto 1995, giorno della morte di Captain Trips Garcia, e l’altro a cavallo tra 1999 e 2000, quando Phil Lesh entra in disaccordo con i superstiti, gli Other Ones, gli ex Grateful Dead, o comunque li vogliate chiamare. Coi suoi finali e con i suoi inizi, quella dei Dead rimane una delle più belle e affascinanti saghe della musica californiana, per quanto riguarda gli esordi, e soprattutto della musica nel senso più lato e spaziale che si possa immaginare. Un fenomeno senza precedenti, che ha fatto le scarpe a tutti i propri contemporanei ed è sopravvissuto anche ai più oscuri anni del XX Secolo, gli anni ’80, quelli dell’edonismo reaganiano, entrando trionfalmente nei ‘90 senza tema di venire spodestato dal proprio trono.

Non c’è jam band che tenga, nemmeno i grandi Phish, che possa insidiare il primato dei Grateful Dead e della filosofia di Haight-Ashbury e della San Francisco di metà anni ‘60. I loro contemporanei, dispiace dirlo, hanno fatto quasi tutti una brutta fine, artisticamente: i Jefferson sono diventati astronave e alla fine degli anni ’70 erano solo una macchina da soldi, senza anima e senza più neanche l’ombra dello spirito che aveva mosso anime e menti della musica californiana della golden age. I Quicksilver erano finiti già molto prima, soccombendo alla dittatura del redivivo Dino Valenti che uccise la creatività dei suoi compagni e predecessori. Altri gruppi ebbero addirittura vita più breve e i Moby Grape, all’alba degli anni ’70 erano già pronti per la psichiatria (sigh!). I Grateful Dead hanno saputo resistere, affrontando i tempi duri, senza però rinunciare a nulla, incorrendo in tutte le avventure e le sventure in cui sono incappati tutti i gruppi della loro generazione, dalla fondazione di un’etichetta personale (i Jefferson avevano la Grunt, E.L.&P. la Manticore, i Beatles la Apple...), esperienza fallimentare che poi è stata rivitalizzata e gode di salute ora incredibile; passando per gli autotributi in stile kolossal del tipo concerto sotto le piramidi d’Egitto (i Pink Floyd erano stati a Pompei e più tardi in mezzo alla laguna veneziana), fino ai lutti che hanno colpito loro quanto tutti i grandi gruppi del passato e del presente.

Per la verità, nel loro caso la malasorte pare essersi abbattuta con particolare accanimento sui tastieristi (Pigpen, Godchaux e Mydland) prima di colpire Jerry Garcia, dimostrando che, ahimé, i chitarristi non erano comunque immuni.
La resistenza ha portato questa colossale formazione a rimanere uno dei maggiori fenomeni da concerto di tutti gli Stati Uniti che pur senza pubblicare nuovi dischi per ben sette anni, era in grado di sbancare i botteghini in città come New York e Londra, lontane anni luce dalla nativa Frisco, nel giro di poche ore dall’apertura delle prevendite, balzando in cima alle classifiche col primo disco dopo tanto silenzio, loro che le classifiche le avevano sempre disertate, continuando a fare ne’ più ne’ meno di quello che avevano sempre fatto.
Spiegare il successo e l’importanza che questa band ha avuto sarebbe pane per un sociologo o addirittura per un antropologo, nonostante il proliferare di gruppi che ora si rifanno più o meno apertamente al loro sound e alla loro filosofia (l’unica formazione che mi sento di paragonare a loro, non tanto musicalmente quanto a livello fenomenologico, sono gli italiani Nomadi, vuoi per il leader carismatico barbuto e defunto, vuoi soprattutto per il trend itinerante e zingaresco dei loro seguaci, per quella non sopita filosofia hippy che ne caratterizza lo spirito).

In trent’anni di carriera, i Grateful Dead hanno tenuto circa duemilatrecento concerti, per lo più negli Stati Uniti, dove hanno continuato a essere un fenomeno non stop anche quando in Europa li si dava per scomparsi e in Italia, soprattutto, si credeva che avessero fatto la stessa fine dei loro contemporanei. La stampa italiana (molto poco) specializzata, li ha per anni snobbati, relegandoli nel limbo degli anni ‘60, come se all’indomani di Live Dead si fossero sciolti, considerando poco o niente il loro vero periodo fertile (i primi anni ’70) e degnando appena d’attenzione il live acustico di inizio anni ’80, autentico precursore di tutti gli inutili unplugged inventati da MTV. Da noi, insomma, si è continuato (con pochissime eccezioni) a considerarli solo per il loro contributo alla psichedelia, come se tutto quanto hanno fatto dopo non fosse stato fatto del tutto. Ironicamente si è scoperto quanto vivi e vegeti fossero quando è morto Garcia, e con lui il gruppo in quanto tale. Too late. Dopo quel 9 agosto 1995, in molti hanno scoperto chi era e cosa significasse Jerry Garcia, l’importanza che aveva come musicista e quanto fosse spazioso il suo raggio d’azione.
Forse se non ci fosse stato lui i Grateful Dead sarebbero finiti con Pigpen, l’armonicista, cantante e organista che era stato il simbolo e la forza trainante della band nei giorni felici dei figli dei fiori. Ma, per la verità, c’erano già stati Workingman’s Dead e American Beauty a dimostrare dove risiedesse la vera forza del gruppo.

Col senno di poi, è passato un bel po’ di tempo dalla dipartita di Jerry, possiamo ora individuare quale sia l’altra grande forza dei Dead. E, insospettabilmente, non è l’altro chitarrista, Bob Weir, l’altro autore dei brani del gruppo, l’altro cantante, il front man del gruppo, colui che sul palco occupava lo spazio centrale. No, oggi, cinque anni dopo, l’altra faccia dei Dead è prepotentemente il bassista Phil Lesh, il grande vecchio del gruppo, l’uomo ombra, il discreto, l’ex allievo di Berio, il compagno d’appartamento del pazzoide tastierista Tom Constanten, il coautore di alcune delle perle firmate da Garcia. Phil Lesh, col fegato nuovo (come il vecchio amico Crosby), è ora l’ex Dead più in vista, i suoi tour al fianco di Dylan, con una formazione mobile che contempla vecchi amici del calibro di Kaukonen e giovani leve come i Phish, il tastierista Pete Sears (che personalmente reputo l’erede di Nicky Hopkins), il chitarrista Warren Haynes (è troppo definirlo l’erede di Duane Allman?) e altre glorie della musica americana. I suoi concerti ripropongono versioni sempre più dilatate del repertorio dei Grateful, con l’aiuto di altri vocalist, dal momento che la sua voce non possiede la magia di quella di Jerry.

Se è ben chiaro che la magia dei primi anni ’70 appartiene ormai al passato, se è scontato che difficilmente torneranno quei giorni creativi e che hanno visto la splendida Comune artistica di San Francisco riunita più volte a realizzare capolavori senza tempo, da American Beauty a Blows Against Empire, da Baron Von Tollbooth a Deja Vu, per arrivare al capolavoro assoluto, irripetibile e senza uguali If I Could Only Remember My Name, è altrettanto innegabile la grandezza di alcune cose che i Dead hanno realizzato in seguito. Soprattutto dal vivo, perché quella, lo sanno anche i bambini, era la loro dimensione ideale. Basta ascoltare uno qualunque dei loro dischi live per rendersene conto. A testimoniarlo c’è anche una pubblicazione voluminosa che si chiama "Deadbase", un librone che è un po’ il tutto quello che avreste voluto sapere sui concerti dei Grateful Dead..., con le scalette di tutti i concerti, la collocazione temporale delle poche session di studio, la capienza degli stadi in cui hanno suonato, quante volte è stata eseguita ogni singola canzone, quali ospiti si sono susseguiti sul palco dei Dead, quante volte si sono esibiti in ciascuno stato (Unito e non). Una vera bibbia insomma, con tanto di recensioni dei fan delle migliori serate e analogo trattamento riservato alle serate di Garcia solista o con le sue varie formazioni errenbì e bluegrass. Districarsi nella discografia del gruppo può essere semplice quanto complicato: basta decidere se dedicarsi solamente a quei prodotti ufficialmente distribuiti sul mercato o cercare anche quelli disponibili solo per corrispondenza, i bootleg, certe collaborazioni, i nastri dei collezionisti, dei quali ultimi esiste un fiorentissimo mercato in internet o su riviste specializzate come "Relix", un bimestrale americano che da ventisei anni è il tam tam ufficiale di deadheads e simpatizzanti.

Se volete dedicarvi alla discografia ufficiale, i dischi da possedere sono pochi, o meglio pochi se paragonati a trent’anni di carriera della band. Dei dischi di studio, oltre ai due citati capolavori di inizio anni ’70, realizzati sotto l’influsso benefico di CSN&Y, dovrete procurarvi il primo omonimo album, per capire soprattutto come si è evoluto il suono e come Pigpen fosse l’anima originaria dei Dead, e Anthem Of The Sun per la sperimentazione in esso contenuta. Altri due dischi irrinunciabili sono Wake Of The Flood del dopo-Pigpen e In The Dark del 1987, il disco del ritorno, il disco che ha catapultato i Grateful Dead in vetta alle chart, sia dei LP che dei singoli. A metà strada sta Blues For Allah del 1975, pubblicato dopo l’unica vera pausa che i Dead si siano mai presa dall’attività concertistica: questo disco ha un’unica pecca, il brano che gli da’ il titolo, una lunga e inutile suite che è poi stata cancellata quasi del tutto dalle scalette live del gruppo. Sul fronte dal vivo, i dischi da avere sono di più, e perlopiù doppi o tripli (nell’edizione vinilica): Live Dead immancabile in tutte le enciclopedie dedicate alla musica rock, un disco epocale, famoso per la versione da venticinque minuti di Dark Star (ma qualcuno vorrebbe rinunciare a Saint Stephen/The Eleven o a Death Don’t Have No Mercy?), forse il più famoso tra i dischi dei Dead. Personalmente preferisco Grateful Dead Live e Europe 72, ma è solo una questione di repertorio, ogni live dei Dead ha la sua importanza e il triplo inciso in Europa è ricco di nuovi brani inediti, oltre che di canzoni dai due dischi del 1970; è anche l’ultimo con Pigpen, a cui è dedicato il successivo Bear’s Choice, registrato nel 1970, un po’ più approssimativamente, ma con begli estratti del set acustico che all’epoca il gruppo proponeva, e due monumentali rhythm’n’blues cantati dal barbuto armonicista: Smokestack Lightnin’ e Hard To Handle. Dimenticate pure Steal Your Face e procuratevi piuttosto l’equivalente in video "The Grateful Dead Movie", che per quanto non contenga performance spettacolari, vi da’ l’opportunità di vedere in azione il gruppo.

Fondamentale, invece, il live acustico Reckoning del 1981, già citato più sopra, dove vengono proposte alcune perle autentiche in chiave rivisitata e suonata con insuperabile maestria. Perché, ancora non l’ho detto, i Grateful Dead erano anche un gruppo di gente che suonava dannatamente bene insieme, oltre che suonare dannatamente bene in qualunque altro contesto. Piacevoli anche Without A Net ultimo disco del gruppo, composto di tre LP incisi prima della morte del terzo tastierista, Brent Mydland, e i postumi One From The Vault tratto dallo Showcase per la pubblicazione di Blues For Allah, e Hundred Year Hall inciso in Germania nel tour del 1972, ma con scaletta differente dal live dell’epoca. Per gli amanti del suono Dead dei primordi c’è il fenomenale doppio Fillmore East 1969 che racchiude due show tenuti nel pomeriggio e la sera dell’undici febbraio di quell’anno: uno con Pigpen protagonista, l’altro con Garcia. Fall Out From The Phil Zone è invece una raccolta di inediti live assemblata dal bassista Lesh, secondo i propri gusti e contiene alcune cose grandiose, con Pigpen scatenatissimo su In The Midnight Hour e Hard To Handle e un Garcia ispiratissimo nell’esecuzione della dylaniana Visions Of Johanna. Questo a grandi linee, per quanto riguarda i dischi ufficialmente in commercio. C’è poi, ma non è un mistero, tutta una serie di dischi che vengono distribuiti solo per posta, i Dick’s Picks, una collana di CD (all’inizio doppi, ma c’è anche un singolo, poi tripli e pure quadrupli) curata e selezionata dall’archivista di casa Dead, Dick Latvala (passato a miglior vita la scorsa estate.
I dischi di questa collana hanno la particolarità di raccogliere registrazioni non professionali, ma sempre di livello notevole (niente a che vedere con la qualità bootleg), relative ad un unico show del gruppo; in qualche caso le registrazioni risalgono a più date, però consecutive. Una vera manna per gli appassionati, e il fatto che questi dischi non siano in commercio nei negozi, evita, in parte, che si verifichi un’inflazione di prodotti che metterebbero in crisi l’acquirente non professionista, se così si può dire. Un gruppo come i Dead era in grado di suonare per una settimana di seguito, proponendo ogni sera una scaletta differente, e anche nei medley non sempre a un brano faceva seguito la stessa canzone, ogni loro concerto era un pezzo unico, ecco spiegato il fenomeno Dick’s Picks e il motivo per cui ai concerti di questa formazione ci fosse sempre uno spazio dedicato ai cosiddetti tapers, dove si sistemavano fan sfegatati con impianti semi professionali e microfoni enormi.

Il vecchio motto "There is nothing like a Grateful Dead concert" è quanto sia mai stato affermato riguardo alla capacità di espressione di questo gruppo durante le performance dal vivo, ed è anche la spiegazione di quanto difficile fosse per loro lavorare invece in studio. I dischi della serie Dick’s Picks sono reperibili presso la Grateful Dead Merchandise, P.O. Box X, Novato, CA 94948 USA, ma anche in rete sul sito ufficiale del gruppo http://mars.dead.net , dove potrete trovare tutta una serie di souvenir, oggettistica, poster, abbigliamento, oltre che tutti i dischi incisi dall’etichetta dei Dead, e tutta la loro produzione come gruppo e come solisti, nonostante il formato (per lo più 3 CD) i dischi Dick’s Picks costano mediamente come un singolo in Italia...
Tra i dischi di questa collana, sono sicuramente notevoli il quarto, con incisioni tratte da due concerti al Fillmore di New York del febbraio 1970, gli stessi da cui è tratto Bear’s Choice, forse l’incisione è un pelo al di sotto degli standard, ma c’è un medley di un’ora e mezza (diviso su due cd ovviamente) tra Dark Star/Other One/Turn On Your Lovelight che è a dir poco esplosivo, per non dire del resto.
Il secondo volume è singolo, contiene una delle prime performance con Keith Godchaux e per quanto breve è molto notevole. Il quinto Dick’s contiene una pregevolissima Uncle John’s Band che viene anche ripresa nel finale, e ripropone un concerto del 1979. Molto meno interessanti i due successivi, mentre l’ottavo è il mio preferito, inciso ad Harpur, New York nel maggio 1970, ed è considerato dai deadheads interpellati sul Deadbase uno dei migliori concerti del gruppo. Il primo CD ripropone il set acustico, con canzoni tratte dai due dischi usciti quell’anno, a cui partecipano anche John Dawson e David Nelson dei New Riders Of The Purple Sage (il gruppo parallelo di Garcia): a quell’epoca i concerti consistevano di un set acustico, un set dei New Riders e due set elettrici dei Dead; non serve alcun commento.

Negli altri due dischi ci sono interventi più legati al periodo psichedelico e i blues di Pigpen. Il volume 9, del 1990 ha dei gran numeri nonostante contenga meno improvvisazioni, per il fatto che si tratta di uno dei primi concerti con Vince Welnick e Bruce Hornsby. Un buon concerto del 1972 trova spazio sull’undicesimo Dick, che sta a metà tra il tour europeo di quell’anno e il primo disco senza Pigpen. Col numero 12 si rende giustizia al 1974, anno a cui risalgono anche l’ignobile numero 7 e l’altrettanto disdicevole Steal Your Face. Si tratta di due estratti di concerti nel New England del 26 e 28 giugno.
Altra perla disponibile solo per posta è Terrapin Station, nulla a che vedere col disco di studio omonimo, che contiene un concerto del marzo 1990 a tiratura limitata per finanziare un progetto della fondazione Dead e per gli appassionati c’è anche un disco inciso dai Mother McCree Uptown Jug Champions, il gruppo pre-dead in cui militavano Garcia, Pigpen e Weir. La speranza è che presto vengano date alle stampe anche le esibizioni che il gruppo ha tenuto nel 71 insieme a David Crosby, col nome di David & The Dorks. Fin qui le realizzazioni para-ufficiali. Per chi volesse approfondire ulteriormente ecco qualche segnalazione clandestina. Se il nome Mickey And The Hartbeats non vi dice nulla, provate a immaginarvi un trio psichedelico formato da Garcia, Lesh e Hart nel 1969, con Jack Casady occasionale ospite, ad eseguire interminabili jam su temi del repertorio usuale dei Dead dell’epoca: di questa formazione esiste un doppio album di dubbia legalità e grande interesse.

Grayfolded è invece un prodotto legalissimo, che contiene su due CD (oltre due ore) un montaggio in studio si oltre cinquanta versioni differenti di Dark Star assemblate da John Oswald. Tornando in cantina, c’è poi un live del 1971 pubblicato lo scorso anno in Inghilterra, intitolato Trouble Ahead, Trouble Behind con incisioni di varie date del tour primaverile. Ancor meglio un bootleg italiano con un pot-pourri di brano incisi molto bene nel 1994, quando Bob Weir era solito imbracciare la chitarra acustica per un paio di brani a sera, la raccolta è dedicata proprio a quei brani e s’intitola Springbreak 94. Imperdibile Dead Session, contenente incisioni del 1971 con la partecipazione ad alcuni brani della chitarra di Duane Allman. Le note di copertina sono errate, almeno in parte, ma la musica è strepitosa. Altri due must sono due tripli: For Dead Heads Only con registrazioni del 1978 e un paio di estratti dal periodo 1970-1971 con Pigpen. Questo disco contiene la miglior versione di Sugaree che il sottoscritto abbia mai ascoltato. L’altro triplo, Farewell To Winterland, è dello stesso anno ed è l’ultimo concerto di fine anno tenutosi nello storico locale di Frisco, in cartellone coi Dead c’erano pure i New Riders e i Blues Brothers (con Aykroyd e Belushi), che però non figurano sul disco: durante l’esecuzione di Not Fade Away sale però sul palco John Cipollina, e l’applauso a scena aperta che anticipa di qualche secondo la sua chitarra è commovente, quasi come il solo che segue. Evitate invece il cofanetto triplo dedicato ai concerti egiziani, non troppo brillanti e soprattutto incisi male. Piuttosto, cercate le session di studio con Bob Dylan prima del tour congiunto da cui è tratto Dylan & The Dead, contiene delle chicche assolute e si risente Garcia con la pedal steel dopo tempo immemorabile. Infine, ma visto il resto del contenuto, piuttosto oneroso, il triplo Glastonbury Fair, con una eccezionale Dark Star di quasi mezz’ora.

di Paolo Crazy Carnevale, tratto dalla rivista Late For The Sky


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