MOGWAI
Quando le parole non servono.
Ma se ci sono sanno fare anche male...

E’ ancora disponibile fra il merchandising ufficiale dei Mogwai una t-shirt recante l’accattivante ma poco diplomatico slogan Blur Are Shite. Fu una (fortunata?) iniziativa estiva del 1999 e venne poco dopo una ormai leggendaria esibizione al festival di Glastonbury durante la quale, forse aiutato da qualche Guinness di troppo, l’altrimenti placido chitarrista del gruppo Stuart Braithwaite cercò di aizzare le masse inerti con un poco elegante (ma sempre efficace) Fuck The Queen. E se un certo Damon Albarn pare abbia apprezzato la bravata ordinando, ma forse questa è solo leggenda, un congruo quantitativo di magliette, non abbiamo in verità di che riferirvi circa le reazioni ufficiali di Buckingham Palace all’ennesima neanche tanto velata provocazione. Certo è che perfino i Sex Pistols, nella loro insolenza, avevano dimostrato uno humor un tantino più inglese invocando, se non altro, gli uffici del Cielo per la vituperata Sovrana.

Sono solo due episodi indicativi di quella buona dose di coraggio e sfrontatezza che i Mogwai hanno esibito fin dagli inizi; quella forza che, non disgiunta da ciò che potremmo definire, a seconda della nostra benevolenza, come profonda fiducia nei propri mezzi o irritante superbia, portò la band a fare dichiarazioni del tipo "Il mondo non è ancora pronto per la nostra musica" o ad affermare con certezza di essere in grado di fare dischi dello stesso livello di quelli che ispirarono i propri fremiti adolescenziali. Qualche titolo? The Velvet Underground And Nico, Closer, Psychocandy, Isn’t Anything?, The Perfect Prescription, Spiderland.

Del resto l’audacia è una dote che non doveva certo mancare quando nel 1995, mentre Blur e Oasis si contendono a colpi sempre più bassi l’Oscar dell’Appiattimento, e tutto il music business sembra andargli dietro, tre ventenni decidono di uscire dalle nebbie di Glasgow per suonare una musica senza parole. I loro nomi sono Stuart Braithwaite (chitarra), Dominic Aitchison (basso) e Martin Bulloch (batteria) e, in ossequio ad una malfamata gang scozzese, decidono di unirsi sotto l’effigie di Mogwai. Dopo le prime sessions, per imprimere una maggiore impronta chitarristica a quel suono ancora in via di definizione, viene reclutata anche la sei corde di John Cummings.

Con questa formazione, nell’arco di diciotto mesi, il gruppo incide quattro singoli per quattro etichette diverse: Tuner (che per la verità le parole le ha e, per questo, diventa una piccola chicca nella prima discografia del gruppo)/Lower (1996), lo split Angels Vs. Aliens (1996) in compagnia dei fantomatici Dweeb, Summer/Ithica 27-9 (1996) e New Paths To Helicon pt. I-II (1997). Queste registrazioni, saggiamente riunite nell’album Ten Rapid del 1997, sono perfettamente esemplificative di una band già sufficientemente padrona dei propri mezzi e di uno stile ben delineato che, sulla scia del gran goal messo a segno proprio in quei mesi dai Tortoise, di cui è appena stato pubblicato l’epocale Millions Now Living Will Never Die, viene con prontezza mescolato nel gran calderone in ebollizione del post-rock. Nonostante l’evidente frammentarietà dei pezzi, almeno rispetto alla loro connotazione originale, il disco gode di una invidiabile coesione, tanto che alla fine riesce difficile pensare ad esso come ad una mera raccolta di singoli. E se è inevitabile il paragone con realtà contemporanee quali Tortoise o June Of 44, un ascolto più attento di quelle trame chitarristiche geometriche, di quelle lente progressioni alternate a scatti repentini, di quelle sottili movenze ipnotiche nel loro senso di distanza, rivela, in un gruppo capace di mostrare con la stessa accortezza tutti i suoi muscoli e tutta la propria dolcezza, un più ricercato gusto melodico ed una naturale attitudine psichedelica che riesce a scomodare perfino i primi Pink Floyd.

Nella tarda primavera del 1997 la pubblicazione dell’e.p. 4 Satin sancisce il fortunato approdo dei Mogwai fra le lungimiranti braccia della Chemikal Underground, la più importante label indipendente scozzese. Un matrimonio che, anche se non sarà destinato a durare per sempre, rimarrà fortemente impresso nei cuori e non solo quelli di entrambe le parti: se grazie alla Chemikal la band riuscirà infatti a oltrepassare i patri confini conquistando vette sempre più inusitate fra gli aspri rilievi dell’indie-rock di fine millennio, la label verrà ampiamente ricompensata con i suoi più grossi successi commerciali di sempre, tra i quali continuano a spiccare le oltre 50.000 copie vendute a tutt’oggi dal debutto sulla lunga distanza del quartetto di Glasgow.

Musicalmente il lavoro lancia segnali piuttosto contrastanti. L’apertura, affidata a Superheroes Of Bmx, lascia letteralmente senza fiato: si tratta sicuramente di una delle tracce più affascinanti ed ispirate del gruppo, un brano superbo, avvolgente ed onirico in cui l’ascoltatore viene letteralmente sommerso dai magnifici vortici creati da tappeti di sintetizzatori e chitarre, con la batteria di Martin solenne come un metronomo a scandire il tempo fra brusii di sottofondo e timide distorsioni. Se la successiva Now You’re Taken prosegue sulla stessa linea introspettiva con un recitativo sommesso magicamente accarezzato da dolcissime tessiture chitarristiche, sono i tredici e passa minuti di Stereodee, quasi interamente permeati da pesantissimi muri di puro e inconcludente noise, a suscitare non poche perplessità.

In ogni caso il gruppo si dimostra sempre più maturo e padrone dei propri mezzi, mentre l’attesa per l’album di debutto sale inesorabilmente di giorno in giorno.
Le sessions di registrazione di Mogwai Young Team, frattanto, salutano l’ingresso nelle fila del gruppo di un quinto, non troppo stabile, elemento. Si tratta dell’ex Teenage Fanclub e Telstar Ponies Brendan O’Hare che, in un giovanile accesso di entusiasmo e di autostima, cerca, in verità senza troppo successo, di mantenere il fatidico piede in troppe scarpe. La sua avventura nei Mogwai infatti, in qualità di disturbatore e non solo a livello sonoro, è parallela ai due progetti che O’Hare considera principali, quello dei Fiend 1 e -soprattutto- dei Macrocosmica, ai quali l’intrepido scozzese farà ritorno poco dopo la pubblicazione dell’album, portando uno sconquasso non indifferente nella band, che mai come in quel momento sarà vicina allo scioglimento.

Ma non corriamo e godiamoci prima la magnificenza di Mogwai Young Team, che vede finalmente la luce alla fine di ottobre del 1997.
Nel brano di apertura del disco, Yes! I Am A Long Way From Home, una voce femminile, avvolta da una morbida poesia chitarristica in delicato crescendo, avverte che la musica è più grande delle parole e più ampia delle immagini...e, con tale rigorosa dichiarazione di intenti, il gruppo si premura di regalarci un’opera al di fuori e al di sopra del tempo, dei generi, delle mode. Ci sono tutte le migliori lezioni di trenta e più anni di dottrina del rock in Young Team, ma nulla appare datato o databile perché gli insegnamenti del passato sono perfettamente filtrati alla luce del presente. Ci sono gli anni sessanta di Velvet Underground (ma dove non li troviamo questi benedetti Velvet? Provate un po’ a leggere anche le etichette al supermercato...) e Pink Floyd, i tardi anni settanta dei Joy Division, gli ottanta di Spacemen 3-My Bloody Valentine-Sonic Youth, gli albori dei novanta degli Slint…ma si fa prima ed è più giusto dire ci sono i Mogwai. Un’opera prima di una maturità quasi inaudita che fa strage di cuori un po’ dovunque: impossibile del resto non rimanere ammaliati da quegli immaginari paesaggi mentali, da quei voli ora tranquilli ora affannati oltre le quattro mura della propria dimora e del proprio pensiero cui è costretto l’ignaro ascoltatore. Epico è forse l’aggettivo migliore per un suono che vive di esplosioni violente e limpidi fraseggi, di dolcissime oasi di meditazione e dilanianti inferni di rumore, e che ha il suo punto di non ritorno nei sedici misteriosi minuti di Mogwai Fear Satan, in cui si rincorrono magicamente limpide progressioni chitarristiche e la dolcissima melodia di un flauto celestiale.

Sarà un disco con cui torneranno spesso a fare i conti i di nuovo quattro ragazzi di Glasgow, un fardello sicuramente pesante di cui avranno fretta di liberarsi il prima possibile, un po’ per le fratture ed i malumori connessi alla dipartita di O’Hare, un po’ per l’inevitabile questione che si viene a porre con tutto il suo carico di responsabilità: come riuscire a fare meglio?
Nel frattempo i nostri, complice il buon successo dell’album, non riescono a sfuggire alle lusinghe del remix e, nei primi mesi del 1998, vedono la luce in rapida successione la collezione Kicking A Dead Pig, in cui pezzi tratti in prevalenza da Young Team vengono omaggiati (o oltraggiati...) dai più o meno accreditati officianti, e l’e.p. Mogwai Fear Satan Remixes, in cui all’opera è nientepopodimeno che il Gran Sacerdote Kevin Shields.

La profonda avversione per una legge promulgata dalla zelante amministrazione conservatrice di Glasgow, che impone il coprifuoco per gli studenti nel natio distretto di South Lanarkshire allo scopo di contrastare i germi criminosi delle bande giovanili, conduce i Mogwai a stampare e distribuire migliaia di stickers con lo slogan Fuck The Curfew ed a pubblicare, nel bel mezzo della stagione estiva, il No Education=No Future (Fuck The Curfew) EP.
Il lavoro, pur nella sua dimensione ridotta, tiene bene il passo con l’ingombrante predecessore e viene ricordato soprattutto per la bellissima Xmas Steps, che entra di diritto fra le creazioni migliori del gruppo per i suoi dodici epici minuti, in cui un lento crescendo conduce ad una accattivante esplosione chitarristica che una lunga e dolcissima partitura di violoncello riporta delicatamente al silenzio.
Un brano che fa breccia anche nel cuore dei Manic Street Preachers, che invitano i Mogwai ad aprire la loro tournee nazionale autunnale. Non è un’esperienza esaltante per i nostri che, costretti all’infausto ruolo di apripista, riescono difficilmente a scaldare le grandi platee richiamate da ben diverse suggestioni, ai fischi delle quali il gruppo risponde con la consueta, irritante, sfrontatezza simulando improbabili brindisi pacificatori.

Sul finire dell’anno i Mogwai, che con l’ingresso del polistrumentista Barry Burns sono tornati in cinque, volano oltre l’oceano fino ai Tarbox Road Studios, nei pressi di Buffalo, dove li attende, in veste di produttore, l’ex Mercury Rev Dave Fridmann: è ora di pensare alla registrazione del secondo album.
Come On Die Young arriva finalmente nel marzo del 1999: uno slogan secco ispirato da una gang scozzese che trova ironica attinenza nella paura, comune a tante bands capaci di fare il botto al primo colpo, di essersi bruciati troppo in fretta.
Un altro album doppio, imponente, che offre una sintesi perfetta del cammino compiuto fino quel momento senza esibire, per la verità, particolari anticipazioni per i Mogwai che verranno. Brani lunghi, senza una struttura predefinita, che sembrano sfociare l’uno nell’altro come tasselli insostituibili di un unico, grande, movimento. Spariscono quasi completamente gli elementi di disturbo, i ritmi rallentano e le atmosfere si fanno più ovattate: è un sottile senso di malinconia a pervadere inesorabilmente l’ascoltatore man mano che il tempo scandisce le dodici tracce del disco.

Punk Rock, in apertura, omaggia l’Iguana esibendo in sottofondo campioni della sua voce, ma la vera sorpresa è la successiva Cody: una morbida ballata vagamente psichedelica in cui Stuart si scopre finalmente cantante. Rimane comunque un episodio isolato e l’opera prosegue celebrando, con toni più intimisti, quello che ormai è il marchio di fabbrica del gruppo: a noi soltanto il compito di citare, fra gli apici del disco, le maestose accelerazioni chitarristiche di Ex-Cowboy e l’altissima carica emotiva delle trame pianistiche nella successiva Chocky, oltre alla riproposizione della già nota Xmas Steps.
Un disco in definitiva quasi perfetto, che ha l’unico difetto di ricalcare in maniera fin troppo eloquente i fortunati schemi del lavoro precedente senza proporre o lasciare intravedere sostanziali cambi di rotta e, nell’epoca del mordi e fuggi, tanto basta a far arricciare il naso a più di un critico evoluto.
Una curiosità: i Mogwai rimangono impigliati in questa occasione nella tagliola di una sponsorizzazione, di cui in seguito cercheranno di liberarsi in fretta, da parte di un noto marchio di abbigliamento, giungendo perfino, in maniera abbastanza sospetta, ad apporre ad uno dei brani contenuti nell’album il titolo equivoco di Kappa.

Dopo la sconveniente esibizione al festival di Glastonbury, di cui abbiamo riferito in apertura, il gruppo riesce a pubblicare, sul finire del 1999, lo splendido Mogwai EP+2, che contiene quattro composizioni originali e due brani tratti dal precedente No Education=No Future EP.
Se per la cifra stilistica si può essere portati a considerare il lavoro come una protesi dell’album edito qualche mese prima, di cui sembra condividere la carica introspettiva e lo sviluppo ipnotico, un ascolto approfondito attesta senza possibilità di replica che ci troviamo di fronte a quattro fra i brani più ispirati dell’intera produzione degli scozzesi.

Stanley Kubrik, sentito omaggio al grande regista scomparso, ammalia con i suoi toni profondi ad alto potere evocativo, ma non è da meno la dolcissima Christmas Song, in cui gli arrangiamenti orchestrali si contrappongono ad elementi di disturbo di matrice elettronica, ed una citazione meritano anche le partiture quasi classiche di Burn Girl Prom Queen ed i riflettori accesi sul passato più turbolento nella conclusiva Rage:Man.

Il fatidico anno con tre zeri scivola via senza particolari inquietudini: nei mesi estivi i Mogwai si occupano dell’organizzazione del festival All Tomorrow Parties assicurando al cartellone nomi di spicco quali Sonic Youth, Shellac, Wire, Papa M e, soprattutto, esibendo in prima persona una spettacolare performance davanti ad un pubblico, finalmente, in visibilio per loro, mentre, sul finire dell’anno, riprendono l’aereo per gli Stati Uniti dove è ancora Dave Fridmann ad attenderli per la realizzazione dell’atteso terzo album.
"E’ molto differente dai lavori precedenti. Abbiamo usato un sacco di strumenti diversi, come banjos, violini, trombe. E persino i tromboni! E’ più Pet Sounds che Psychocandy. Ci sono un sacco di bands che in questo momento fanno il tipo di musica che noi abbiamo già fatto. Abbiamo bisogno di fare qualcosa di differente. La gente deve rimanere veramente sorpresa. (...)"
E’ Stuart a parlare a proposito di Rock Action, il nuovo album, che nel titolo omaggia ancora una volta il grande Iggy richiamandone un titolo, nei negozi alla fine di aprile del 2001 senza il consueto marchio della Chemikal Undergound.

E’ quasi una rivoluzione. Nella durata innanzitutto, che per la prima volta, dopo le monumentali opere precedenti, scende sotto i quaranta minuti. E, naturalmente, nei contenuti: un songwriting mai esibito prima che pone, accanto ai brani in cui è immediatamente riconoscibile l’ormai classica matrice del gruppo, anche canzoni per la prima volta nel senso tradizionale del termine, con facili melodie, suoni carezzevoli e, soprattutto, la voce. Più elettronica ma anche più arrangiamenti orchestrali per due anime contrapposte che cercano di convivere in uno spazio oltretutto ridotto. Se canzoni come Take Me Somewhere Nice, Dial: Revenge, Secret Pint, pressochè perfette nel loro impianto classico, ma anche lontane anni luce da quell’azione che sembrerebbe celebrare il titolo dell’album, lasciano un po’ sgomenti e disorientati i vecchi fans, in tracce quali l’iniziale Sine Wave e le epiche You Don’t Know Jesus e 2 Rights Make 1 Wrong, vere spine dorsali del disco, i Mogwai dimostrano che, quando riprendono in mano i vecchi arnesi da lavoro, non hanno ancora alcun rivale.

Alla fine però qualche dubbio rimane, anche per l’eccessiva frammentazione dell’opera: quale direzione prenderà il gruppo? Quale delle due anime prenderà il sopravvento?
Dubbi che vengono oltremodo accentuati dall’ascolto di My Father My King, l’ultima pubblicazione in ordine cronologico della band.
Si tratta di un EP che racchiude un unico brano di oltre ventuno minuti, la stralunata rielaborazione di un antico inno ebraico che, fin dai concerti dell’anno precedente, è diventata, in versione oltremodo espansa, il fulcro delle esibizioni dal vivo del gruppo.
Con l’inevitabile produzione di Mr. prezzemolo Steve Albini (ma, come nella maggior parte dei casi, tanto di cappello al vate di Chicago!), My Father My King è un brano davvero grandioso, e non solo per le sue ragguardevoli dimensioni, capace di condurre l’indomito ascoltatore in un viaggio verso l’infinito e oltre, dove il sogno si fa incubo e l’incubo ridiventa sogno, mentre suoni paradisiaci volgono in infernali muri di chitarre.
Un lavoro distante mille miglia sia da Rock Action che dall’intera produzione pregressa del gruppo.

E così, anche se non staremo certo ad arrovellarci in merito alla possibile piega che prenderanno gli avvenimenti in un futuro più o meno prossimo ...ben altri sono purtroppo i motivi d’ansia che ci riserva questo scorcio di millennio- termineremo la nostra storia con la previsione di un certo Stephen Malkmus che, ancora prima dello scoccare dell’anno 2000, ha definito i Mogwai "the band of the 21st Century".


di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 57, marzo 2002


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