Acustico.
Elettrico. Un annoso passatempo. La prima volta che ho affrontato la diatriba
era il giugno del 1976, col mio migliore amico appena mollato dalla sua morosa:
io mi prodigavo per lui cercando possibili vie di consolazione mentre lui, mostrando
una precoce indifferenza alle tematiche dello struggimento, perlustrava la Brianza
alla strenua ricerca di vinili rari e a buon mercato. Neil Young riempiva le
nostre giornate per davvero: dopo l’ascolto, si imbracciava la chitarra e si
tirava sera. Interminabili nottate passate a decidere quale fosse la sua vera
anima, a fare esegesi di note, accordi e parole, discorsi ripresi puntualmente
il giorno dopo e poi ancora. Non mi stupisce affrontare l’argomento a distanza
di così tanto tempo; in fondo per chi ama il bisonte è stata materia
quasi quotidiana di vita (non vi preoccupate, nel frattempo abbiamo ugualmente
un lavoro e una famiglia quasi normali e pure dei figli normali).
Se gli antipodi sono considerati Harvest e Mirror Ball, ossia l’intento acustico
e la furia infuocata di cavalcate elettriche, Comes A Time e Ragged Glory, cioè
l’elegia campagnola e la vena da rocchettaro duro a morire, non dovremmo però
distogliere il nostro sguardo ricognitivo da quel notevole numero di dischi
che queste anime le contengono tutte. Dove collocare le nere profondità
di Tonight’s The Night, la lucidità strumentale di Zuma, la leggendaria
immediatezza di After The Goldrush, l’intransigenza di Time Fades Away, il blues
essenziale di On The Beach, gli obliqui honky tonk di Hawks And Doves; il periodo
Devo e quegli enigmatici lavori per la Geffen, (compresi i rockabilly rosa e
il vocoder)? E dove sistemare l’interminabile sequela dei feedback di Arc o
il lungo trip di Dead Man? E quei dischi, tanti, divisi a metà fra il
lato acustico e quello furioso, come l’inarrivabile Rust Never Sleep?; e i tour,
da solo con l’acustica oppure condivisi fra Crazy Horse, Pearl Jam, Booker T
and MG?
E’ chiaro che il discorso richiede una chiave di lettura più complessa
che riesca a decifrare più in profondità l’anima dell’artista
canadese, o che ne consideri l’ineluttabile insondabilità. Un’anima divisa
in due certamente, ma anche moltiplicata per dieci, cento, un’anima fragile
fin dal principio rispetto ai conflitti subiti dall’artista nel music business,
ma convinta a non cedere, a non alienarsi, una ribellione silenziosa durata
nel tempo. Già con i Buffalo Springfield (Out Of My Mind, Mr.Soul, Broken
Arrow) Neil presenta le credenziali di questa molteplicità e porta i
segni della sofferenza in una musica alienata.
Il primo periodo sembra segnato dall’aperto contrasto fra musica ruvida in liriche
criptiche: (Lei potrebbe tirarmi oltre l’arcobaleno e mandarmi via. Giù
al fiume ho sparato alla mia baby; morta, ooh, l’ho ammazzata - Down By
The River), alternate a parole taglienti in un contesto sonoro quasi dolce (Ho
visto l’ago prendersi un altro uomo. Andato, via, il danno fatto - The Needle
And The Damage Done); mentre sul versante politico il cantautore propende per
una rabbia più coerentemente esternata attraverso l’uso di chitarre crude,
(Ohio con Crosby, Stills e Nash, Alabama con gli Stray Gators, Southern Man
con i Crazy Horse).
E’ anche un periodo di forte idiosincrasia per le regole del marketing, che
Neil si trascinerà dietro per sempre, sfiorando punte di intransigenza
cruente, come nei dischi per Geffen già citati in apertura; un periodo
pieno di contraddizioni e di spinte in avanti, quelle che gli fruttano la frettolosa
e non del tutto attinente etichetta di loner (E’ un perfetto estraneo, un
incrocio fra se stesso e una volpe. E’ uno che aggiusta i sentimenti
e che cambia il modo di parlare…Quando lo vedi sappi che niente può liberarlo,
fatti da parte. Del tutto. E’ il solitario – The Loner)
L’arteria principale dell’anima del canadese che la divide fra acustica ed elettrica
apparirà in seguito attraversata da periodiche tracce devianti che hanno
costretto l’autore ad un confronto serrato con se stesso determinandone il conseguente
risvolto musicale ( occorre ricordare che la vita stessa gli ha presentato spesso
il conto, fra malattie, disgrazie e perdite, ma che egli, di contro, ha sempre
trovato nella musica la maniera per comprenderle, accettarle, superarle). La
musica quindi, intesa come veste sonora, approccio agli strumenti, sembra essere
la vera essenza di Neil Young, uno spirito composto da molti pezzetti di verità,
come le camicie a scacchi indossate venticinque anni prima di quelle griffate
del grunge; un tormento che fortunatamente non ha avuto mai modo di fermarsi
da qualche parte (pensiamo ad Harvest ad esempio: poteva essere un tremendo
punto d’arrivo già in partenza), un risvolto che lo ha reso unico, continuamente
citato e indissolubilmente legato, nella sostanza, a una miriade di artisti
e band venuti dopo.
Se proprio vogliamo cercare alcuni tratti caratterizzanti, li possiamo forse
trovare nell’inconfondibile stile chitarristico, elementare e irruento, nell’atteggiamento
sprezzante verso le regole del mercato, nel continuo alternarsi di periodi di
crisi e rinascite straordinarie, nella totale asincronia fra la sua produzione
discografica e i contenuti dei suoi numerosi tour e, infine, nell’essersi fatto
trovare puntualmente in sella al momento giusto; come a cavallo fra gli anni
settanta e gli ottanta con Rust Never Sleep e Live Rust, spartiacque in perfetta
sintonia col ciclone punk, oppure dieci anni più tardi, con lo splendido
bis Freedom e Ragged Glory, dischi che hanno preceduto e magari stimolato l’esplosione
del grunge.
Davvero unica la sua chitarra, sfiorata o arpeggiata, acida o psichedelica:
quella elettrica soprattutto, studiata da vicino durante la tre giorni di Woodstock
(dove si racconta anche di una pazza corsa ubriaca di Neil e Jimi Hendrix a
bordo di un furgone rubato), ma anche il suono meravigliosamente settato della
sua acustica, suonata con punte lisergiche, stoppata, o in tensione con l’armonica,
come nella stupenda iniziale parte solista di Unplugged, una delle rinascite
di cui parlavo prima. Una chitarra che, forse più di ogni altra cosa,
ha disegnato nel tempo le differenti anime musicali del canadese, facendone
emergere sempre inequivocabilmente il personale stato interiore, forse la voce
vera della sua anima più profonda.
Periodicamente, come una punteggiatura cadenzata, più o meno ogni sette
anni, un disco acustico torna a chiudere e riaprire lunghi periodi di crisi,
di lacerazione, di dolori e sofferenze stemperate nel fragore di suoni più
crudi o spiazzanti. Che sia giunto di nuovo questo momento ora, con Silver And
Gold, non ci stupisce più di tanto, se non per la certezza di poter cogliere
in maniera precisa qualche segnale positivo del suo stato di salute interiore,
o qualche elemento in più, forse, per meglio continuare a decifrare la
vera essenza della sua anima.