PEARL JAM
Rock and Roll can never die

I Pearl Jam sono stati forse la realtà musicale più importante degli anni novanta, un fenomeno dentro il fenomeno dei fermenti sonori esplosi attorno all’ipertecnologicizzata città di Seattle verso la metà degli anni ottanta; insieme a pochi altri rappresentano la possibilità di passare il nuovo millennio continuando a sperare nella musica rock, nella sua lenta evoluzione intesa anche come capacità di coinvolgimento planetario di una cultura giovanile possibile e non solamente semplice intrattenimento.
E’ stata un’altra decade decisamente povera sotto il profilo della qualità: la musica sta arretrando per fare spazio all’industria musicale, l’emozione non paga più e la tecnologia alla portata di tutti atrofizza creatività e innovazione, con i risultati che ascoltiamo. Ovviamente sono già partite le analisi di fine millennio, i dischi da salvare, quelli da buttare, da portare di là o da lasciare nell’immondizia assieme ai residui organici metabolizzati la sera di San Silvestro. Per quanto mi riguarda, mi sveglierò la mattina del primo gennaio e sul mio scaffale ci saranno gli stessi dischi della sera prima, mi limiterò magari ad analizzare qualche errore di troppo con la speranza che qualcun altro analizzi invece con urgenza come sia possibile abbassare il prezzo dei CD. Nel millennio che ci attende, i Pearl Jam saranno certamente una rock band di riferimento, attorno alla quale si potranno trovare chiavi di ingresso per apprezzare gruppi un po’ meno conosciuti, più alternativi che proveranno onestamente a farsi spazio o magari mappe per ripercorrere a ritroso il sentiero che altri in passato hanno battuto per spianare la strada alla band di Seattle.

Se provassimo a disegnare uno scenario di fondo a grosse pennellate impressionistiche dove innestare il fenomeno rock della Seattle anni ottanta, ci troveremmo al cospetto di nomi e situazioni che appartengono alla memoria, non soltanto quella musicale. A quest’ultima riferiscono le sonorità "garage" delle band anni sessanta (i Sonics erano gli eroi locali), un certo romanticismo rock epico che trova negli Zeppelin la massima espressione, il ciclone punk inteso come punto di rottura, l’interminabile scia luminosa del percorso artistico di Neil Young e le tensioni folk quale tramando non codificabile di un qualche cosa che parte dalla gente e sta vicino alla gente (in questo senso penso ad esempio che i Sonic Youth rappresentino la massima sintesi di folk urbano, ma spero di approfondire e chiarire meglio il concetto in un futuro ritratto dedicato alla band newyorkese, che aggiungerei fra le maggiori influenze delle nuove interpretazioni del rock che a Seattle hanno trovato terreno per divenire un fenomeno).

Non me la sento di inserire invece il filone metal che ho sempre interpretato come una bieca versione riduttiva e subdola delle degenerazioni del progressive hard da esportazione, anche se ha proliferato negli States e onestamente ha fatto parte del patrimonio genetico di molti di questi ragazzi; mentre prenderei il blues come punto cardine e costante dell’intero contesto, tipicamente americano, incubo atavico del rock bianco rispetto alla musica nera, una sorta di soggezione psicogenetica. Culturalmente invece un contenitore più ampio, un "way of life" di costume che ha trovato, almeno all’inizio, nel termine "grungy" quella sintesi di intenti psichedelici, di rottura (e quindi punk), underground (come la cultura indie in contrapposizione a quella major ad esempio) e perfino mainstream, senza bisogno di scandalizzarsi per l’inclusione del termine (il fenomeno grunge del resto, partito dall’Australia è stato importato negli States su pressione di grosse multinazionali dell’abbigliamento per innestare lo stile sgangherato nella naturale propensione degli americani rispetto al vestire male, spendere molto, mangiare peggio, sbavare attorno a un mito e tutta una serie di cose riprovevoli, le cui analisi lascio volentieri ai sociologi, tuttologi e dietrologi che proliferano ovunque).

Eightees, early morning
Un giovane di diciannove anni, Jeff Ament, forma la sua punk-band universitaria a Missoula nel 1982, attorno alla passione per il basket. Il gruppo si chiama Deranged Diction e propone un repertorio di cover hardcore (Flipper, Black Flag…), barcamenandosi attraverso focose esibizioni locali, demo e qualche riscontro di pubblico, cosa che li convince ben presto a trasferirsi a Seattle per concretizzare qualcosa. Giunti nello stato di Washington il gruppo si frantuma in seguito ad aperte divergenze e contrasti circa lo stile da seguire, dopo aver stravolto i propri concetti musicali attorno ad un progetto di rock ipnotico e nero. Steve Turner e Mark Arm, giovani altolocati reduci dal fallimento degli Spluii Numa e alla ricerca di un bassista per il loro nuovo progetto, si mettono in contatto con Ament, ma il lavoro di sintesi sugli intenti si rivela tortuoso. Nonostante ciò nascono i Green River e il biondo Arm si ritrova convinto a tralasciare la chitarra per concentrarsi sul lavoro di cantante. Viene così avvicinato il giovane chitarrista Stone Gossard, amico di Turner e già attivo con i Ducky Boys, un ragazzo colto, di buona famiglia e buone maniere amante dell’hard rock, in particolare dei Kiss e dei Led Zeppelin.

I Green River, con Alex Vincent alla batteria, diventano il gruppo più importante di una città ormai sveglia e di ciò la testimonianza è il fatto che la mitica etichetta Sub Pop sia nata proprio editando il secondo lavoro del gruppo (un E.P. dal titolo "Dry As A Bone", con il gurù Jack Endino in qualità di produttore). La band diviene una specie di mito locale, soprattutto per le esibizioni live, mentre sul versante discografico le ennesime divergenze fattesi più aspre circa la direzione da intraprendere creano grossi problemi nella scrittura di nuovo materiale. Infatti nel 1987 i Green River si sciolgono subito dopo essere stati inseriti nella compilation "Deep Six" (C/Z) in compagnia di altre locali band (Soundgarden, Malfunkshun, Melvins), disco che segna storicamente l’origine del fenomeno "grunge" a livello musicale. Due anni dopo lo scioglimento viene pubblicato l’unico album del gruppo, dal titolo "Rehab Doll", un disco che esprime bene la confusione dialettica dei componenti, già alla ricerca di soluzioni più in linea con i propri singoli intenti.

Con l’uscita di Mark Arm, che torna da Turner nel progetto Mudhoney, il resto del gruppo prova ad andare avanti col nome di Lords Of The Wasteland finchè non incappa in un personaggio straordinario, Andrew Wood, cantante dei Malfunkshun (band già da tempo meritatamente famosa nell’ambiente ma ancora senza riscontri discografici) che si unisce a loro per formare poco dopo i Mother Love Bone, un gruppo in qualche modo innovativo per l’aspetto comunicativo legato alle canzoni, merito delle grosse capacità di Wood di dare l’anima sul palco. Due parole in più su Andy non sono sprecate: tanta era l’esuberanza in concerto, la creatività gestuale e inventiva, tanto era fragile il suo carattere, in preda a ossessioni, lacerazioni e ansie di successo. Il frastuono interiore, il continuo cadere nella droga per poi cercare disperatamente di venirne fuori, cessano nel marzo del 1990, quando Andy viene trovato dalla sua ragazza in uno stato convulsivo, cosparso di fogli con appunti per nuove canzoni, cui seguì, dopo pochi giorni, il coma e la morte. In ogni caso i Mother Love Bone, sotto contratto per la Polygram e dopo essere stati corteggiati anche da altre major, vissero un paio d’anni di grande riscontro pur con un solo album (ma molti demo) alle spalle, "Apple".

La morte di Andrew Wood produce dolore e disorientamento nei giovani Gossard e Ament, ma Seattle è già in pieno fermento e sotto la lente dei media: Soundgarden e Nirvana cominciano a mietere successi anche in classifica e nuovi gruppi riempiono di bordate sonore scantinati e locali che proliferano in modo esponenziale, così come le sale di registrazione . L’amore e la dedizione per la musica portano Gossard a casa del vecchio amico Mike McCready, un ottimo chitarrista reduce però da pessime esperienze californiane, mentre Ament si diverte con i War Babies che cambieranno repentinamente nome in Love Co. E’ a questo punto che la faccenda comincia a farsi seria: Chris Cornell, cantante dei Soundgarden, coinvolge i tre ragazzi più il batterista Matt Cameron in un lavoro inizialmente "no profit" dedicato alla memoria di Wood. Ne nasce un vortice di intrecci e di idee che portano alla formazione spontanea di un megagruppo estemporaneo, i Temple Of The Dog (mutuano il nome da una strofa di una canzone di Wood), gruppo che avrà, con un solo disco, un grande successo di vendite. Contemporaneamente viene coinvolto un giovane benzinaio originario di Chicago che si trastulla tra surf e surf-band nella baia di San Diego, Eddie Vedder. Qui gli aneddoti si sprecano e sono gustosissimi, ma per non perdere la bussola ci limitiamo a ricordare che Vedder ricevette una cassetta da Jack Irons (ex batterista Red Hot Chili Peppers che ritroveremo più avanti nei Pearl Jam) con alcune basi registrate sotto la regia di Gossard.

Vedder restituì prontamente il nastro dopo aver scritto e cantato di getto i testi su quel materiale grezzo e fu subito invitato a trasferire sé stesso e la propria infanzia infelice in quell’avventura, arrivando a Seattle proprio mentre i ragazzi in sala registravano il disco come Temple Of The Dog (A&M); lampante sottolineare che ciò che bolliva in pentola era qualcosa di molto interessante e lo dimostra la prontezza con cui le major si sono contese quei nastri ed il futuro commerciale dei ragazzi stessi. In ogni caso le cose vanno avanti con il nome di Mookie Blaylock (proprio quello dell’idolo dei New Jersey Netz), combo che vede in formazione Gossard, Ament, McCready, Vedder e Krusen; il gruppo si mette in tour per un mese con gli Alice In Chains, poi con i Nirvana e i Soundgarden, comparendo contemporaneamente nel film "Singles" in veste di band di Matt Dillon. E mentre comincia a organizzare con tranquillità le idee attorno a quello che diventerà il primo disco dei Pearl Jam ("Ten", il numero di maglia di Mookie!), il fenomeno di Seattle è già esploso anche in classifica e nell’opinione pubblica, per opera di Nirvana, Soundgarden, del film di Crowe e di un effetto trascinamento ormai a livello continentale: l’industria stende il proprio velo e ovviamente, la musica non sarà più la stessa.

Siamo nel maggio del 1991 quando Krusen lascia il gruppo al termine delle registrazioni mentre la band annuncia di chiamarsi Pearl Jam per impedimenti legali circa l’utilizzo del nome del campione dei Netz, ingaggiando Dave Abruzzese (già con Edie Brickell) alla batteria per le prove di un tour che si annuncia interminabile e firmando con la Epic Sony dove nel frattempo era approdato l’amico Michael Goldstone della Polygram.

Questa lungo intro ci aiuta a capire come mai i Pearl Jam arrivino al debutto con un lavoro già fin troppo maturo, perfino fastidiosamente curato, un disco che viene accolto un po’ in sordina ma che comincia a macinare con inesorabile costanza record di vendite che frantumeranno nel tempo perfino il capolavoro dei Nirvana, "Nevermind". "Ten" esce nel settembre del 1991 con la band già in tour lungo l’America, concerti che si protrarranno via via per oltre un anno ininterrottamente, fra singoli a catena e premi a cascata quale migliore nuova rock band in circolazione, fino al repentino e controverso giro in Europa nella primavera dell’anno successivo. A questo punto conviene tirare il fiato per un’escursione veloce sull’intrigante evoluzione delle collaborazioni dei singoli componenti dei Pearl Jam: anche se la cosa rischia di occupare tutto lo spazio della rivista, rimane un viaggio affascinante. Fra i più attivi è Stone Gossard, il meno fragile di carattere, sempre alla ricerca di una cantina e di qualcuno con cui condividere l’amore per la musica; Stone è un tipo che personalmente adoro. E’ l’ago della bilancia, l’ossatura ritmica della band, il contraltare alla fragilità di carattere e alla furia di Vedder, all’impeto passionale di Ament, all’imprescindibile logorroico stridere dei preziosi ricami acidi di McCready; misurato, rigoroso, mi piace un casino perché è capace di stare in tour per un anno e poi tornare a casa per correre subito a suonare ancora da qualche parte, di provare per dieci ore di seguito in studio e poi andare in una radio locale con l’acustica e il nuovo pezzo.

Gossard è fra i promotori del progetto Brad che ha al suo attivo due album ("Shame" del 1993 e "Interiors" del 1997) di grandissima qualità, ondeggiante fra rock granitico e venature di funk e r. & b. suonati alla grande. Inoltre è il fondatore di una etichetta, Loose Groove, che ha prodotto una miriade di dischi originali e sperimentali. Anche Vedder vanta preziose escursioni (come quella con i redivivi Doors ad esempio), nonché vive di interessi sconfinati per qualsiasi cosa, dalle originalissime trasmissioni radio al lancio di nuovi gruppi e talenti; così come McCready è a sua volta richiestissimo nella veste di sessionman e Ament, che resta un ragazzone animato da una finezza musicale particolare: sua è la cura e la realizzazione dell’artwork delle bellissime e costosissime copertine, sue sono le spinte orientali che hanno arricchito la musica e la vita degli amici, sua è l’anima giocosa che divide il tempo fra band, viaggi e basket. Nel 1996 Jeff è attivo con un trio a Istanbul, i Three Fish, gruppo che valorizza la musica persiana e le poesie di Rumi, oltre a contaminazioni fra cultura psichedelica e spiritualismo.

Seattle & Co.
Prima di percorrere la discografia dei Pearl Jam, cosa doverosa e che ci permette anche di focalizzare l’impegno del gruppo nei confronti di un lavoro preso seriamente, è quasi d’obbligo fermarci un attimo e fare una zoomata su ciò che nel frattempo è diventata la città di Seattle dal punto di vista musicale. Memore di un passato di garage band, impregnato nell’ascolto del blues e di massicce dosi di hardcore (Sonics, Stoogies, MC5) e di Kiss, l’ambiente della cittadina esplode, dopo anni di gavetta, proprio alla fine degli anni ottanta creando il fenomeno "grunge". Le caratteristiche più sconvolgenti sono, assieme ad un ritorno alla grande dell’emozione rock pura, la miriade di band all’attivo, l’esplosione delle etichette indie (sarebbe interessante raccontare la storia della mitica Sub Pop e della C/Z), le colossali vendite di gruppo, un effetto benefico su tutto il rock statunitense e purtroppo la repentina atrofizzazione verso qualcosa di meno immediato.

Se Minneapolis stava vivendo una parabola discendente dopo il ciclone Replacement e Husker Du (senza però dimenticare i Soul Asylum e tutto l’alternative country rock), se la California stagnava attorno a poche gloriose band, altrove era un brulicare di gruppi alternativi. Il sud si risvegliava grazie alla costante ascesa dei capiscuola R.E.M. e all’esplosione dei Black Crowes, New York vantava la più pura e innovativa band underground, i Sonic Youth, attivi già da tempo, ma era soprattutto Chicago, in stretta collaborazione con Seattle, a trovare nuova linfa per il rock indipendente, attorno a piccole preziose etichette (Drag City, Touch And Go, Skin Graft) e alla figura di un illuminato produttore musicista di nome Steve Albini (già nei Shellac). Sul lago Michigan emergono band come Smashing Pumpkins, Mule, Jesus Lizard che suonano rock innovativo, tenendo i piedi ben saldi nella tradizione. Da non dimenticare anche una creativa band overgeografica come i Pavement.

Seattle vanta invece i pezzi da novanta, gruppi come Nirvana, Alice In Chains, Soundgarden, tutti quelli citati nella genesi dei Pearl Jam, Screaming Trees, ma soprattutto raccoglie stimoli e fermenti come una calamita, tanto che, ad esempio, perfino un "tranquillo" come Peter Buck va a prendere casa lì intorno. La regola della sintesi mi impone di tornare sul sentiero tracciato anche se abbandonare queste interessanti ramificazioni mi da l'idea di fare torto a qualcuno che magari mi è rimasto nella penna.

Once upon a time Pearl Jam
Eravamo rimasti all’estenuante attività live dei Pearl Jam e all’arrivo in Europa. Qui si consuma uno strano rito tipico del mercato anglosassone: il tam tam del rifiuto. "Ten" viene stroncato dalla critica, giudicato troppo patinato rispetto ai nuovi idoli Nirvana. In realtà, anche se l’impatto è ovviamente differente, si celebra il diverso approccio attorno al mito della rock band e del leader carismatico. Gli inglesi si immedesimano nella profondità del male di vivere di Curt Cobain, tuffandosi in quel rock distorto e melodico, indolente e ripetitivo come ci si tuffa in una bella sbronza. La musica dei Pearl Jam è sostenuta dal malessere di Eddie Vedder, creatura fragile (come Chris Cornell dei Soundgarden) ma anche impetuosa e vocalmente aggressiva; la stessa musica su disco è però un po’ fiaccata da una produzione troppo pulita, dove gli assoli non fanno la differenza. La differenza e per fortuna entrerà nel codice genetico dei Pearl Jam, la fanno invece le esibizioni dal vivo, che diventano più tirate, più violente, più debordanti verso un suono decisamente vibrante ed elettrico.
E’ comunque un disco d’esordio in qualche modo eccezionale, dove i ragazzi presentano le credenziali di un gruppo che raccoglie la sfida rock dimenticata, senza dimenticare gli eccessi e le contaminazioni, né il passato del rock stesso, né le proprie radici. "Once", "Alive", "Evenflow", "Jeremy", hanno le idee chiare e sufficiente forza aggregativa delle ansie giovanili. Gossard fa la parte del leone a livello musicale, ma è Vedder che incarnando l’onestà di fondo diventa l’anima del gruppo. Scorrendo i ringraziamenti si ritrovano le radici e la storia di questo favoloso punto di partenza.*

Dopo due anni passati a suonare ovunque e dopo le prime crisi di nervi di Eddie, i ragazzi tornano in studio con l’esigenza di cambiare suono e fortunatamente incontrano Brendan O’Brien, il tipo del "buona la prima" che ci voleva per canalizzare la giusta energia senza controllarne gli effetti . Tutti in una stanza dunque, con gli amplificatori di fronte e nascono le canzoni del secondo lavoro, un disco favoloso e teso che la band non sa, fino all’ultimo, come intitolare. "Five Against One" diviene "Pearl Jam" per fermarsi definitivamente a "Vs.", dopo vicende discografiche e copie uscite in diverse versioni. E’ l’occasione per ricordare l’amore del gruppo nei confronti del vinile e sarà una costante l’uscita del CD sempre dopo una quindicina di giorni rispetto all’album. Il nuovo disco si apre come una furia animalesca con "Go" e "Animal" ma contiene tutta l’essenza delle diverse anime del gruppo: "Dauther" è una ballata tirata che ricorda i R.E.M. (dal vivo è l’occasione per inserire piccole cover), una canzone che offre anche intuizioni geniali dal punto di vista linguistico (Young girl, violin (lence)), "Dissident" diventa un inno dove attorno a una classica struttura rock si infiammano accelerazioni improvvise e coinvolgenti e "Elderly Woman" un altro episodio rilassato con un’anima bruciante. Anche le tematiche riflettono l’impegno del gruppo verso l’onestà, il mettere in discussione i modelli e in qualche modo ricorda ciò che avevano fatto a suo tempo i Who nei confronti del disagio giovanile.

Il disco risuona in modo più evidente le influenze dei Led Zeppelin, di cui i Pearl Jam hanno raccolto il testimone forse in modo più autentico rispetto ai successivi lavori di Page e Plant in coppia. I ragazzi portano questo disco in tour con la convinzione di avercela fatta a cavare la propria anima e col sostegno di un pubblico ovunque entusiasta. Arrivano a luglio del 1993 in Italia a fare da spalla agli U2 e molti sono gli striscioni "We are all here only for you Pearl Jam".
A questo punto il mercato illegale si ritrova un numero impressionante di bootleg live in circolazione che riguardano i Pearl Jam e la Epic preme per un disco dal vivo. Vedder e soci invece confezionano una serie di singoli estratti da "Vs." con allegati cinque o sei brani live per singolo, di modo che al fedele acquirente, alla fine, resti una solida testimonianza ufficiale della passione dei ragazzi per il palco. I dischetti portano il nome di "Dissident" insieme alla sequenza numerica.

L’8 aprile del 1994 arriva la notizia del suicidio di Curt Cobain, grande rivale di Eddie Vedder. E’ un dolore devastante per molti, un perché senza risposte e ai Pearl Jam la notizia arriva in tour come un’altra fucilata, sconvolgendo il gruppo e soprattutto il cantante che comincerà una serie di intermezzi elucubranti con cover e citazioni (My My, Hey Hey, ricordate la lettera di Curt?) rivolgendosi spesso per lunghissimi minuti in un dialogo stralunato a tu per tu con Cobain. E quando il gruppo si ritrova in studio, il fantasma di Curt partecipa alle sessioni di registrazione.
Nel periodo precedente è d’obbligo rilevare un paio di fatti importanti sullo sviluppo del gruppo. Il primo è l’incontro con Neil Young, autore spesso citato nel corso delle innumerevoli e variegate cover che spaziano dai Beatles ai R.E.M., agli Who ecc. Il bisonte incappa in alcune esibizioni live dei Pearl Jam, a volte si offre di "fare da spalla, li invita al "Bridge School Benefit", li segue ovunque per un po’ avendo modo di sperimentarne l’autentica passione, finchè non li invita in studio come vedremo poi. Il secondo fatto da ricordare è l’accanita lotta ingaggiata contro la Ticketmaster, società monopolistica che adotta una politica di guadagni abnormi sui diritti di prevendita dei prezzi dei concerti. Sarà, nel tempo, una battaglia estenuante che vedrà i Pearl Jam soffrire non poco, rinunciare a enormi introiti per organizzarsi esibizioni con piccole società locali, coinvolgere altre grosse band, ma alla fine li costringerà a scendere a penosi compromessi.

Avevamo lasciato il gruppo in studio per le registrazioni del seguito di "Vs". Il lavoro è molto atteso e viene fatto curiosamente oggetto di uno stillicidio da parte della critica, che prefigura i Pearl Jam come una band ormai alla frutta. La smentita arriva direttamente nei negozi nel dicembre del 1994, quasi contemporaneamente ad un articolo apparso su una rivista scientifica americana che dimostra in modo rigoroso i devastanti effetti sulla psiche della musica del gruppo di Seattle. Ascoltati spesso, i Pearl Jam porterebbero alla depressione, all’instabilità del carattere e dell’umore, nonché a tutta una serie di disastri psicosomatici. Prometto a breve un’intervista a mio figlio Alessandro che si nutre di buone dosi di Vedder e soci dalla tenera età di un anno, mostrando di essere soddisfatto, critico e selettivo. Mai discorso fu più appropriato, dato che "Vitalogy" si rifà proprio a un’enciclopedia popolare moralistica sul vivere bene e sano, dove si sciorinano consigli medici della nonna. Il contenuto musicale invece è di tutt’altra pasta e spiazza nuovamente tutti con una decisa spinta verso una musica molto più aggressiva, un muro di chitarre potenti, una ritmica devastante all’interno della quale Vedder distilla le proprie disillusioni. "Vitalogy" a mio parere è un grande disco che porta la band ad un punto alto di coerenza, di forza e di esplorazione. La musica è articolata e orientata verso un rock decisamente risvegliatosi dal torpore. "Spin The Black Circle" è il singolo apripista e riporta agli Zeppelin più convincenti, ma anche "Last Exit" rimane in testa per lo stile. Tra la foga nervosa di Vedder si fanno largo episodi splendidi di tutt’altra atmosfera: "Nothingman", una ballata rilassata di Ament su un efferato omicidio di un medico abortista e soprattutto "Immortality", un lungo tristissimo saluto allo spirito di Cobain. Non voglio aggiungere altro: chi aspettava i Pearl Jam al varco ha dovuto darsi una mossa per ritrovarli altrove, alle radici di un rock genuino e onesto.

L’attività promozionale di "Vitalogy", che coincide con l’ingresso di Jack Irons al posto di Abruzzese, incrocia nuovamente e spesso con Neil Young, divenuto ormai idolo dei ragazzi. Anche qui sarebbe gustosissimo particolareggiare su come è andata, ma non c’è spazio. In ogni caso dopo varie vicissitudini e ammiccamenti il canadese invita i ragazzi a Seattle in studio per un breve progetto discografico, un paio di canzoni. L’atmosfera particolare partorisce invece spontaneamente un lavoro più complesso, di grande impatto e molto emozionante. Al di là delle beghe legali fra la Sony e la WEA che impediscono l’utilizzo dei nomi congiunti, "Mirror Ball" si rivela un lavoro ricchissimo, frutto della particolare alchimia di questo incontro. Le ballate del canadese vestite con la musica dei Pearl Jam (anche se qui il gruppo si atteggia a volte a una specie di Crazy Horse) sono granitiche e precise. "Act Of Love", "Song X", "I’m The Ocean", "Downtown", e tutte le altre canzoni sono la sintesi del rock e della sua storia, sono la misura di un grande gruppo che si presta a fare da back band per un grande autore. Musicalmente le canzoni di Young assomigliano alla scrittura indolente di Cobain, ma la ritmica dei Pearl Jam e le bordate elettriche delle tre chitarre sono un evento unico. Vedder si defila e appare solamente in uno scorcio di "Peace And Love".

Dopo qualche mese esce un dischetto di due canzoni con la stessa grafica del lavoro del canadese, stavolta a nome Pearl Jam col titolo "Merkinball", dove appare la prima versione della splendida ballata "Long Road", che Vedder interpreterà successivamente con Nusrat Fateh Ali Khan per la colonna sonora di Dead Man Walking. Per il sottoscritto, quello con Young fu un incontro magico, che spazzò via definitivamente qualsiasi perplessità attorno alla band, anche se ammetto che il canadese rappresenta per me una specie di cartina tornasole, una bacchetta magica. Ne seguì un breve tour mondiale (anti Ticketmaster) in cui Neil suonò sia coi Pearl Jam che con i Soundgarden, a perfetto agio fra marasmi di colate elettriche e ritmiche indiavolate.

Di nuovo alle prese con l’inseguimento della critica, il gruppo cerca di spiazzare tutti sottacendo le notizie riguardo al nuovo materiale registrato in studio, fra andirivieni dei componenti ed escursioni varie. In questo periodo è Ament il più attivo, con lo spirito rivolto alla psichedelia e alla cultura sufi. Nel gennaio del 1996, preceduto da "Habit", un "falso" singolo, esce "No Code", album sbalorditivo che ancora una volta lascia di stucco i predatori della fiacchezza dei Pearl Jam. Fin dall’artwork di copertina il lavoro si presenta mutevole, interpretabile, abbozzato, con solide certezze (Hail, Hail, Habit) incantevoli ballate (Hoff He Goes, Presentense), reminescenze younghiane (Red Mosquito, Smile) e nuovi percorsi (Sometime, Around The Bend). E’ sempre Brendan O’ Brien ad aiutare Gossard e compagni nella accanita ricerca del suono giusto e ancora una volta sembra proprio che la compagnia ci azzecchi. Non è un rock album facile, ma è strapieno di suggestioni emozionanti che lasciano aperte al gruppo molte strade possibili e tutte intriganti. Niente video, come al solito, per la promozione, ma un ennesimo sfibrante, splendido tour mondiale.

Tornati a casa dopo oltre un anno, il rompete le righe vede ancora Gossard in cantina con gli amici Brad per un secondo splendido lavoro," Interiors", McCready parzialmente coinvolto da Peter Buck nel progetto Tuatara, ma in generale tutti quanti scorazzano fra collaborazioni e progetti musicali diversi. Il denominatore comune per tutti è comunque la serenità di essersi finalmente scrollati di dosso l’etichetta di "grunge", di non essere più braccati, bensì rispettati come rock band coraggiosa, capace di mettersi in discussione e di cambiare, trainando al cambiamento il rock in generale.
In questa direzione i Pearl Jam lavorano a "Yeld", disco che esce all’inizio del 1998. Il lavoro spinge ancora più avanti il proprio coraggio, mantenendo l’anima ruvida nei soliti episodi riconoscibili (Brain Of J., Do The Evolution), ma mettendo in baricentro un’interpretazione ancora più personale del rock inteso come sintesi perfetta di diverse componenti e contaminazioni. "Given To Fly" è un singolo ideale, "Faithfull", "In Hiding", "No Way", "Wishlist" sono episodi del nuovo corso che guarda ad un futuro con la certezza di avere un solido presente e le basi rivolte in un passato ancora da valorizzare.

Led Zeppelin, Neil Young, il blues, il "garage": li avevamo trovati all’inizio del cammino dei ragazzi assieme a una grande passione, li troviamo quasi al termine di questo percorso, in un gruppo rock che è sopravvissuto alle pressioni, al grande successo, ai media, ma non alla passione stessa. Per "Yeld" il tour mondiale è breve, parte dall’Australia e si ferma negli States, partendo da Missoula a giugno ed è minato dalle precarie condizioni di salute di Jack Irons che peraltro aveva collaborato tantissimo nella costruzione dei brani del disco. Ad Irons subentra il vecchio compagno Matt Cameron, a spasso dopo lo scioglimento dei Soundgarden. Il tour è però un momento propizio ed irripetibile per focalizzare e divulgare la grandezza della band nella sua espressione live ed i ragazzi non si lasciano scappare l’occasione per registrare alcune date, anche per porre finalmente fine al massacro delle registrazioni pirata.

"Live On Two Legs" è un disco veramente eccezionale e ci restituisce fedelmente l’atmosfera dei brani rigenerati dal fuoco della passione e dall’energia di ragazzi che sul palco lasciano poco spazio a tentennamenti e calcoli. Inizia con una versione infiammata di "Corduroy" e percorre in modo non cronologico episodi splendidi della carriera del gruppo. Potremmo dire che non manca quasi niente, che le esecuzioni sono da brivido; alla fine del disco ci troviamo finalmente al cospetto di una delle cover storiche per il gruppo, "Fucking Up" di Neil Young, un tributo ad un ispiratore riconosciuto. Con "Live On Two Legs", uno dei più bei dischi live della storia del rock, termina anche la nostra storia, il nostro viaggio. Non termina certo qui l’avventura di questo gruppo meraviglioso che sicuramente ci porterà ancora su territori entusiasmanti. Per gli amanti del rock sanguigno e onesto girare il calendario del millennio non sarà un incubo se tra le certezze del duemila ci sono i granitici, veri ed entusiasmanti Pearl Jam.

di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky


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