SMOG
Amore SelvaggioBill Callahan poeta, mistificatore, lume generazionale? Forse con precisione non lo sapremo mai. Certo è che in oltre dieci anni di musica non è mai mancata agli Smog quella intransigente fedeltà che ha riservato loro uno spazio preciso all’interno della musica alternativa. Ora Bill, al pari di gente come Will Oldham, può permettersi di spingere l’acceleratore verso una direzione ancora più personale, manifestando finalmente più apertamente l’animo beffardo, accettando, anzi conservando e facendolo diventare un elemento fortemente e peculiarmente comunicativo, quella sua innata idiosincrasia per la comunicazione lineare. Riletta in questa chiave, la storia di Bill e della sua creatura, gli Smog, risulta ancora più affascinante, in quanto libera da connotazioni sociologiche o divulgative: è storia di musica, scaturita da un’anima che, seppur contorta, con la musica ha saputo anche giocarci.
L’avventura musicale per Bill comincia verso il 1990, poco più che ventenne, nell’ambito delle schegge rumoristiche sommerse attorno alla creatività che circonda l’area di Chicago: una musica scarna, statica, ripetitiva, ossessiva e disturbata, con accanimento particolare riguardo allo sviluppo di una melodia e alla struttura tipica di una canzone. "Sewn To The Sky" e "Forgotten Foundation" sono album che ascoltano poche persone, ma che fanno già parte di un evento. Successivamente avviene un grande cambiamento interiore, probabilmente la consapevolezza di poter esprimere una poesia più compiuta, o forse la visione di se stesso come una stanza desolata dove far accomodare il desolato mondo post adolescenziale, smarrito e alla ricerca di sintonie, fatto sta che dal successivo e bellissimo "Julius Caesar", la vita artistica di Bill perde i suoi contorni definiti, per confondersi con la vita personale, immaginata dal pubblico e dai fans come una perenne e insanabile frattura esistenziale. Chiunque ora la può cogliere e condividere, attraverso le atmosfere sonore cupe e dolenti della musica o nelle storie laceranti evocate dai testi; in pochi riescono ad avere il necessario distacco per leggere fra le righe una marcata e continua vena di ironia, tanto sono immediate le canzoni e tanto assomigliano al personale stato sofferente di ciascuno, che se ne immedesima con rapidità.
Il successivo "Burning Kingdom" (è un mini con sei pezzi) esaspera ancora di più i toni oscuri, le canzoni diventano un incubo senza speranza, avvolte da una veste sonora quasi dark. E’ sparita la spinta nervosa dei primi album, sostituita da un lento e inesorabile percorso negli inferi, dove ci si imbatte spesso in fantasmi del passato, Nick Drake, Tim Buckley, i soliti riferimenti potremmo dire, quando si parla di contesti laceranti. Fa paura anche la vita di Bill stesso, soprattutto all’epoca dell’uscita del successivo "Wild Love": si parla di sparizioni, di antidepressivi, di ricoveri, addirittura di tentati suicidi. E invece questo disco rappresenta una sorta di rinascita per Bill: l’impronta dell’icona dark che sa dialogare col pop, il tassello mancante della musica underground e anche l’apertura a collaborazioni più ravvicinate, segno di una volontà di andare oltre se stesso: Cynthia Dall (a cui ricambierà il favore nell’album di esordio), Jim O’Rourke (che lo cullerà per un lungo tragitto) e Steve Albini. Con quest’ultimo, un vero santone delle sonorità underground, Bill registra un nuovo e più definitivo cambiamento, sfornando due capolavori quali "Kickin’ A Couple Around" (un mini) e soprattutto "The Doctor Came At Dawn", in qualche modo il disco della consacrazione. La musica si svuota, per far spazio a una esasperante lentezza, a silenzi evocativi e a una metrica distorta e barcollante. Il tutto sembra giocarsi sul piano della dissonanza acustica, del fragile equilibrio delle tonalità, completato perfettamente dalla crudezza dei testi, una continua manifestazione di cinismo nei confronti della vita e della vitalità. Solo pochi mesi e Bill stupisce un’altra volta, autoproducendosi, con l’aiuto di O’Rourke, nello splendido "Red Apple Falls", meraviglioso disco ingannatore, che addirittura porta la critica a collocare gli Smog all’interno della proposta dell’alternative country (mai si finisce di imbattersi nell’improvvisazione). In effetti il disco è venato da un’atmosfera più pastorale e si ascolta pure la steel, ma dietro c’è sempre l’anima nera di Bill Callahan (basterebbe la sola Blood Red Bird). Personalmente ritengo questo disco un’ottima chiave di accesso per chi non conoscesse ancora il mondo inquieto e affascinante degli Smog, una chiave per aprire la porta e proseguire, ovviamente.
Affiorate in modo manifesto tutte le contaminazioni presenti nella musica e nella voce di Bill (ci potete trovare Springsteen, Cohen, Lou Reed, David Bowie e molti altri ancora), il percorso prosegue coerente e spedito con l’attesissimo "Knock Knock", che porta in copertina una divertente e allegorica rilettura della straziante e ormai conclusa storia d’amore dell’artista con Chan Marshall (aka Cat Power, altra fragile e malata creatura musicale). Scrollate ormai di dosso le atmosfere scarne e claustrofobiche, in una veste musicale incerta sulla direzione da prendere, emerge una certa fragilità compositiva, se vogliamo una ripetitività più manifesta e artefatta. E’ pur sempre un ottimo disco, ma si capisce che qualcosa è giunto al termine.
Lo si capisce con l’uscita dell’ultimo stupendo "Dongs Of Sevotion", (scurrile giochino di parole) forse il disco più bello, forse il lavoro che smaschera definitivamente l’anima bizzarra e ludica di Bill, oppure un lavoro arrivato in un momento di effettiva maggiore serenità personale. Fatto sta che Bill utilizza questa serenità, questa maturità, per stravolgere nuovamente la propria musica, conferendole finalmente una direzione precisa, facendolo per sottrazione, un registro che ha permesso a Bill negli anni di esprimersi al meglio, stavolta con l’aiuto di nuovi collaboratori, come John McEntire dei Tortoise. Si ritrovano le corde di "Wild Love" e ci si imbatte soprattutto in testi sorprendentemente allegorici, beffardi, con un’ironia ormai palesemente scoperta. Bill, che ha sempre giocato con la morte, ora si può permettere di declamare "…Vestiti Sexy al mio funerale, mia cara moglie,…apriti la camicetta e fai l’occhiolino al prete, getta bacetti ai miei fratelli afflitti e quando toccherà te a parlare, ricorda a tutti di come lo facevamo bene sulla spiaggia, con i fuochi d’artificio, sulle rotaie della ferrovia, con i sassolini sotto di te e qui, nel cimitero dove adesso riposo" (Dress Sexy At My Funeral).
Scarno come la musica di Bill, questo breve percorso è giunto al termine. Come sempre l’augurio è che sia utile per far partire un personale percorso per affrontare il lungo e affascinante viaggio musicale degli Smog.
Discografia essenziale:
SEWN TO THE SKY (Drag City, 1990)
FORGOTTEN FOUNDATION (Drag City, 1992)
JULIUS CAESAR (Matador, 1994)
BURNING KINGDOM (mini CD, City Slang, 1994)
WILD LOVE (City Slang, 1995)
KICKIN' A COUPLE AROUND (mini CD, Domino-Drag City, 1996)
THE DOCTOR CAME AT DAWN (Domino-Drag City, 1996)
RED APPLE FALLS (Domino, 1997)
KNOCK KNOCK (Domino, 1999)
DONGS OF SEVOTION (Domino, 2000)(continua)
di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 48, settembre 2000