MY BLOODY VALENTINE

I My Bloody Valentine sono probabilmente il gruppo che più di altri mi ha spinto a desiderare di raccontare la musica, Late For The Sky ha fatto il resto. Il gruppo di Kevin Shields (ma io ero innamorato di Bilinda Butcher) si è materializzato nella mia vita come una novità impossibile, "una bellezza impossibile da definire, impossibile da credere, una bellezza impossibile da sopportare" citando Nick Cave, loro grande mentore. E soprattutto un suono chitarristico impossibile da descrivere; ci hanno provato in molti, fallendo miseramente, chi ha tirato in ballo il feedback (mai utilizzato dalla band), chi le distorsioni eccetera. Semplicemente il suono dei My Bloody Valentine era espressione di loro stessi, del loro essere contemporaneamente fragili e violenti, dolci e aggressivi e sempre sulla linea di confine fra il successo e l’oblio. E’ il suono magmatico di chi ha saputo oltrepassare limiti e confini, trascinato oltre dal totale abbandono di sé di giovani anime completamente asservite alla musica.

La storia comincia a Dublino nei primi anni ottanta: Kevin e l’amico batterista Colm Cusak si mettono in luce con il nome di Complex, fuggendo poi a Berlino dove, nel 1984, pubblicano per la tedesca Tycoon l’ormai mitico "This Is Your Bloody Valentine", mini LP col nuovo nome della band, disco furioso e con forti riferimenti a Birthday Party e Stooges. Neanche un anno e i My Bloody Valentine ricompaiono a Londra, destinazione scelta per scommettere tutto sulla musica: cambio di formazione (fuori la misteriosa Tina, dentro la bassista Debbie Googe) e nuovo EP, "Geek", ma soprattutto determinante incontro con Joe Foster della Kaleidoscope, che non ci pensa un attimo a mettere i ragazzi in condizioni di potersi esprimere al meglio. La creatura partorita, il 12 pollici "The New Record By My Bloody Valentine", focalizza l’approdo musicale e mentale di Shields e soci: un luogo di miasmi psichedelici e chitarre fuzz che mostra ancora inquietudine e desideri di mutazione. Trascorrono pochi mesi e un altro EP ("Sunny Sundae Smile"), prima del nuovo e definitivo cambio di formazione (fuori il cantante Dave Conway, a cui si deve il nome del gruppo e dentro la splendida Bilinda Butcher), che produce l’EP della consacrazione: "Ecstasy", uscito nel 1987 per la Lazy Records in tremila copie, tutte sparite in un paio di settimane. Nonostante ciò il gruppo entra in una fase di crisi creativa e personale; troppe le spinte emotive, troppo il desiderio di innovazione, vissuto in modo conflittuale con quello di non abbandonare i canoni della canzone psichedelica di stampo folk-rock. A togliere le castagne dal fuoco ci pensa Alan McGee, boss della lungimirante indie label Creation che, su suggerimento di Joe Foster, mette il gruppo sotto contratto e sotto una particolare ala protettiva che produrrà miracoli creativi in sequenza, lasciando un segno indelebile nella storia (e nell’attitudine) del rock indipendente.

Preceduto dal deflagrante singolo "You Made Me Realise", alla fine del 1988 vede la luce "Isn’t Anything", primo vero album per la band di Kevin. Un disco fondamentale, un intenso itinerario di stordimento, estasi e tormento, fragilità e forza, un travolgimento emotivo segnato dal contrasto fra l’impalpabile e sofferta voce di Bilinda e il muro di chitarre impastate di suono di Shields. La fotografia nitida di quattro musicisti visionari, che viene presa a modello da una generazione da tempo in attesa di nuovi percorsi musicali da poter percorrere senza remore: è così che, al successo del disco, seguono nuove attese e altri successi, con una sequenza da brivido. Dal languido "Glider", fino allo stupendo, tormentato ed enigmatico "Loveless", altro grande album uscito nel 1991 e tutt’ora ultima testimonianza di una band inghiottita nel buio del silenzio, con una schiera di fans in perenne attesa di qualche speranzoso segnale (è sempre nell’aria e sono convinto che all’improvviso i My Bloody Valentine riappariranno a rinnovare le emozioni di allora). Kevin Shields ha lasciato da allora dietro di sé una lunga scia di apparizioni e collaborazioni, soprattutto con i Dinosaurs Jr. dell’amico J Mascis e attualmente sembra far parte a tutti gli effetti dell’organico dei Primal Scream, dopo aver suonato spesso con loro dal vivo e collaborato in studio. Con Bilinda Butcher, finita chissà dove, è rimasta una fragile amicizia, dopo una tormentata relazione sentimentale conclusa nel 1994. Debbie e Colm suonano ora in piccole band (Snowpony e Clearspot).

Si è parlato spesso di grosse difficoltà di Kevin a seguito dell’investimento di mezzi finanziari in un proprio studio di registrazione mai finito, si è parlato di incapacità a sopportare le pressioni del music business (da anni la Island e la Sire Records mettono dei soldi per mantenere "in movimento" le iniziative della band convergenti in potenziali nuovi progetti), si è detto anche di un master già pronto e distrutto da Shields col consenso dei suoi perché giudicato pessimo, oppure salvato in extremis e in fase di perenne rielaborazione. Sono forse queste voci a mantenere alta la temperatura attorno al gruppo, o lo è il ricordo ancora forte dell’impatto della loro musica nel cuore di chi li ha amati. Parecchie band, oggi affermate in ambito indie, devono molto ai My Bloody Valentine: Slowdive, Laika, Mercury Rev, Red House Painters, Flying Saucer Attack, così come gli ormai disciolti Verve. Molte persone, invece, a loro devono quella sorta di salvezza della propria vita di cui spesso parla Wim Wenders: averli vissuti profondamente e profondamente trattenuti, averne condiviso il sogno, spingendo un po’ più avanti il momento di crescere o di cominciare a invecchiare. E non è poco per una band con appena una manciata di dischi alle spalle.

di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 50, gennaio 2001


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