SLINT
Vorrei raccontare la storia di un gruppo che con un solo disco ufficiale, un EP e un mini di due canzoni ha lasciato una traccia indelebile (a livello artistico?) inaugurando, forse inconsapevolmente, forse no, la stagione dell’avant rock (contenitore abitato, come al solito, da miriadi di differenti interpretazioni).
Siamo alla fine degli anni ottanta: il rock inteso in senso tradizionale sembra un enorme stagno immobile. Le principali band si dividono fra ripropositori punk, purghe metal o metastasi glam risvegliatesi in un’alba che non è più la stessa. Negli States bruciano fuocherelli di resistenza, come la no wave newyorkese o si consumano parabole luminose: Replacement, Husker Du, Television, MC5, Stoogies. Altrove è tutto un mondo sommerso e oscuro. E mentre Seattle si prepara a dare una rinfrescata di bianco alle pareti dei garage, architettando l’enorme macigno del grunge che verrà gettato con fragore provocando ondate devastanti, a Louisville gli Squirrel Bait chiudevano definitivamente il punk dietro la porta, cercando con cura sassolini da lanciare per disegnare minuscoli e più duraturi cerchi concentrici. Piccoli, impercettibili, ma che cambieranno il corso della musica. Più di tutti il chitarrista Brian McMahan che con il batterista Britt Walford fonda gli Slint. Premetto che agli Slint sono arrivato attraverso un viaggio a ritroso, come un salmone ostinato, risalendo la corrente di certi suoni scovati fra il brulicare della now wave di Chicago, ma è anche vero che allora era quasi impossibile imbattersi in un gruppo di provincia riuscito miracolosamente a editare, dopo due anni, un EP per i tipi di una etichetta che neanche figurava sull’elenco telefonico cittadino (per la cronaca il disco uscì col nome di "Tweez", l’etichetta era la Jennifer Hartman, l’anno di pubblicazione il 1989). "Tweez" apre senza suscitare sorprese, con una chitarra lisergica e un andazzo blandamente hardcore che sembra non approdare da nessuna parte (Ron). Ma il pezzo è breve e dopo qualche frustata arriva la seconda traccia, Nan Ding, dove già si scrutano orizzonti di ristrutturazione, geometrie svuotate e un andazzo obliquo che seduce e incanta. E’ un altro pezzo breve, sembrano schizzi buttati lì eppure ciò che risalta è una logica rigorosa, soprattutto nell’utilizzo della chitarra che incarna registri inusuali e per l’uso asincrono e marginalizzato delle parti vocali. I brani si susseguono evidenziando frammenti di suono, rumori di fondo, strade abbandonate, ritmiche ripercorse. L’andazzo complessivo sembra bussare a più di una porta, ma è come un gioco a nascondino perché del rock tradizionale non si afferra quasi nulla, solo un sentire di fondo e da questo si intuisce che se ne sta plasmando una nuova via. Per la sua distribuzione improvvisata, il disco passa all’epoca inosservato (ora ristampato dalla Touch And Go); dopo qualche mese il gruppo registra altri due brani destinati a rimanere inediti per qualche anno (disponibili adesso su CD semplicemente a nome Slint sempre da Touch And Go). Non passa inosservato invece l’unico album del gruppo, nel frattempo preso in cura dall’etichetta di Chicago: "Spiderland" esce al momento giusto, sintesi di un lavoro rigoroso volto a costruire e affinare una fibra di suono dentro il quale contemporaneamente perdere e ritrovare qualsiasi riferimento transitato fin lì in quell’involucro infinito che è il rock. E’ un disco rock "Spiderland", ma non c’è nessuna traccia evidente di tradizione; qua e là legami con vecchie forme di psichedelia o di dilatazione, una voce recitata che pare quella del Lou Reed velvetiano e tanta libertà creativa, soprattutto chitarristica. Breadcrumb Trail, il brano iniziale, evoca paesaggi dilaniati da bombe al napalm, stravolgendo il concetto di ritmica e introducendo parti narrative relegate a una chitarra mutante. Estraniata da qualsiasi calore anche la seconda traccia, Nosferatu Man, imparentata con i suoni dell’underground mitteleuropeo e con un’attitudine che incrocia distrattamente i Sonic Youth. E’ una ragnatela: inevitabilmente ne rimane catturato l’ascoltatore alla ricerca di nuovi indirizzi di suono e visioni di modernità. Quelle che si intravedono meglio nella successiva Don, Aman, una metrica lenta ed essenziale e in Washer, memorabile dilatazione chitarristica su cui si sono costruite centinaia di strutture sonore di lì a venire (a questo punto è bene ricordare che uno dei componenti degli Slint era il chitarrista David Pajo, che abbiamo seguito poi nei suoi viaggi onirici come Aerial M e Papa M). Il disco prosegue marchiando i suoni a lettere di fuoco, inventando un territorio estraniante ma possibile, dove il rock è di là da un vetro, ma la sperimentazione è tuttavia saldamente ancorata nei riverberi dei suoi strumenti tradizionali (basso, chitarra e batteria) non manipolati in alcun modo. La storia degli Slint si ferma qui: di Pajo abbiamo già detto; McMahan formerà i For Carnation (stupendo l’ultimo disco omonimo), attraversando una lunga crisi personale, mentre la strada dell’altro ex Squirrel Bait, David Grubbs, già da tempo aveva incrociato quella di Jim O’Rourke nei Gastr Del Sol. Una meteora se vogliamo, gli Slint, ma una realtà che ha profondamente inciso nei mutamenti dei percorsi musicali e non solo quelli locali. Possiamo chiamarli artisti? Non ci interessa la risposta, possiamo però dire che quel seme, affondato per sempre nel terreno di Louisville, ha regalato in seguito frutti meravigliosi più in là, a Chicago per esempio. Qualche nome? Tortoise, The Sea And The Cake, June Of 44, Rachels, Rodan, Rex. Se i vostri ascolti hanno incrociato qualcuno di questi nomi, allora ricordatevi degli Slint, sempre ammesso che il vostro personale viaggio a ritroso non vi fosse già approdato.di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky