HAZELDINE
Tre "desert girls" americane

Ci sono buone probabilità che il nome Hazeldine non vi dica nulla e quindi tenterò brevemente di darvi qualche dritta. Il gruppo, sana espressione di un country-rock ripieno delle influenze più disparate, nasce a metà degli anni ‘90 da un’idea musicale di tre ragazze americane: Shawn Burton, Tonya Lamm e Anne Tkach, rispettivamente chitarrista/cantante, tastierista/cantante e bassista del gruppo. Il successo giunge a loro tanto rapido quanto inaspettato; il loro primo demotape viene infatti ben accolto dalla tedesca Glitterhouse che decide di produrre il loro primo lavoro dal titolo "How Bees Fly" che porta con sé un lungo tour diviso tra States e vecchio continente (non hanno però mai suonato in Italia) nel corso del quale riscuotono un notevole successo. È soprattutto la Germania ad accorgersi di loro, nel 1997 ricevono infatti dall'edizione tedesca di Rolling Stone il premio come miglior band emergente e lo stesso anno firmano un contratto per la Polydor. L’impatto con la major e con una produzione in grande stile non è però indolore, l’album dal titolo "Digging You Up" nasce in modo sofferto e verrà inspiegabilmente distribuito solo in Europa. Le Hazeldine non si danno però per vinte e decidono di autoprodursi un terzo CD di cover dal titolo "Orphans", che trova buona accoglienza nella E-Squared, etichetta di Steve Earle. L’inverno appena trascorso ha visto infine nascere "Double Back" (Glitterhouse). Un lavoro che suona maturo e sincero, un disco onesto, ben suonato e che riesce ad alternare paesaggi di desolazione interiore dal notevole realismo a storie con uno strano timbro easy e allo stesso tempo incattivite da un ruvido sound roots-rock. Be', direi che è venuto il momento di lasciare la parola a Shawn…

Come nascono le Hazeldine, amiche d’infanzia o sconosciute unite dalla musica?

Ci siamo conosciute ad Albuquerque circa otto anni fa; io mi ero traferita lì da un paio d’anni, ci ero finita per caso, quando un giorno in città arrivarono Tonya e Anne. Sentimmo subito un forte legame e decidemmo di andare a vivere insieme. Molto presto formammo una band dove io suonavo la batteria, non pensavo di poter cantare ma appena aprii bocca le ragazze decisero che ero una gran cantante… (ride, NdA).

Avete iniziato con la precisa intenzione di diventare musiciste oppure era solo un divertimento?

Suonare ci venne naturale, vivevamo insieme e suonavamo, ci divertivamo, iniziammo a scrivere quasi subito brani nostri e capimmo che la cosa poteva funzionare. Dopo aver rodato la band con qualche concerto, non molti in realtà, ci fu chiaro che avevamo tra le mani qualcosa di valido. Incidemmo un demo per conto nostro e in meno di un anno incidemmo il nostro primo lavoro per la Glitterhouse. Dal momento in cui ci accorgemmo che qualcosa si stava muovendo tutto poi accadde molto in fretta.

Qual è il vostro approccio nello scrivere canzoni, è un lavoro corale?

Ormai non più, sai, abitiamo molto distanti e così componiamo principalmente per i fatti nostri tentando poi di chiudere il pezzo insieme; il chiuderlo insieme è comunque molto importante. Personalmente do molto peso all’opinione che Tonya e Anne hanno di ciò che ho composto e lo stesso spero valga anche per loro.(altre risate, NdA)

Parlami un po’ di "Double Back".

Questo lavoro nasce durante una pausa successiva a due anni di tour molto intenso, abbiamo suonato molto in Europa, anche se mai in Italia (saranno però probabilmente in tour da noi prima dell’estate NdA). Ci siamo prese un po’ di respiro e quando ci siamo ritrovate avevamo già i pezzi pronti, a parte una canzone, "Miss Ordinary", che è nata in una sorta di live ripulito in studio.

Ritengo sia un disco portatore di differenti influenze musicali.

Sì, credo sia innegabile, del resto io e le ragazze dividiamo sì molte passioni musicali ma essenzialmente, e fortunatamente, proveniamo da background molto diversi. Anne ascolta molta techno dance ed è molto votata al groove ed è buono perché lei è il groove della band. Per quel che mi riguarda ho ascoltato molto country, mio padre faceva il musicista e suonava il banjo in una band di bluegrass e fin da quando avevo sei o sette anni ho ascoltato molti dischi di Dolly Parton e Emmylou Harris. Poi mi sono scocciata del country e sono diventata una punk rocker acida per qualche anno (risate, NdA), il risultato è che ora amo tutto, da Ray Charles e Aretha Franklin ai Clash. Mi piacciono molto anche Fiona Apple e P.J.Harvey. Tonya invece è un’appasionata di Vic Chesnutt, Richard Thompson e di tutto ciò che suoni gothic-english. Il risultato del mix è stato che per un periodo ci eravamo convinte di essere Neil Young & The Crazy Horse (risate, il chianti che ha accompagnato il pranzo inizia a pesare NdA) mentre ora crediamo di essere P.J.Harvey.

Quindi la tua era una famiglia in cui la musica già si respirava.

Sì, come ti ho detto mio padre suona diversi strumenti. Quando ero molto piccola, mio padre costruì un capanno degli attrezzi in cui teneva un immenso poster di Dolly Parton. Questa donna così cotonata, con questi seni enormi mi fece un’impressione tremenda e mi domandavo: "È questo il tipo di donna che piace a mio padre?!". Sembrava un’aliena, una plutoniana direi e non assomigliava per niente a mia madre!

Che importanza riveste lo spettacolo live per voi?

Lo riteniamo vitale, ci sono band che esauriscono il loro lavoro in sala d’incisione. Le rispetto molto, come gli XTC per esempio, li adoro ma noi riteniamo che l’essenza della musica sia stare su un palco e sentire l’energia della gente. Ad Amburgo, dopo un concerto, una donna è venuta nel camerino dicendomi "voi avete cambiato la mia vita" e io dissi "no no", ma lei insisteva "No, voi avete cambiato la mia vita" allora io le dissi " forse tu hai cambiato la tua vita e la nostra musica era la colonna sonora..." e lei disse seccata "No, VOI avete cambiato la mia vita". Ed è strano pensare che ciò che è accaduto a me con Bob Dylan adesso accada a qualcuno con la nostra musica (altre grasse risate rendendosi conto dell’azzardo del paragone! NdA)

Vuoi spendere due parole sui contenuti delle canzoni? In generale mi sembrano abbastanza "cupe".

Ciò che mi riesce meglio è narrare la distanza, lo star lontano da qualcuno o da qualcosa che ami, e che ti manca. Ci sono anche altri temi, tradimenti, il sentirsi persi, l’ambizione, la gioia. Lo sforzarsi di mutare le piccole cose della vita che alla fine ti ripagano rendendo migliori i tempi più difficili. Non riesco a scrivere di qualcosa che non conosco da vicino, che non vivo.

Hai altre forti passioni a parte la musica?

(lunga pausa di riflessione NdA) Amo i miei cani, mio marito, la mia famiglia, mi piace molto leggere, scrivere, fare musica, fare l’amore. Penso che la mia più grossa passione sia l’interesse verso le altre persone, farmi nuovi amici, o guardare i bambini mentre giocano o le persone mentre lavorano. Il promuovere concretamente l’aiuto reciproco e la gentilezza.

Saresti così gentile da farmi un breve excursus della vostra storia discografica?

Con piacere, sono qui per questo no?! Il nostro primo album "How Bees Flies", edito solo in Europa dalla Glitterhouse, è andato abbastanza bene se pensi che è costato davvero molto poco e che quando l’abbiamo inciso avevo da poco imparato a suonare la chitarra. Erano i primi brani che componevo, tutto era molto crudo, suona molto lo-fi e se lo riascolto oggi mi sembra di ascoltare un disco punk rock, le canzoni sono molto country ma con un suono molto naif. Col secondo invece è stata tutt’altra storia, grossa casa discografica, un sacco di soldi per produrlo e un sacco di tensioni in più; grandi session men che avevano suonato con Bob Dylan, eccetera. Come puoi immaginare c’era su di noi un sacco di pressione e penso che alla fine questo risulti evidente dal disco, tutto (troppo?) pulito e lucido. Il terzo invece l’abbiamo chiuso in due giorni, praticamente registrato live, tutte cover, una sorta di ritorno alle origini. Questo invece lo sento molto più maturo, gli arrangiamenti, il lavoro in studio, nuovi strumenti, del make-up sulle voci e effetti di chitarra, abbiamo sperimentato parecchio.

Ti ricordi la tua prima esibizione musicale?

Era una festa di Halloween, sai com’è tutti bevuti, ci eravamo vestite da stregacce e suonavamo di tutto dai Nirvana a Victoria Williams, abbiamo suonato per tutta la notte, ho preso dell’ectasy quella sera, il mio primo e ultimo rave, e giravo con i miei terribili dentoni spaventando tutti.

Perché scegliesti di trasferirti ad Albuquerque?

Io sono cresciuta in Florida e insieme a un’amica, appena finito il liceo, partimmo per cercare una città in cui trasferirci. Abbiamo girato un sacco e ad Albuquerque siamo finite per caso; quello fu il giorno più eccitante della mia vita, la gente era incredibile, mi fecero una strana impressione e un vecchio, molto vecchio, mi disse (con voce da "old far west", NdA): "Ti dirò una cosa di Albuquerque , il clima qui ti renderà molto più "buona" più disponibile." E così è accaduto, non trovi? (ultime risate! NdA) Poi c’era un sacco di gente strana, un sacco di gente che normalmente resta ai margini della società lì vive in silenziosa armonia. Ormai non vivo più lì, ma la gente di quel luogo mi ha segnato profondamente.

di Paolo Morgandi, tratto dalla rivista Late For The Sky


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