THE SMITHS
I figli della perfida AlbioneUna manciata di dischi (per l’esattezza quattro in studio, più un live e una raccolta fondamentale) per entrare nella storia della musica. Questo in breve il riassunto della vita di una delle band più influenti nella storia del pop inglese: The Smiths. Imperniati sul duo Morrissey & Marr, negli anni ’80, gli Smiths hanno gettato le basi per la rinascita del guitar pop di matrice indie, influenzando numerose generazioni di gruppi a seguire: tutto il fenomeno Madchester, Stone Roses, Inspiral Carpet, eccetera, fino ad arrivare ai più recenti Sundays, Gene, Shed Seven, Blur e quant’altri. Da sempre abituato a leggere la storia del gruppo mancuniano come l’evento principale nell’avventura musicale di Morrissey e Johnny Marr, scrivendo queste righe mi rendo improvvisamente conto di quanto invece la carriera solista del primo e quella di collaboratore e membro degli Electronic del secondo siano ormai preponderanti rispetto alla produzione ufficiale degli Smiths. Si potrebbe, quindi, riapprocciare il discorso Smiths come il preludio di due carriere artistiche altrettanto importanti e influenti; ma tale è stato l’impatto musicale e culturale della band e il significato profondo che ha avuto nell’evoluzione della recente storia musicale inglese, che probabilmente il giusto atteggiamento critico è quello di analizzare gli Smiths come evento principale e da lì partire per analizzare le vicissitudini dei singoli.
Naturalmente un duo
Come molte delle band che hanno segnato la storia della musica, così anche gli Smiths hanno rispettato la sacra regola del pop che vuole nell’unione di due persone, tanto diverse quanto complementari, l’imprescindibile elemento del successo: e allora Jagger & Richards, Lennon & Mac Cartney, Morrissey & Marr e, perché no, Gallagher & Gallagher. Ma il duo reggente degli Smiths aveva una particolarità assolutamente unica: da una parte Morrissey, l’immortale bardo, l’autore di testi tanto decadenti qauanto poetici e struggenti, il virtuoso dell’inglese difficile e forbito, pieno di citazioni letterarie, suggestioni politiche e crudi riferimenti allo stato sociale dell’amata/odiata Albione; dall’altra Johnny Marr, l’esteta del fingerpicking, il mago della Rickenbacker, il virtuoso della melodia più incredibilmente pop che tanto ha influenzato il sound di molte band e la tecnica chitarristica rock quanto negli ultimi anni probabilmente ha fatto solo The Edge degli U2. Tra questi due giganti, artefici di alcuni gioielli pop tra i più splendenti, a sostenere i llavoro di fatica ritmico, Andy Rourke al basso e Mike Joyce alle pelli hanno sempre fornito un contributo all’altezza, anche se sempre speso all’ombra di cotanti protagonisti. A dire la verità, se un’analisi critica individua i due principali artefici del successo artistico degli Smiths, non si può certo essere smentiti se per i fan, la stampa e il pubblico in genere, la band è sempre stata e sempre sarà Morrissey. In effetti, la figura di Steven Patrick Morrissey (questo il suo nome completo) ha assunto negli anni ’80, soprattutto in Inghilterra, una statura tale da proporsi come concreto modello della cosiddetta controcultura. Sempre provocatorio, irriverente, un vero e proprio elemento di rottura, nel bene e nel male, che ha fortemente influenzato il pensiero e l’atteggiamento di intere generazioni di adolescenti. Esteta dandy, poeta decadente, alfiere del disagio giovanile, mentore del tormentato passaggio dall’età puberale alla consapevolezza di una sessualità latente, Morrissey ha saputo interpretare ed esaltare tutte le contraddizioni del ragazzo troppo timido e sensibile per il "malvagio mondo" che sta oltre le spesse lenti di un paio di occhiali neri assolutamente fuori moda. E sul palco era vero incendio. Protagonista assoluto, delirio per i fan, ha saputo far passare alla storia tutto il suo repertorio di mosse e mossettine, il suo modo di cantare alla "tirolese", la pioggia di fiori da e per il pubblico, gli atteggiamenti sessualmente provocatori, le sferzanti dichiarazioni, le dure prese di posizione politiche. E poi la musica. In piena era elettronica (Depeche Mode, Spandau Ballet, ecc.), gli Smiths furono un fulmine a ciel sereno, venuti dal nulla e a niente uguali. Chitarre psichedeliche e arpeggi sublimi, singoli a mille all’ora e ballate da far piangere anche i più duri di cuore; e sopra tutto sempre loro, le parole, parole che sapevano colpire, accusare, indicare e, soprattutto, far riflettere.
Il mondo non vuole ascoltare
Gli Smiths si formano a Manchester nel 1982, per volontà del chitarrista Johnny Marr, critico musicale in erba alla ricerca di un cantante che sappia tradurre in versi le sue intuizioni musicali. Dall’incontro con Morrissey la scintilla fatale e la scelta del nome (in Italia suonerebbe come "I Signori Rossi") che suona già come una presa di posizione nei confronti della scena musicale piena di gruppi dai nomi altisonanti e complessi. Con l’aggiunta di Rourke e Joyce il gruppo si definisce nella line up storica che non subirà più modifiche fino allo scioglimento del gruppo nel 1987. In questo periodo si susseguirono alcune esibizioni leve che misero subito in evidenza il potenziale esplosivo del gruppo tanto da attrarre le attenzioni di numerosi talent scout: primi fra tutti i concittadini della Factory Records, ma saranno quelli della Rough Trade a legare indissolubilmente il loro logo al nome della band, inaugurando un filone che farà di questa etichetta una delle più gloriose (assieme alla Creation) indie label inglesi. Il primo singolo, "Hand In Glove", è un vero manifesto delle intenzionalità musicali del gruppo: la ritmica serrata, un riff chitarristico quanto mai azzeccato e le forti litanie del Moz imposero subito il singolo ai vertici delle charts UK, raccogliendo unanimi consensi dalla critica, a dire il vero piuttosto spiazzata, soprattutto sui contenuti dei testi. E quella dei testi resterà sempre una delle pagine più mirabili e allo stesso tempo controverse della storia degli Smiths. L’analisi delle liriche di Morrissey meriterebbe da sola un articolo di tante e tante pagine, almeno quante sono le diverse interpretazioni, spesso calunniose, che la stampa ne ha dato negli anni: pedofilo (Reel Around The Fountain), omosessuale (This Charming Man), misogino (Girl Afraid), razzista, sciovinista e fascista (National Front Disco), queste e altre le accuse che di volta in volta hanno dovuto subire gli Smiths prima e Morrissey poi, da una critica musicale e da una certa cultura del rock che non ha mai perdonato al lungagnone di Manchester il peccato di non parlare di "autostrade, droga, birra e belle donne". Continuando nella storia, nel febbraio 1984 vede la luce "The Smiths", primo omonimo album, prodotto da John Porter, che scala subito le classifiche e porta alla ribalta nazionale il gruppo mancuniano. Una serie di singoli esaltanti: "You’ve Got Everything Now", "I Don’t Owe You Anything", "Reel Around The Fountain", "Still Ill", "What Difference Does It Make?".
Alla fine dell’anno, sull’onda del successo, viene licenziato "Hatful Of Hollow", raccolta di b-side, inediti e una serie delle, allora, famose "John Peel Session" della BBC. Nel febbraio del 1985, sempre per Rough Trade e prodotto dagli stessi Smiths, esce "Meat Is Murder", il disco che consacra definitivamente il gruppo nello star system indie e porta alla luce il lato più intransigente e provocatorio dello scrittore Morrissey: in un gran calderone, il Moz, vegetariano convinto, attacca sial il consumo di carne (Meat Is Murder) che il sistema educativo inglese (The Headmaster Ritual) e la violenza domestica (Barbarism Begins At Home), sviluppando poi in canzoni mirabili, "Well I Wonder", "I Want The One I Can’t Have", il caro eterno tema della difficoltà dei rapporti interpersonali. Nel giugno 1986, prodotto dai soli Morrissey e Marr e preceduto dal singolo "The Boy With The Thorn In His Side", le fondamenta del Regno Unito tremano: la regina è morta. "The Queen Is Dead" è sicuramente, e non a caso, l’album più noto e più riuscito degli Smiths e, a mio parere, l’album pop "perfetto". Qualità musicale e alta classifica per una volta non furono in antitesi: la critica li adorava, in Inghilterra come in tutta Europa, e un breve tour americano creò molto interesse attorno alla band e da lì partirono le basi di tutte le britpop invasion future. L’anthem di"The Queen Is Dead" rimarrà come l’attacco più diretto mai sferrato a un pubblico così vasto nei confronti di tutta un’ipocrita cultura tipicamente anglosassone, colpendo al cuore di tutto il sistema: la famiglia Reale. Poi, sgranate come perle di una magnifica collana, tutti gli altri episodi di un plot irripetibile: "I Know It’s Over", "Vicar In A Tutu", "Some Girls Are Bigger Than Others", fino all’hit "Bigmouth Strikes Again" e al capolavoro assoluto di sempre, "There Is A Light That Never Goes Out".
Di questo periodo, purtroppo, sono le prime incomprensioni e i primi litigi. Andy Rourke lascia per un breve periodo, vuoto tamponato da Craig Gannon (ex Aztec Camera, discreta band del filone "postcards") il quale, in seguito al rientro del bassista, continuerà a figurare come quinto Smiths nelle esibizioni live e come chitarrista di supporto nelle incisioni in studio (e per un certo periodo seguirà la carriera solista di Morrissey). L’inarrestabile verve creativa e la voglia di sperimentare nel frattempo porta Marr a muovere i primi passi fuori dalla culla del gruppo, alla ricerca di altri suoni ed espressività che non riesce più a canalizzare negli Smiths. Il 1987 resterà l’ultimo e allo stesso tempo l’anno d’oro degli Smiths, con una serie di singoli inediti eccellenti che prolungheranno il successo dell’album con Delon in copertina. Il 1987 è anche l’anno delle compilation "The World Won’t Listen" e "Louder Than Bombs", raccolte di singoli e b-side. La seconda, l’unica meritevole, raccoglie in un lavoro doppio l’alto numero di singoli pubblicati dal gruppo al di fuori degli LP ufficiali. (Panic, Ask, Shoplifter Of The World e Half A Person). A questo proposito va detto che gli Smiths furono un gruppo che utilizzò ampiamente, e senza le strumentalizzazioni commerciali che si vedono oggi, lo strumento del singolo, dando vita a uno dei mercati del collezionismo tra i più difficili, impreziosendo il tutto con la particolarità delle copertine che meriterebbe un discorso a parte per citazioni, personaggi e ricerca grafica.
(continua)di Giacomo Galli, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 48, maggio 2000