Può accadere a volte che quattro punti luminosi, nel
loro folle turbinìo gravitazionale, si trovino, improvvisamente ed
inaspettatamente, a convergere sullo stesso asse. Giusto il tempo di unirli
con un'immaginaria linea retta, prima che le spietate leggi del moto perpetuo
sospingano questi astri alla deriva verso nuove, incredibili, direzioni. A
chi è stato testimone di quella magica combinazione, uno smisurato
sentimento di nostalgia ed il ricordo, indelebile, della perfetta simmetria
fra
quattro grandi punti.
Luisville, 1994. Mentre i Codeine firmano, con
The White Birch, l’ultimo
atto della loro narcolettica reggenza, su un versante del tutto opposto i
Rodan, dei chitarristi Jeff Mueller e Jason Noble, danno alle stampe il loro
primo ed unico lavoro sulla lunga distanza.
Rusty, pietra angolare
per il (post) rock che verrà, filtra le ultime sclerosi del tardo sottobosco
hard-core attraverso l’ineffabile moviola degli Slint e, soprattutto, racchiude
la magia di un superbo distillato fra le divergenti anime dei leader: da una
parte i rigurgiti oltranzisti del primo, dall’altra l’intimismo quasi disperato
del secondo. Un matrimonio forzato che non sarebbe sopravvissuto all’epocale
debutto: di li a poco ne sarebbero venuti alla luce i primi figli degeneri.
Jason Noble sarebbe confluito nei classicheggianti Rachel’s mentre Jeff Mueller,
insieme a Doug Sharin (Codeine, Rex, Him, Direction In Music), Sean Meadows
(Lungfish, Sonora Pine) e Fred Erskine (Hoover, Crownhate Ruin) avrebbe formato
i June Of 44.
Con un nome affascinante e misterioso, ispirato ad un carteggio datato 1944
fra Henry Miller e la moglie June, il gruppo si presenta al mondo nella magnificenza
di un altro prodigioso debutto.
Engine Takes To The Water, messo insieme
in soli tre giorni nel dicembre 1994, vede la luce nei primi mesi dell’anno
successivo e, manco a dirlo, lascia tutti a bocca aperta. L’iniziale mini-suite
Have A Safe Trip, Dear ben ne delinea i tratti fondamentali, proponendosi
fin dal primo ascolto come una sorta di manifesto di quelle sonorità
trasversali: trame chitarristiche ruvide e disarticolate, sobbalzi imprevedibili
e continui cambi di tempo, un recitativo sommesso di sussurri e grida in un’atmosfera
di claustrofobia opprimente, echi di psichedelia e scampoli hard-core fra
Slint e Fugazi. Ma anche momenti in cui il ritmo rallenta e la rabbia cede
il passo alla malinconia: il lirismo introspettivo di brani quali
I Get
My Kicks For You,
Mooch e
Sink Is Busted risveglia in più
di un’occasione i fantasmi ingombranti di vecchi leoni che ormai non ruggiscono
più, Pink Floyd in testa.
Il successivo
Tropics And Meridians ricalca in buona parte gli schemi
del lavoro precedente e piace ma non entusiasma quanti, svanito l’effetto
sorpresa, si aspettano una correzione di rotta: soltanto una maggiore concessione
alla lunghezza dei brani, che questa volta sono solo sei, nonché la
presenza di un delicato strumentale (
Lawn Bowler) e di un dolce quadretto
quasi cantautorale (
Arms Over Arteries) accanto ai più tradizionali
marchi di fabbrica del gruppo (
June Leaf,
Sanctioned In A Birdcage).
Ma le medesime sessions di registrazione riservano, pochi mesi dopo l’uscita
dell’album, una inaspettata graditissima sorpresa: l’ep
The Anatomy Of
Sharks riesce a condensare in una ventina di minuti scarsa la migliore
essenza dello spirito del gruppo e, contemporaneamente, ad offrire interessanti
anticipazioni per l’immediato futuro. E’ soprattutto il brano portante,
Sharks
And Sailors, a lasciare letteralmente stupefatti: undici incredibili minuti
fra continui
stop and go ed improvvisi cambi di tempo, in cui le chitarre,
compresse un azzeccatissimo riff, stemperano umori lancinanti in limpidi fraseggi,
in caduta libera in un
maelstrom perverso e affascinante. Non è
però da meno il successivo
Boom nel quale, su un tappeto percussivo
di stampo quasi tribale, fa la sua magica comparsa la tromba di Fred Erskine
a tessere fragili ed emozionanti ricami ad altissima carica emotiva, mentre
la chiusura è affidata a
Seamingly Endless Steamer, tarda rilettura
del primo brano messo insieme dai June Of 44, in un ideale ponte con il passato
a suggello della prima fase artistica del gruppo.
Nel gennaio del 1998, con il nuovissimo
Four Great Points, siamo finalmente
alla quadratura del cerchio: le sonorità apre e un po’ monocordi che
avevano caratterizzato i lavori precedenti si aprono a 360° ad investire una
bella fetta dello scibile rock, in un continuo ed affascinante rimpiattino
fra passato e presente. L’iniziale
Of Information & Believ ben
delinea i tratti di questo nuovo corso con il suo lunghissimo incedere lento,
lirico e solenne verso bruschi squarci chitarristici: echi di folk, psichedelia
cosmica e scampoli di jazz insieme all’antico marchio di fabbrica. Ma c’è
anche posto per una strizzatina d’occhio al dub ed al trip-hop nei due brani
strumentali (
Lifted Bells,
Doomsday), per qualche riuscita
scivolata in atmosfere quasi pop (
Cut Your Face,
Does Your Heart
Beat Slower?), per un incredibile contrappunto fra chitarra e macchina
da scrivere con la tromba di Erskine a dipingere stacchi da brividi (
Air
# 17).
Raggiunto l’apice non può che incominciare il declino:
Anahata (1999)
lascia un po’ la bocca amara: tutt’altro che disprezzabile, l’album ha probabilmente
l’unico difetto di lanciare troppi sassi nello stagno lasciando necessariamente
qualche questione irrisolta. Splendida protagonista è la tromba di
Erskine, che duetta magnificamente con un
tremolo di chitarra nella
iniziale
Wear Two Eyes,
nobilita la coda di un ottimo brano
chitarristico (
Equators To Bi-Polar) e chiude brillantemente l’album
nella conclusiva
Peel Away Velleity, unico retaggio del ruvido passato.
In mezzo, però, disturbano l’eccessiva pulizia e la scarsa personalità
di tracce quali
Cardiac Atlas,
Recorded Syntax,
Southeast
Of Boston…e la lista potrebbe forse continuare.
Insieme alla notizia dello scioglimento dei June Of 44 arriva, sul finire
dell’anno, il mini
In The Fishtank, contenente brani tratti
dalle sessions dell’album precedente che nulla aggiungono alla ormai statica
vicenda del gruppo. Delle diverse rotte intraprese nelle navigazioni successive
non mancheremo certo di trattare in futuro.
di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 56,
gennaio 2002