LOOP
Senses Overload
L’Inghilterra
sotterranea della seconda metà degli eighties era stata inesorabilmente
scossa dal ciclone Psychocandy dei Jesus and Mary Chain, la cui miscela altamente
esplosiva di facili melodie e feedback a tonnellate aveva prepotentemente dettato
le nuove tavole dei comandamenti per l’indie rock di fine decennio.
La grandezza dei Loop più maturi (Robert Hampson voce e chitarra, John
Wills batteria, Neil Mc Kay basso, Scott Dawson chitarra; questa la formazione
definitiva) sta proprio nella fusione di tali dettami con gli echi della psichedelia
sixties che, ormai giunti a piena maturazione in terra d’origine, il Paisley
stava timidamente esportando oltreoceano.
Dopo un paio di EP ancora acerbi ed eccessivamente votati al mito dei fratellini
Reid ("16 Dreams" e "The Spinning", poi ristampati, con
inediti, nell’album "The World In Your Eyes") i Loop giungono all’album
di debutto con l’ottimo "Heaven’s End".
Fin dalle iniziali "Soundhead" e "Straight To Your Heart"
si delineano perfettamente le linee del suono Loop: un muro di chitarre abrasive,
riff ultra psichedelici, violente scariche di basso, voce filtrata appena un
filo sopra gli strumenti, ampio uso di echi e riverberi; rallentano i ritmi
nella successiva "Forever", introduzione alla psichedelia più
eterea e cerebrale, ma è un breve intermezzo: solo nelle conclusive "Head
On" e "Carry Me" il feedback si stempera a favore di strutture
più vicine alla forma canzone.
Il 1988 si apre con l’EP "Collision" dove, accanto a creazioni in
cui lo stile del gruppo tende verso la completa maturità, si segnala
la benemerita ripresa di uno dei brani migliori del Pop Group, "Thief Of
Fire", che, sotto la lente deformante dei Loop, acquisisce una nuova splendida
identità.
E’ solo di pochi mesi più tardi l’EP capolavoro "Black Sun"
in cui, oltre al brano eponimo, spicca la cover di "Mother Sky" dei
Can: una quindicina di minuti di pura delizia psichedelica che la dicono lunga
su una delle maggiori fonti di ispirazione dei nostri. Due parole anche per
la stessa "Black Sun", forse il manifesto del gruppo, dove un solido
riff di basso e sferragliate di chitarre abrasive si infrangono contro pareti
di feedback, mentre la voce, più vicina che mai al timbro di Ian Curtis,
conferisce a tutto il brano un tono prossimo a certe sonorità post-punk.
(Entrambi gli EP sono stati successivamente ristampati nella raccolta "Eternal").
Sul finire dello stesso anno, ultimo tassello di un trittico formidabile, esce
l’album "Fade Out", che sembra segnare un parziale superamento delle
atmosfere più classiche del gruppo a favore di costruzioni chitarristiche
più vicine alla tradizione rock: oltre ai brani dalla più marcata
matrice psichedelica ("Fever Knife", "Torched", "Fade
Out") si fanno infatti notare pezzi quali "This Is Where You End"
e "Pulse", oltre alla già citata "Black Sun", nei
quali scompare il consueto muro di chitarre a favore di riff più nervosi
e strutturati. Il risultato finale è pura catarsi emotiva e, probabilmente,
il masterpiece del gruppo.
Un deciso cambio di direzione viene lasciato intuire, dodici mesi più
tardi, dall’EP "Arc Lite": le tonnellate di feedback degli inizi sono
ormai solo un ricordo, le due differenti versioni del brano eponimo (anche per
i Loop si comincia a parlare di remix...) sono caratterizzate da un estenuante
giro di chitarra ripetuto all’infinito a da atmosfere vicine a quelle che si
respirano nei rave, mentre a confondere ulteriormente le carte in tavola ci
pensa la lunghissima "Sunburst", forse il brano più splendidamente
atipico di tutta la loro produzione, una eterea galoppata dalle vaghe reminescenze
floydiane nella quale si respira un’aria ovattata di mistero e inquietudine.
Chi pretende eclatanti novità a tutti i costi rimane però in parte
deluso: l’epitaffio dei Loop, l’album "A Gilded Eternity", segna un
parziale ritorno alle radici più psichedeliche del gruppo, anche se il
primitivo feedback viene rielaborato, alla luce della maturità acquisita,
a favore di soluzioni più ricercate che sembrano presagire ad una ennesima
svolta.
La rabbia antica sopravvive in isolati episodi (Breath To Me): a farla da padrona
sono aromi di vecchie spezie floydiane (Vapour; Be Here Now) o miscele più
raffinate dove, accanto agli ingredienti tradizionali, vengono mescolati nuovi
rumori e campionamenti (Blood), mentre alcuni dei tratti gotici delle precedenti
produzioni sopravvivono in "Afterglow".
Ma dei Loop, ormai, si comincia già a parlare al passato.
Dalla coppia Wills/Mc Kay nasceranno gli Hair & Skin Trading Co. che, dopo
alcuni album tutto sommato incolori, spariranno senza lasciare particolari rimpianti,
mentre ben più lunga e significativa è l’avventura intrapresa
dal duo Dawson/Hampson, i Main, che, partendo da posizioni prossime a quelle
del gruppo originario, approderanno ad interessanti lidi isolazionisti lontani
anni luce dal suono rock propriamente inteso.
Discografia essenziale (raccolte e partecipazioni escluse):
16 DREAMS (Head, 1987,
12")
THE SPINNING (Head, 1987, 12")
HEAVEN'S END (Head, 1987, LP/CD)
COLLISION (Chapter 22, 1988, 12")
BLACK SUN (Chapter 22, 1988, 12")
FADE OUT (Chapter 22, 1988, LP/CD)
ARC LITE (Situation Two, 1989, 12")
A GILDED ETERNITY (Situation Two, 1990, LP/CD)