PAVEMENT
Elogio della pazziaStockton è una cittadina qualunque, sperduta nella valle centrale della California ad un buon paio d’ore di automobile dalla mitica Frisco. Tornare a mangiare la polvere delle sue strade anonime, fra quelle case tutte uguali, dopo aver completato gli studi di storia presso l’Università della Virginia è un po’ come rientrare in prigione per un crimine mai commesso Dopo avere trascorso inutilmente la giornata a rimuginare su cosa fare da grande, cercando oltretutto di convincersi che è proprio inevitabile crescere, la sera, se non vuoi morire, non hai altro passatempo che saltare su una macchina e fare il giro di tutti i bar del paese -mica tanti del resto- cercando di rimorchiare qualche sbarbina Ma anche questo divertimento finisce inevitabilmente per sfociare nella noia, vuoi perché ti senti diverso dalla maggior parte di quegli stupidi ragazzini, vuoi perchè, più probabilmente, non riesci a rimediare nemmeno un manico di scopa e il tempo allora trascorre con ancora più esasperante lentezza: una vera e propria mannaia.
A volte, si sa, saper strimpellare una chitarra può aiutare a salvarti la vita, se poi hai dalla tua un vecchio amico d’infanzia che la pensa più o meno come te, che condivide le tue idee, le tue pene e la tua sensibilità e che, come te, sa tenere in mano uno strumento, il gioco più o meno è fatto: uno a zero e palla al centro!
Stephen Malkmus e Scott "Spiral Stairs" Kannberg, come ribadiranno in seguito in più d’una intervista, formano i Pavement essenzialmente per combattere la noia tremenda di una tranquilla cittadina di provincia: una lotta davvero impari che non riuscirà a scacciare mai del tutto i fantasmi di un malessere esistenziale ormai inguaribile ("la noia è uno stato mentale dal quale non riesci a liberarti nemmeno se hai delle cose interessanti da fare, come incidere un disco per esempio"), ma consentirà almeno al gruppo di marchiare a fuoco un'intera decade e di venire eletto a simbolo di quello stesso mal di vivere messo in musica, di quella speranza, mai doma, di riuscire almeno ad allargare i denti acuminati di una dolorosissima tagliola.
Nella primavera del 1989 i due decidono di cominciare ad arrabattarsi fra nastri e strane ipotesi di missaggio con l’aiuto di un amico fuori corso, il quarantenne Gary Young, un ex-hippy che, oltre a vantare una passata militanza nei fantomatici Fall Of Christianity, misconosciuto combo punk-rock sopravvissuto al più totale anonimato solo in virtù della fama futura degli opener di uno dei loro concerti, tali Dead Kennedys (!), possiede anche un piccolo studio d’incisione domestico proprio nella cara vecchia Stockton.
Il risultato di queste incredibili sedute vede la luce in poche centinaia di copie nell’estate successiva, autoprodotto dai due per la label personale Treble Kicker. L’e.p. "Slay Tracks: 1933-1969", titolo già programmatico di una carriera tutta giocata sul non-sense, viene misteriosamente accreditato a S.M. e Spiral Stairs e contiene cinque pezzi che i due vorrebbero ispirati ai Chrome. Il disco esibisce una serie di stralunati bozzetti giocati prevalentemente su improbabili connubi di chitarre e tastiere mescolati a rumorismi vari e paga il dazio, più che ai succitati Chrome, a band contemporanee quali Fall, Pixies, R.e.m. e Sonic Youth; fra i brani dal senso più compiuto spicca la maturità quasi pop di "Box Elder", alla quale arriderà addiritura l’onore di una cover dei Wedding Present che, unita alla solita provvidenziale copia finita chissà come nelle mani di John Peel, contribuirà in maniera determinante a far circolare la strana sigla negli ambienti che contano.
La nuova pubblicazione del gruppo, che con l’entrata ufficiale di Gary Young alla batteria ed il reclutamento di un altro paio di elementi (il bassista Mark Ibold ed il secondo batterista Bobby Nastanovich) a supporto delle esibizioni dal vivo comincia ad assumere connotati più normali, viene edita l’anno successivo su Drag City. Il 7" e.p. "Demolition Plot J-7" non fa altro che aumentare la confusione già in atto intorno a quello strano approccio tipicamente qualunquista e volutamente dilettantesco alla materia rock; ai richiami già esposti in precedenza si comincia però ad affiancare, con sempre maggiore persistenza, soprattutto in brani quali "Forklift", l’ingombrante spettro dei Velvet Underground più visionari, che rimarrà una delle influenze principali e più scomode per la band in tutti gli anni a venire.
La marcia di avvicinamento al sospirato primo album continua nel 1991, sempre su Drag City, con il 10" "Perfect Sound Forever" il cui ridondante titolo, più che un ingiustificato accesso di smodata superbia, rappresenta una vibrante presa per i fondelli delle rutilanti pretese di eternità che accompagnano in quegli anni l’inarrestabile avvento dei piccoli supporti digitali argentati sulle gloriose ceneri del vinile. Il disco segna una ulteriore tappa verso il delinearsi delle strutture classiche della canzone pavementiana, con i suoi infiniti accenni alla tradizione appositamente filtrata attraverso gli specchi deformanti del presente, le sue violente scariche elettriche spesso distorte ai limiti del sopportabile e una dolente immediatezza quasi pop che si cela indifesa sotto questo manto di anarchismo libertario.
Quando, nell’estate dell’anno successivo, tutto è ormai pronto per la pubblicazione di "Slanted And Enchanted", prima fatica sulla lunga distanza per la band, accasatasi intanto presso la gloriosa Matador, il mondo che gravita intorno al rock indipendente è nuovamente con il fiato sospeso per la resa dei conti con l’ennesima next big thing. Dopo che un fortunato ed incredulo ricercatore era infatti riuscito a scovare, fra gli anfratti di ciò che una volta si era soliti definire underground, l’enorme pepita "Nevermind" ed il relativo filone da oltre sei milioni di copie, l’irresistibile miraggio di un altro simile prezioso aveva scatenato, fra stampa ed industria discografica, una vera e propria febbre dell’oro, che da tempo passava al setaccio tutte le cantine d’America alla ricerca dei nuovi Nirvana.
Anche i Pavement, vezzeggiati e coccolati dalla critica in base al loro bislacco potenziale ben prima di tirare le somme sul loro effettivo valore, al pari di tanti altri fiori anzitempo appassiti, non possono esimersi da questa nuova e più insidiosa tagliola. Dalla loro c’è però un talento vero e, non ultima, la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Il mondo del (fu) rock alternativo ha infatti più che mai bisogno di una boccata d’aria fresca: dopo anni di grunge, crossover, hip-hop e contaminazioni varie, di musiche che insomma, per quanto violente e trasgressive, poggiano su suoni strutturati e sovrapposti, da più parti si sente il bisogno di recuperare quell’immediatezza punk che, quindici anni dopo la presa della Bastiglia, sembra ormai in buona parte perduta. Certo non si parla ne si parlerà mai di rivoluzione lo-fi, ma quelle scarne registrazioni quasi domestiche, quelle melodie svogliate eppure accattivanti fin dal primo ascolto, quegli strani collages di suoni rubati un po’ dovunque e imbastiti alla bell’e meglio, riportano il rock ad una dimensione più umana con la promessa, forse illusoria, di essere nuovamente alla portata di tutti, di venire da gente comune per gente comune.
Con il quasi contemporaneo Sebadoh III, altrettanto valido ma sicuramente meno fortunato, "Slanted And Enchanted" rappresenta, ancor oggi, il manifesto di questa nuova scuola di pensiero. "Quasi tutto quello che facciamo in studio è frutto di decisioni momentanee e assolutamente non preventivate. Le nostre canzoni sono per lo più costituite da parti concepite separatamente, scampoli di musica che usiamo giusto per riempire i vuoti fra un frammento e l’altro di registrazione."
Sicuramente una delle situazioni in cui l’abusato termine di "diamante allo stato grezzo" risulta più confacente alla realtà dei fatti: la quarantina scarsa di minuti che l’album ruba alla nostra fuggevole quotidianità è una collana di perle di diversa foggia ma del medesimo irriverente splendore, per quanto, anticipiamo il maligno, quasi tutte siano di dubbia o dubbissima provenienza.
Dal fantasma dei Velvet Underground che aleggia più o meno dappertutto, ma in particolar modo in ballate ineffabili quali "Trigger Cut", "Summer Baby", "Loretta’s Scars" e "Zurich Is Stained", alle più o meno dotte citazioni di Sonic Youth, Dinosaur Jr., Fall e chi più ne ha più ne metta in un divertito e irripetibile cruciverba sonoro, fra strani rumori e melodie annacquate da distorsioni varie, in una generale, pesante, atmosfera di amatoriale sconclusionatezza, i Pavement ci consegnano, in tutta la sua semplicità, una delle opere più influenti degli anni novanta.
Nel tour americano che segue la pubblicazione del disco, il primo di una certa levatura, i Pavement sostituiscono il batterista Gary Young, sempre più preda di allucinazioni di stampo quasi barrettiano (davvero sorprendente la similitudine dei suoi strani comportamenti con quelli che portarono, un secolo prima in analoga situazione, all’estromissione del fondatore dei Pink Floyd), con Steve West per quella che sarà la line-up definitiva del gruppo.
Dopo la pubblicazione, nell’autunno del 1992, dell’e.p. "Watery Domestic", l’ultimo titolo con Young in formazione e, nei primi mesi dell’anno successivo, della provvidenziale ristampa dei primi tre mitici e.p.’s nella raccolta "Westing (By Musket And Sextant)", prontamente immessa sul mercato dai tipi della Drag City a ridosso della scia ancora luminosa dell’album di debutto, esce finalmente, nella primavera del 1994 sotto l’astruso titolo di "Crooked Rain Crooked Rain", la seconda prova ufficiale della band.
Lungamente e minuziosamente meditato (la responsabilità di dare un degno successore a "Slanted And Enchanted", è ovvio, non è delle più facili), registrato con mezzi tecnici più consoni e, soprattutto, senza quel guastatore di Gary Young che, indubbiamente, buona parte aveva avuto nel delineare i tratti di lucida follia che avevano reso inconfondibile il profilo dei nostri, "Crooked Rain Crooked Rain" se da una parte opera un addomesticamento del suono e dell’estetica lo-fi a favore di un improbabile (e infatti fallimentare) sbocco mainstream, dall’altra, è inutile negarlo, esibisce una serie di schegge mozzafiato e una più compiuta omogeneità di fondo che lo elevano forse addiritura al di sopra del fortunato predecessore.
Come al solito la rosa è molto ampia e variegata: dalla classicità di brani quali "Silence Kit", "Elevate Me Later", "Unfair" e "Hit The Plane Down", ballate elettriche dolenti e distorte in cui giunge a sublimazione quello che ormai è a tutti gli effetti il modello Pavement, alle melodie perfette e irresistibili di "Cut Your Hair", con tanto di coretti accattivanti, "Gold Soundz" e "Range Life", con la loro immediatezza che si potrebbe definire quasi pop se, sul più bello, non intervenisse qualche pizzico di sana follia a macchiarne senza ritegno la veste; da inconsueti momenti di riflessione con "Stop Breathin", che raggiunge vette di inusitata intensità, "Newark Wilder", "Heaven Is A Truck" e la conclusiva "Filmore Jive", ad uno strambo ed inedito intermezzo strumentale dal sapore quasi jazz con "5-4=Unity".
"Crooked Rain Crooked Rain" non schiuderà certo ai nostri le porte di un successo su vasta scala - la loro proposta, nonostante la levigatura, rimane troppo esclusiva per ambire al comune sentire - ma ne decreterà definitivamente il coronamento a stelle di prima grandezza dell’underground ed a portabandiera ufficiali della cosiddetta "slacker generation".
Dopo la proficua collaborazione di Malkmus, Nastanovich e West al progetto Silver Jews del vecchio amico David Berman, che frutterà nello stesso anno l’ottimo "Starlite Walker", giunge puntuale, nei primi mesi del 1995, il nuovissimo "Wowee Zowee". Ingiustamente bistrattato dalla solita critica spocchiosa, l’album, che sfiora la sessantina di minuti di durata, si presenta come un perfetto caleidoscopio sull’indie-rock degli anni novanta, verso il quale offre un ampio colpo d’occhio che non disdegna i fasti passati e ne anticipa persino un pugno di quelli che verranno: una rivalutazione, anche se tardiva, sarebbe veramente d’obbligo. Meno semplice e diretto dei precedenti, bisognoso di quei quattro/cinque ascolti attenti e prolungati che l’orologio che ci sovrasta è sempre meno disposto a concederci, il lavoro colpisce e stupisce in ragione di piccole perle come "We Dance", anomala apertura acustica dai toni dolci e soffusi, come "Rattled By The Rush", "Grounded", "Grave Architecture", ballate accattivanti con melodie dirette e toni epici alternati a lampi di follia; in episodi come "Motion Suggests", "Father To A Sister Of Thought", "Fight This Generation" e "Pueblo" i Pavement offrono il polso al loro lato più fragile ed intimista regalandoci altresì scampoli del passato più irriverente con "Brinx Job", "AT & T" e, soprattutto, "Half A Canyon", blues allucinato ed artefatto con un incandescente finale. C’è posto anche per un po’ di sano divertimento con scampoli quali "Serpentine Pad", punk violento ad abrasivo, "Best Friend Arm", che dall’iniziale furore punk sfocia in uno stralunato blues e "Flux=Trad", grunge demenziale fuori tempo massimo; chiude "Western Homes", preludio a chissà che cosa con voce filtrata, inserti di sintetizzatore e melodia di ghiaccio.
Il dopo "Wowee Zowee" è caratterizzato da un’intensa attività concertistica, culminata in una fortunata partecipazione al Lallapalooza, che tiene lontani per un po’ i nostri dalla sala di registrazione: i due anni che conducono all’uscita del nuovo lavoro sulla lunga distanza sono intervallati dalla sola uscita del "Pacific Trim" e.p., un nuovo pugno di canzoni orientate ad una fresca attitudine quasi-pop.
"Brighten The Corners" esce nel febbraio del 1997 e segna la felice conclusione di quel processo di addomesticamento dello stile pavementiano iniziato anni prima con "Crooked Rain Crooked Rain", alla spontaneità, immediatezza e semplicità del quale sembra tendere un ideale ponte. Per chi della schizofrenica eccentricità degli esordi si era fatto bandiera è quantomeno spiazzante trovarsi immerso, seppur attraverso un cammino graduale ed accidentato, in questa disarmante armonia, in questa stucchevole pulizia dei suoni, in questa apoteosi di melodia e buon gusto: un’arma micidiale offerta su un piatto d’argento ai detrattori del nuovo corso, che ne approfittano immediatamente senza accorgersi che è stata caricata a salve. Non fosse altro perché, appurato ormai che i Pavement degli inizi erano un gruppo diverso e avessero infilato la carta carbone fra "Slanted And Enchanted" e ogni album successivo sarebbe stata cosa ben peggiore, nemmeno l’ascoltatore più distratto e prevenuto può negare di trovarsi di fronte ad un grappolo di canzoni con qualche acino di dolcezza inaudita: come definire altrimenti "Shady Lane", forse la più bella melodia mai messa in musica dalla band in una ballata che ci riporta ai Television, o le quasi altrettanto epiche "Tipe Slowly" e "We Are Underused", passando per le lontane reminiscenze prog di "Transport Is Arranged", per il brillante singolo "Stereo", la cosa più vicina allo spirito antico, e per il curioso jingle-jangle di "Date W/Ikea", velato omaggio ai Byrds.
La navigazione dei Pavement si interrompe mestamente due anni dopo, nel 1999, nelle secche di "Terror Twilight", ultima forzata uscita del gruppo quasi a voler smentire a tutti i costi le voci ricorrenti che lo qualificano ormai da mesi come l'ex band di Steven Malkmus. E in effetti, pur senza avvalorare malignità che accrediterebbero il disco ad un malcelato esordio solista del leader a vele ormai ammainate, è davvero difficile rilevare un’impronta comune, l’impronta di una band, in un lavoro che, segnando, se possibile, un’ulteriore candeggio nei suoni e nelle forme, possiede il poco trascurabile difetto di non contenere nulla, o quasi nulla, che si faccia ricordare o che valga la pena di essere ricordato. Lo confesso: ci ho provato e riprovato all’epoca della sua uscita, ho fatto un ulteriore tentativo poco prima di scrivere queste righe, ma non ce la faccio, non riesco proprio a mandar giù questo boccone amaro, e in fondo un po’ mi dispiace, alla fine ciò che resta sono le belle melodie di "Spit On A Stranger" e "Major Leagues", non a caso uscite anche su singolo, e il curioso omaggio ai seventies di "Speak, See, Remember": troppo poco per un gruppo come i Pavement.
L’annuncio ufficiale dello scioglimento del complesso arriva negli ultimi mesi del 2000, quando gli ormai ex membri della band sono già tutti indaffaratissimi nei propri piccoli o grandi progetti personali, e fa calare definitivamente il sipario su una delle avventure più belle ed importanti del rock dei nostri anni. I Pavement, fattore strano ma non troppo, se ne vanno con il loro sacco sulle spalle senza aver lasciato in fondo alcun brano memorabile, alcun inno generazionale, alcun titolo che richiami immediatamente il loro nome e, probabilmente, anche questo è un segnale della loro grandezza e della forza innovativa della loro proposta: non una manciata di canzoni azzeccate ma una filosofia fra le più influenti degli ultimi vent’anni di musica rock.
Del resto chi già cominciava a disperarsi per la triste (ma forse opportuna) dipartita del gruppo, una volta infilato nel lettore il recente, eccellente debutto solista di Stephen Malkmus avrà certamente avuto modo di tirare un sospiro di sollievo: è ancora presto per pensare alle esequie, la storia dei Pavement sta semplicemente continuando sotto una nuovissima sigla; anche nella nostra musica, a volte, come in natura, nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma!Discografia albums:
- SLANTED & ENCHANTED (1992)
- WESTING (By Musket And Sextant) (1993)
- CROOKED RAIN CROOKED RAIN (1994)
- WOWEE ZOWEE (1995)
- BRIGHTEN THE CORNERS (1997)
- TERROR TWILIGHT (1999)
di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 53, luglio 2001