A pensarci bene non sembra neppure vero, ma Bob Dylan e Joey Ramone avevano
esattamente 10 anni di differenza, essendo nati a pochi giorni di distanza,
rispettivamente il 24 ed il 19, nel mese di maggio degli anni del Signore
1941 e 1951. E così, mentre dai patri teleschermi il Mollicone nazionale
farciva l’etere di sacrosante celebrazioni per i primi sessant’anni del menestrello
di Duluth e, dalla Town Hall di New York, un grappolo di celebrità
si preparava ad un tributo in pompa magna verso colui che, forse per primo,
aveva contribuito ad innalzare il rock dalla strada sulle grandi ali della
poesia, alla Manhattan’s Hammerstein Ballroom un manipolo di star un po’ meno
conclamate si apprestava, con malcelata mestizia, a festeggiare in grande
stile i cinquant’anni appena sfiorati da colui che, forse per primo, aveva
restituito senza troppi complimenti il rock alla stessa strada dalla quale
si era innanzi librato.
Il 19 maggio 2001 Joey Ramone, al secolo Jeffrey Hyman, voce e immagine dei
mitici Ramones, avrebbe compiuto i suoi 50 anni: una tappa importante
nella vita di un uomo, specie se un linfonoma polmonare, con il quale stai
lottando da tempo, contribuisce in maniera drammatica a volgere tale giro
di boa in linea di arrivo e le cinquanta candeline, più che una festa,
appaiono davvero come un traguardo difficile, come l’ultima scommessa lanciata
ad un fottuto destino. Una scommessa purtroppo perduta a poche falcate da
quell’immaginario filo di lana: il 15 aprile Joey, al culmine del proprio
calvario, rovistando stancamente nel mazzo decideva di estrarre la carta sbagliata,
quella con la fatidica falce che in fondo aveva inconsciamente cercato: Jeffrey
Hyman se ne andava per consegnare definitivamente Joey Ramone all’eternità,
ma la festa di compleanno, come era ormai nei piani di mamma Charlotte e come
avrebbe desiderato ardentemente anche il festeggiato, si sarebbe comunque
tenuta.
Sabato 19 maggio all’Hammerstein Ballroom, davanti a circa 3000 invitati e
ad una torta con cinquanta candeline spente, erano i redivivi Blondie, che
con i Ramones avevano diviso le assi sconquassate del primo palco del CBGB,
a salutare l’amico scomparso con una indiavolata cover di I Wanna Be Your
Boyfriend. Poi toccava ai Damned, che con New Rose nel 1976 avevano
bruciato i Sex Pistols nella pubblicazione del primo singolo punk in Inghilterra,
ed ai Cheap Trick, vecchi beniamini del padrone di casa, intrattenere il pubblico
fra commemorazioni in video e testimonianze dirette come quelle di Richard
Hell, di Little Steven e dell’unico ex Tommy Ramone. Ed infine, naturalmente,
il dolce, che in una festa di compleanno non può mai mancare, distribuito
a tutti i partecipanti per un’ultima alzata di calici in onore del compianto
Joey. La favola dei Ramones si era già conclusa da tempo.
Erano ormai passati quasi cinque anni da quando, il 6 agosto 1996 dopo 2.262
concerti 14 album in studio e 5 dal vivo, una band ormai logora e rappezzata,
al pari di quei jeans che, assieme al giubbotto di pelle nera la t-shirt e
le scarpe da tennis, ne avevano costituito l’eterna divisa, concludeva la
propria carriera con l’ultima esibizione al Palace di Los Angeles, proprio
in concomitanza con il ventennale del suo storico debutto discografico.
Era l’ultimo tratto di una parabola discendente che era in fondo cominciata
con il pur valido End Of The Century, comparso nel 1980 con il mago
Phil Spector alla cabina di regia, ed aveva cavalcato tutti gli anni ottanta
e buona parte dei novanta -unico relativo picco Too Tough Too Die del
1984- attraverso la pubblicazione di materiale stanco e ripetitivo,
compresa una raccolta di impensabili covers (Jefferson Airplane, Bob Dylan,
Love…-Acid Eaters-1994), che aveva via via minato anche lo zoccolo
più duro dei pur inossidabili fans del gruppo.
Negli ultimi anni, grazie anche agli attestati di merito di giovani bands
dal successo planetario quali Green Day e Offspring, aveva un poco prevalso
anche l’aspetto autocelebrativo con differenti live, greatest hits, tribut
album e la prima biografia ufficiale Ramones: An American Band di Jim
Bessman. Il suggello definitivo in studio del 1995, passato quasi inosservato,
recava l’esplicito titolo di Adios Amigos e rimane fortemente impresso
nell’odierna memoria per la presenza di una ottima e tristemente profetica
cover della I Don’t Wanna Grow Up di Waitsiana reminiscenza.
Ma non è certo di questi Ramones che vogliamo occuparci in questa sede
e perdonate se abbiamo già speso un buon quarto del nostro spazio:
quello che ci interessa e che ci eccita al solo pensiero è tornare
sulle strade polverose della New York del 1975, immergerci nel fermento di
quei giorni gloriosi che avrebbero portato al crollo di un altro muro
e cercare di ripercorrere l’ascesa all’Olimpo di quattro giovani che hanno
cambiato il mondo con tre accordi.
Il CBGB, futuro tempio della wave americana e dell’underground tutto, aveva
alzato la saracinesca nel dicembre del 1973 con ben altri propositi: nelle
intenzioni di Hilly Kristal, il mitico fondatore, il suo sistema di amplificazione
avrebbe dovuto diffondere musica Country BlueGrass e
Blues (del resto in quei giorni le radio a stelle e strisce non passavano
altro…) e le esibizioni dei primi gruppi andavano esattamente in questa direzione.
Fra il pubblico abituale non era difficile trovare ragazzi come Tom Verlaine,
Richard Hell e Richard Lloyd, che cominciavano a muovere i primi passi in
un gruppo dallo strano nome di Television. Terry Ork, manager in erba del
complesso, era riuscito a strappare a Kristal il permesso per inserire nel
calendario del locale il concerto di debutto del gruppo, che era certo lontano
mille miglia dall’abituale programmazione. E così una domenica sera,
davanti a quelle poche persone che avevano rischiato di perdere un dollaro
per un complesso del tutto sconosciuto ed al solito esiguo manipolo di amici
entrati gratis ma senza diritto alla consumazione, la storia faceva prepotentemente
il suo corso. Un corso che, come tutti sappiamo, nessuno può riuscire
a modificare: nonostante uno sconvolto Kristal avesse ripetutamente giurato
a se stesso di non cadere mai più in un imbroglio simile, di lì
a poco, sempre su insistenze dello stesso Ork, avrebbe acconsentito al debutto
nel suo locale di un altro gruppo che, a detta del suo promotore, faceva una
musica che non si era mai sentita prima; si trattava di quattro giovani di
Forrest Hills che, già da qualche settimana, avevano iniziato a perpetrare
stragi con il nome di Ramones…ma noi stiamo correndo davvero troppo!
Prima dell’avvento del CBGB il tempio di certa cultura giovanile a New York
era il Mercer Arts Center, il locale che era stato la culla del glam cittadino,
sulle cui traballanti assi non era raro assistere alle indiavolate esibizioni
delle New York Dolls, il gruppo culto dei giovani che di li a poco avrebbero
dato i natali al movimento punk. Jeffrey Hyman (Joey Ramone), John Cummings
(Johnny Ramone) e Tommy Erdelyi (Tommy Ramone) erano tre ragazzi provenienti
dalla classe operaia del Queens, dalle parti di Forrest Hills; Douglas Colvin
(Dee Dee Ramone), cresciuto in Germania per seguire la carriera militare del
padre, era tornato a Forrest Hills per iniziare gli studi superiori. Non era
raro per questi giovani, cresciuti nel mito degli Stooges e degli MC5, ma
anche di Beatles, Stones e Who, di Little Richard e Buddy Holly, ritrovarsi
nella sala fumosa del Mercer Arts Center per seguire da vicino le proprie
bambole preferite; ognuno di loro era già alle prese con i rispettivi
complessini scolastici, ma non sembrava esserci nulla di veramente importante,
anche se Joey e Dee Dee avevano già estratto dal cappello alcune delle
canzoni che sarebbero finite nel repertorio dei Ramones.
Davanti ai Television, quella famosa domenica sera, c’erano anche loro e fu
proprio la novità assoluta di quei suoni a spingerli nella direzione
del gruppo: i Ramones, in omaggio a Paul Ramon, lo pseudonimo usato da Mc
Cartney, presero forma probabilmente in quel momento. Inizialmente il gruppo
era costituito da tre elementi, con Joey alla batteria; Tommy non voleva saperne
di unirsi al complesso e mirava al ruolo di manager. Quando il gruppo si accorse
del potenziale di Joey alla voce iniziarono le audizioni per trovare un nuovo
batterista, ma ogni candidato non riusciva a reggere il passo dei Ramones
o suonava in modo da non soddisfare pienamente Tommy, che spesso si sedeva
alla batteria per mostrare il ritmo che voleva: ad un certo punto, preso dallo
sconforto, evidentemente pensò che era meglio rimanerci e la line-up
definitiva era pronta! Il complesso tenne il proprio primo concerto al New
York’s Performance Studio il 3 marzo 1974: fu una singolare performance di
sette canzoni per una quindicina di minuti circa, davanti ad un pubblico esterrefatto
che non aveva mai sentito suonare così veloce.
Sul palco i quattro ragazzi dimostravano una capacità di tenere la
scena, con i gesti e le pose che non avrebbero mai più abbandonato,
che lasciava veramente stupefatti: Johnny, curvo sullo strumento con le gambe
divaricate, si affaticava oltremodo per avere la padronanza di una chitarra
innaturalmente bassa, Joey, con il volto oscurato dai capelli corvini e gli
immancabili occhialini neri, bandiva ritmicamente l’asta del microfono lanciando
ripetuti calci in aria con le gambe affusolatissime, Dee Dee, dimenando rabbiosamente
il proprio strumento, introduceva ogni pezzo con il fatidico "one-two-three-four"
mentre Tommy, il più serio della compagnia, accettava di buon grado
la posizione in seconda linea che il destino gli aveva riservato dietro la
propria batteria… Il debutto dei Ramones al CBGB avvenne il 16 agosto 1974.
Nonostante le esibizioni dei Television, che nel frattempo avevano assunto
una certa regolarità, avessero ormai spianato la strada con il rullo
compressore della nuova onda, sia pur su un versante più tecnico
ed intellettuale, l’impatto dei quattro di Forrest Hill sull’inerme platea
del locale fu assolutamente devastante: una ventina di canzoni in diciotto
minuti circa al di sopra di tutti i limiti di velocità fino a quel
momento ammessi nella musica rock.
Dopo un inevitabile shock iniziale, il pubblico veniva letteralmente convogliato
in quell’inarrestabile fiumana di energia e trascinato giocoforza in una incredibile
spirale di odio e amore, di tormento ed estasi: quella ventina di minuti scarsa
pareva davvero un’eternità se rapportata alla soglia delle possibilità
umane, un minuto o due in più avrebbero senza dubbio portato al delirio,
quello vero… Dopo quella serata i Ramones avrebbero suonato al CBGB altre
22 volte entro la fine dell’anno! Il tam tam sotterraneo portò nuovo
pubblico al locale, che aveva ormai operato la sua metamorfosi definitiva
rispetto agli illusori progetti iniziali, e contribuì ad alimentare
la curiosità degli addetti ai lavori: anche la stampa cittadina cominciò
a dedicare piccoli spazi ai grandi fermenti che sembravano agitarsi sotto
quella strana insegna.
Danny Fields, accreditata firma del Soho Weekly News, era una piccola celebrità
locale: era stato per un certo periodo di tempo manager degli Stooges ed aveva
collaborato anche con gli MC5, gravitava regolarmente intorno alla Factory
di Andy Warhol ed era molto ben introdotto nel music biz: veniva reputato
insomma un’ottima testa di ponte con il mondo dell’industria discografica.
Venne al CBGB quasi svogliatamente, dietro le estenuanti insistenze di Tommy,
per assistere ad uno dei famosi concerti di questi tremendi
Ramones e ne uscì, oltre che profondamente cambiato, con la convinzione
di aver scovato una piccola gallina dalle uova d’oro: dopo qualche giorno
si offrì ufficialmente quale manager del gruppo. Intanto, nei primi
mesi del 1975, il CBGB Summer Rock Festival contribuì a creare una
vera e propria scena intorno al locale, della quale facevano parte, oltre
alle due band storiche, gli Heartbreakers di Richard Hell, i Talking Heads,
Blondie ed in misura minore il Patty Smith Group: anche l’industria cominciava
a subodorare l’affare e Seymour Stein, manager illuminato della semi
indipendente Sire Records fu il primo a sguinzagliare qualche scagnozzo nei
dintorni di Bleecker Street.
Craig Leon, il primo AR spedito sul posto, rimase subito contagiato dal morbo
che sprigionava da quelle mura ed offrì ai Ramones la possibilità
di incidere un singolo, formato che, per la verità, andava un po’ stretto
ai nostri: la leggenda vuole che, dopo una sorta di audizione privata, fu
lo stesso Stein a dare fiducia al gruppo per il suo esordio sulla lunga distanza.
I Ramones furono il primo dei gruppi che gravitavano intorno al CBGB (se si
esclude Patty Smith che aveva radici diverse e si apprestava a cavalcare
il suo memorabile esordio) a porre la firma in calce ad un contratto discografico.
The Ramones uscì sul mercato americano il 23 aprile 1976: con
un budget di 6.200 dollari e 17 giorni di sessioni ai Plaza Sound Studios
di New York, i quattro di Forrest Hills avevano semplicemente realizzato
una delle opere più influenti della musica popolare del ventesimo secolo.
Quattordici canzoni in meno di ventinove minuti e una ricetta tanto semplice
da apparire banale, se non si fosse trattato di una novità assoluta
dalla portata, fino a quel momento, del tutto inimmaginabile: melodie facili
e irresistibili, tre o quattro accordi elementari, testi prettamente adolescenziali
pescati direttamente dalla realtà di tutti i giorni e, soprattutto,
ritmi folli ed elettricità in dosi massicce. Il debutto discografico
dei Ramones era il suggello definitivo all’avvio della più grande rivoluzione
musicale e di costume della nostra epoca: con un anno di anticipo rispetto
all’esplosione del fenomeno in Inghilterra, e con buona pace dei Sex Pistols
e di Malcom McLaren, era ufficialmente nato il punk rock.
Quel Hey ho, let’s go! che faceva da incipit a Blitzkrieg Bop
ed all’intero album ebbe il potere di scuotere il popolo del rock dal torpore
cui era stato condannato da anni e anni di musica sontuosa ed accademica,
in cui la tecnica strumentale aveva alfine prevalso sulla qualità e
la freschezza compositiva fungendo spesso da paravento al più assoluto
zero artistico: quei quattro ragazzi che non facevano mistero di non sapere
suonare, ma che in compenso avevano idee e coraggio da vendere, avrebbero
definitivamente cambiato il corso del rock. I Ramones rappresentarono la prova
evidente che qualche lampadina giusta che si accende sulla testa è
più importante di qualsiasi patacca di Conservatorio, dimostrarono
in prima persona che per tutti ci sarebbe stata una opportunità e,
più di tutto il resto, proprio questo fu il punk. Dopo questo disco
non sarebbe stato più possibile riconsiderare il rock’n’roll nei medesimi
termini. I quattro sbarcarono in Terra d’Albione poco dopo la pubblicazione
dell’album di debutto e, con geniale casualità degna dei più
grandi maghi degli effetti speciali, tennero il loro primo concerto al London
Roundhouse il 4 luglio 1976, proprio in concomitanza con il bicentenario della
bandiera a stelle e strisce. Fecero da gruppo di supporto per due serate consecutive
al Dingwalls in Camden ai più navigati Flamin’ Groovies prima di proseguire
il tour in altri locali della capitale: fra i giovani che riuscirono a catalizzare
intorno ai propri assalti sonori c’erano gli embrioni della futura scena punk
inglese, ragazzi che rispondevano ai nomi, di li a poco certo più noti,
di Joe Strummer, John Lydon, Pete Shelley…
Di nuovo a New York, i Ramones rientrarono in studio prima della fine dell’anno
per registrare il seguito del loro micidiale debutto: Ramones Leave Home
uscì nei primi mesi del 1977, mentre dall’altra parte dell’oceano i
germogli lasciati dal gruppo stavano per sbocciare in tutto il loro grezzo
marciume… Il disco, pur ricalcando in maniera abbastanza netta gli
schemi già collaudati nella precedente uscita senza poter ormai contare
sul fattore novità, centrò nuovamente il bersaglio grazie a
nuovi irresistibili anthem come Gimme Gimme Shock Treatment, trattato
semiserio intorno all’alienazione giovanile, Commando, grottesca satira
antimilitarista e Suey Is An Headbanger, parodia di certi luoghi comuni
dell’immaginario punk… Intanto la contemporanea esplosione del fenomeno punk
in Inghilterra, che, grazie ad un terreno particolarmente fertile, assunse
ben presto la portata di una vera e propria rivoluzione facendo grande clamore
sui media, portò alla definitiva consacrazione dei Ramones anche nei
solitamente poco benevoli patri confini: i quattro mattacchioni vennero ufficialmente
riconosciuti come gli ispiratori del movimento ed eterna sarebbe stata la
contesa con i Sex Pistols per aspirare al delicato e non poco impegnativo
ruolo di simbolo di quell’epoca.
Certo è che la concorrenza d’oltremanica fece molto bene ai nostri
anche sotto il profilo squisitamente artistico, spingendoli a ridefinire il
proprio suono al di sopra della fulgida e spensierata grettezza degli inizi,
nella direzione di una maggiore pulizia di fondo e di una più ampia
e accurata ricerca strumentale. Il terzo album del 1977, Rocket To Russia,
rimane probabilmente l’opera più matura del gruppo, quella che, grazie
ad una produzione più pulita e ad una maggiore varietà
di fondo rispetto alle prove precedenti, ne sancisce la dimensione definitiva
ed il carattere di non ritorno. Oltre ai soliti tiratissimi inni a
mezza strada tra il serio ed il faceto, che qui si chiamano Cretin Hop,
I Don’t Care, Teenage Lobotomy, un brano irresistibile
come Sheena Is A Punk Rocker -insieme al primo singolo Blitzkrieg
Bop la quintessenza dell’arte dei Ramones- che paga in pieno il suo debito
ai Beach Boys come pure, del resto, la più esplicita Rockaway Beach.
Qualche rallentamento di ritmo che non incide sulla potenza dell’album ed
una maggiore attenzione alle proprie radici per meglio comprendere e determinare
il presente: i Ramones allo zenit artistico e creativo. Già dal
successivo Road To Ruin (1978), infatti, subentrarono elementi del
tutto nuovi a sancire una lenta ma inesorabile variazione di rotta. Innanzitutto
un nuovo fratellino (Tommy aveva mollato nel maggio del 1978 a favore dell’ex
Voidoid Marc Bell, da quel momento Marky Ramone), poi fattori stranissimi,
talora inimmaginabili, quali la presenza di brani oltre i tre minuti, una
durata complessiva del disco al di sopra della mezz’ora, i primissimi timidi
assoli messi su disco da Johnny, l’impiego neanche tanto sommerso di strumenti
impensabili quali la chitarra acustica…insomma un album diviso fra ballate
rock e pulsazioni quasi hard, un unico brano da ricordare davvero (l’ultimo
anthem I Wanna Be Sedated) e la sensazione che i quattro stessero per
imboccare un vicolo cieco.
A ideale compendio di quella prima e folgorante stagione il doppio dal vivo
It’s Alive (1979), registrato al London Rainbow Theatre il 31.12.1977,
che fotografa la band nel periodo di maggior fulgore catturando un intero
set con materiale tratto dai primi tre album del gruppo: uno dei più
grandi live di sempre a suggello della storia dei nostri Ramones e
della nostra storia. Dopo di che sarebbe stata solo l’immortalità,
ben prima di quel triste e fatidico 15 aprile 2001.
di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 56, gennaio
2002