MC CARTHY
"Questi sono giorni in cui è necessario essere
irragionevoli" (Malcolm Eden, da un’intervista al NME, dicembre 1987).
Nell’Inghilterra thatcheriana dei mid-eighties, dove appare ragionevole
tutto ciò che, in qualche modo, risulta allineato al sistema, un gruppo
come i Mc Carthy deve senz’altro sembrare quantomeno irragionevole.
Quando il Signore ti dona l’estro per scrivere delle perfette pop-songs, per
creare melodie che ti si attaccano alla pelle e non se ne vanno più via,
e per vestirle di suoni via via più sofisticati ed accattivanti, devi
essere per forza un pazzo per annegare tutto questo ben di Dio con intere secchiate
di vetriolo: testi ultra militanti (e non certo nella direzione più...ragionevole),
atteggiamenti che definire sconvenienti è puro eufemismo.
"Non saremo mai delle stars, per ciò che cantiamo"
(Tim Gane, da un’intervista a Rockerilla, giugno 1988).
E devi essere ancora più pazzo se ne sei perfettamente conscio, mentre
assisti, dall’alto del tuo orgoglioso anonimato, al successo di tante bands
più o meno esordienti che, per loro stessa ammissione, ti pagano un forte
tributo a livello di influenze ispirative, ma tant’è...
Con una copia di The Queen Is Dead sotto un braccio ed una del Capitale
sotto l’altro: così amiamo ricordare i Mc Carthy e, soprattutto,
per un pugno di meriti che vanno oltre il fattore in ogni modo capitale
di aver dato albergo, nelle riverite persone di Tim Gane e Laetitia Sadier,
al nucleo fondatore dei celebratissimi Stereolab. Desideriamo soffermarci soltanto
sui tre album che ci ha lasciato il gruppo: tre opere, lo diciamo subito, che
non hanno cambiato nessuna storia, non hanno impresso alcuna svolta...ma che
conservano, assieme ad una freschezza immutata a quindici anni di distanza,
il modello di un songwriting limpido e geniale in seguito raccolto da
decine di indegni epigoni, e, una volta tanto, sia celebrata la semplicità!
Anche questa storia, come tante altre, comincia sui banchi di scuola, sotto
i benefici effetti di una urgenza espressiva figlia del suo tempo e di prolungati
ascolti di Sex Pistols, Clash, Buzzcocks, Siouxie and the Banshees, che impone
di misurarsi con la forma canzone ancora prima di acquisire la necessaria tecnica
strumentale e compositiva.
Dopo un 45’ di prova (In Purgatory, 1985, stampato in 500 copie e successivamente
ripreso con un diverso arrangiamento), arrivano le prime pubblicazioni ufficiali
con i singoli Red Sleeping Beauty (1986) e Frans Hals (1987),
nonché, finalmente, l’album d’esordio I’m A Wallet (1987), che
ottiene qualche timido consenso sull’onda, è quasi inutile dirlo, della
programmazione radiofonica di Mr. John Peel.
Il disco raccoglie quattordici confetti della durata media di un paio
di minuti, dimostrando, quantomeno in questa attitudine alla concisione, il
giusto debito di riconoscenza verso i padri putativi. Sono brani in apparenza
gentili, vestiti di scarne trame chitarristiche fatte di pochi calibrati accordi:
basta scorrere un attimo i testi, però, per soffocare nella pressione
degli attacchi alla religione di God Made The Virus o di quelli, non
meno oltraggiosi, al governo della lady di ferro di In The Dark Times,
e sono solo due episodi citati a caso...
Dopo un nuovo, controverso, singolo dall’irriverente titolo di Should The
Bible Be Banned? (1989), vede finalmente la luce il secondo album della
formazione.
Opera senz’altro più matura e sofisticata rispetto alle uscite precedenti,
The Enraged Will Inherit The Earth (1989) supera d’un balzo lo spirito
un po’ spartano di I’m A Wallet nella direzione di una produzione sicuramente
più pesante, di una dilatazione degli spazi e di una più
accurata ricerca strumentale nella ormai consolidata matrice di un collaudato
pop-rock di impronta chitarristica.
In certi momenti (Keep An Open Mind Or Else, ad esempio) il richiamo
agli Housemartins, band dalle caratteristiche e dal destino incredibilmente
paralleli a quelli dei nostri, è francamente imbarazzante, ma sono, appunto,
momenti, piccoli tasselli di un disegno certamente superiore. L’onore
della citazione spetta comunque a furor di popolo all’iniziale Boys Meet
Girls So What, quintessenza della perfetta pop-song e vertice insuperato
nella produzione dei Mc Carthy.
L’entrata in pianta stabile nella formazione di Laetitia Sadier, fino a quel
momento presenza discreta orbitante intorno al gruppo dopo il contatto ad un
concerto parigino di qualche anno prima, saluta, nel 1990, la pubblicazione
del terzo ed ultimo album dei Mc Carthy Banking, Violence And The Inner Life
Of Today.
Un testamento senza dubbio prematuro ma di eccezionale livello. Pur senza vantare
picchi di inusitata bellezza quale fu Boys Meet Girls So What nell’economia
del lavoro precedente (anche se l’iniziale I’m On The Side Of Mankind As
Much As The Next Man è appena un gradino più sotto), l’album
gode di una maggiore omogeneità di fondo e si segnala, da un punto di
vista prettamente strumentale, per le ripetute incursioni delle tastiere di
Tim Gane, che formano quel caratteristico tappeto sonoro ipnotico e seducente
che diverrà un marchio di fabbrica nel suono degli Stereolab: se poi
al tutto si aggiungono le partiture vocali di Laetitia, che debuttano in alcuni
episodi del lavoro, il gioco è praticamente fatto!
Ma sarà comunque tutto inutile: anche questa volta le vendite non decolleranno
nella maniera auspicata e, nell’indifferenza generale, Malcolm Eden dichiarerà
ufficialmente chiusa l’esperienza del gruppo innescando, senza averne coscienza,
il micidiale ordigno esplosivo degli Stereolab.
di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 58,
maggio 2002