SONIC YOUTH
Il rock oltre se stesso

Il pensiero creativo nasce quasi sempre dalla dissociazione. Quante volte ci sentiamo schiavi di sentieri mentali che prevedono lo stesso percorso, medesime risposte a ricorrenti domande? Quante volte cerchiamo soluzioni nuove, quante altre siamo attorniati da oggetti a cui non riconosciamo che il loro solito e normale utilizzo? Dissociare la forbice dal semplice tagliare, la forchetta dal semplice mangiare o una melodia nella sua prevedibile evoluzione. Quello che hanno fatto i Sonic Youth con le note, con le corde delle loro chitarre e con la musica rock in generale è frutto di un percorso creativo portato ai massimi livelli, costantemente alimentato da desideri dissociati e da una raffinata capacità di osservazione: per i lettori di Late For The Sky può sembrare normale parlare di artisti "dissociati" da ciò che in genere sono i pensieri e i percorsi nati sfiorando o solo immaginando il successo, intravedendone gli elementi connaturati a qualsiasi forma di ritorno (commerciale, di immagine, di potere…). Ed è più facile individuare i puri nell’ambito cantautorale autoprodotto. La storia recente del rock alternativo ci insegna che il pericolo è in agguato ovunque e la purezza (artistica) può comunque essere mantenuta anche se si è sotto contratto con una major, almeno questo è il mio parere. In ogni caso qui il problema è un altro: dissociare un percorso predefinito, renderlo creativo, destabilizzare le forme e i canoni della sperimentazione, divergere da qualsiasi trappola di tendenza e dissociare schemi codificati, questi ultimi anticamera di ciò che porta a canalizzare la musica all’interno di strutture definite, i cosiddetti generi musicali (male comunque necessario per delineare le coordinate).
Tornando ai Sonic Youth quindi, una creatività alimentata da un percorso costruttivo (e distruttivo) dissociato rispetto all’approccio alla musica e ai risultati sonori; non in fuga rispetto a qualsiasi contaminazione, compreso il pop commerciale, ma in ascolto, in dialogo. Non esiste nessun altro gruppo come i Sonic Youth e perfino loro sono riusciti, in oltre vent’anni di musica riconoscibile, a non rimanere uguali ai Sonic Youth. Rompendo gli schemi certo, uscendo dalle gabbie anche, percorrendo una strada sempre più in là, più avanti.

New York
La storia comincia più o meno dove annaspa il punk a New York e per farla breve ruota attorno ad un fermento tipicamente locale: imparata la lezione dei Velvet Underground e dei New York Dolls, rifiutati gli schemi della semplice rottura, in aperto dialogo con moduli espressivi più complessi (pittura, scultura…) e senza complessi di inferiorità, anzi magari con una certa arroganza, i musicisti newyorkesi verso la fine degli anni settanta sperimentano la possibilità di non avere limiti. Lydia Lunch, con il suo carisma, detta la direzione, Glenn Branca, con le sue sinfonie per chitarre accordate e suonate in modo originale, inventa stimoli e fagocita un brulicare di band, irrimediabilmente lanciate verso un rock vuoto pesante e senza troppe speranze, a reinventarsi. Sullo sfondo la figura di John Cage ed una aperta disponibilità ad accettare qualsiasi influenza musicale, qualsiasi background, purchè rivolto verso una produzione sonora rumoristica, metropolitana e in confronto con forme artistiche diversificate.
Il rifiuto del punk, l’affermarsi della frammentaria filosofia no wave quindi è il punto di partenza corretto per contestualizzare la nascita del fenomeno Sonic Youth; lo sfondo di New York, l’elemento essenziale per capire la trasformazione di una band qualsiasi in un fenomeno di inequivocabile qualità e potenza creativa. E di carica innovativa, che fungerà da influenza per il marchio sonico di miriadi di band, molte delle quali purtroppo, indie o major alla pari, costruite a tavolino. Altri elementi genitali sono il legame viscerale con l’ambiente metropolitano (e ribadisco che sento questo come un punto di partenza e di ripartenza molto folk, vicino alla gente, gente alienata dal caos e dalla disarmonia tipica della grande mela), nonché il coraggio della sperimentazione continua e mai doma. Il tutto interpretato con un’essenziale spirito di ironia e autoironia indispensabile per non cadere in facili trappole autocelebrative.

Noise Wave
Proviamo a mettere come data di partenza il Noise Festival, organizzato dal non più giovanissimo Thurston Moore, con l’aiuto di Branca, nel giugno del 1981 al White Columns, se non altro perché durante quegli otto giorni di ininterrotte performance delle miriadi di band locali, il biondino e la sua donna-bassista, Kim Gordon, entrano in contatto con Lee Ranaldo, chitarrista più capace, amante della West Coast e dei Grateful Dead ed in perfetta affinità con l’innovativo approccio di Branca alle chitarre e alle accordature aperte (mentre per Moore l’approccio creativo è a quel tempo per lo più dovuto al fatto che non sapeva ancora suonare bene lo strumento). Dall’incontro e dall’alchimia scaturita, dopo enormi difficoltà nel rapportarsi a un batterista adeguato, i nativi Sonic Youth si trovano con materiale pronto per il primo lavoro che, seguendo la tradizione locale, nasce partendo dalla grafica di copertina (disegni e fotocopie). Confusion Is Sex, uscito nel 1983 subito dopo un EP intitolato col nome della band, è il punto di partenza tendenzialmente hardcore, maltrattato in fase di registrazione (il master fu accidentalmente inzuppato di Coca Cola) e furiosamente acido, dimostra comunque la caratteristica di un metodo di lavoro non dettato da coinvolgimenti ambientali precostituiti, bensì divenuto la risposta dei ragazzi nei confronti del personale modo di concepire la musica. Già presenti le accordature alternate di Ranaldo secondo lo stile di Branca, in netto dualismo con la furia hardcore vera e propria, grande passione-schiavitù di Thurston Moore ; sufficiente per creare uno stile già unico e imporsi nel fragore rumoristico anche al di fuori di New York. Parte così anche il primo timido tour che in breve e con discreto successo di critica, arriva anche in Europa.
Intanto a New York impera la noise art, sotto gli stimoli della cultura no wave: più di un centinaio di band sono all’opera.
La costante per i Sonic Youth diventerà da qui in poi l’enorme quantità di produzione che si materializzerà, oltre che nell’ambito della discografia ufficiale, attraverso un infinito numero di singoli, mini album, EP e lavori veri e propri, molti dei quali autoprodotti in quello che è ormai un vero e proprio fiume in piena sperimentale, ai margini dei lavori che vengono pubblicati dalla Geffen. Una giungla, fra opere personali, contaminazioni, collaborazioni (attive anche da noi) che non ci è possibile approfondire e divulgare per limiti di spazio.

Tornando all’evoluzione "sonica" della band, il secondo lavoro organico dal titolo Bad Moon Rising del 1985 è già un piccolo caso rivoluzionario. Sguardo rivolto alle radici folk, ispirato dal contrasto est/ovest, ribadisce un sound sicuro dove le accordature stravaganti dettano quell’indirizzo di confine fra melodia armoniosa e dissonanza pura che diventerà un vero e proprio marchio del gruppo. Un disco fondamentale per il rock indipendente americano, ancora sufficientemente grezzo per non fiaccare gli intenti; compare un tentativo di dare corpo e importanza ai testi e alla qualità interpretativa, sempre priva di qualsiasi estetismo. Tralasciamo le critiche pesanti che accolsero il lavoro per alcuni passaggi vagamente celebrativi alla figura di Charles Manson e soffermiamo la nostra attenzione sulla metodologia già pregevole di Moore e di Ranaldo nel creare quell’obliquo dialogo chitarristico imprescindibile nell’evoluzione del suono dei Sonic Youth.
Dopo la fuoriuscita dell’ennesimo batterista e dopo un discreto successo in Inghilterra, entra in scena Steve Shelley e con lui la stabilità dell’organico che sopravvive ancora oggi. Succede un’altra cosa importante per la vita del gruppo: il contratto con la SST che era sì un’etichetta indipendente, ma con mezzi ben diversi rispetto alla Homestead e soprattutto con una guida qualitativamente illuminata che aveva portato fra le sue fila gli Husker Du, i Minutemen e i Meat Puppets fra gli altri. Nonostante ciò era ancora arduo per i Sonic Youth pensare di allargare i cerchi concentrici della propria musica senza ricorrere alle esibizioni live e proprio queste portano la band in poco tempo a presentarsi in cartelloni importanti, ma soprattutto creano attorno ad essa curiosità e rispetto.
A questo punto, 1986, arriverebbe come una furia quello strepitoso frutto del connubio fra gli Youth e la SST, Evol, meraviglioso lavoro che cambia la faccia e la vita del gruppo, ma desidererei anteporre alcune personali considerazioni come suggerimento per la fruizione dei lavori della band newyorkese, soprattutto per chi si accosta solo ora alla loro opera: dissociare l’ascolto, scomporlo pezzo per pezzo, differenziare gli ascolti, renderli sempre più mirati, chiamare per nome ogni singolo pezzo, evitare la tentazione di generalizzare, di omogeneizzare, cosa che rischierebbe di portare fuori strada sia dal punto di vista emotivo che da quello critico.
Evol, titolo che fonde e confonde le parole Evil e Love, nasce dal trapianto californiano e dalle contaminazioni del suono primordiale dei Sonic Youth con idee e concetti nuovi, in qualche modo già distanti dagli schemi dell’hardcore e dalle solite metodologie del noise. La prospettiva nuova, la dissociazione dal solito percorso, scaturisce per la verità da uno splendido paradosso: e cioè uno sguardo ironico, sincero e per niente irrispettoso nei confronti del pop, compreso quello più commerciale, nato sulla spinta dell’interesse attorno all’esplosione del fenomeno planetario Madonna, un’altra newyorkese. Parte qui, con un EP dal titolo Tuff Titty Rap anche l’avventura parallela dei Ciccone Youth, cioè loro stessi sotto le poco mentite spoglie degli stravolgitori di cover della cantante italoamericana, avventura che produrrà anche un album vero e proprio, The Whitey Album. Evol è un disco straordinario, ma in un certo senso tutto deve ancora cominciare.
Il cammino della band prosegue con queste coordinate: dissociarsi nuovamente dalle sonorità acquisite, provare a scrivere brani più compatti incrementando nuovamente il dialogo chitarristico e bucando maggiormente le voci fin qui sempre in secondo piano, rivolgersi a una registrazione calda, valvolare, low-fi, alimentare la produzione sonora di stimoli letterari. E Sister, l’album uscito nel 1987, in effetti è un po’ tutto questo. Riferimenti precisi all’arte e alla vita di Philip Dick fanno da sfondo e da stimolo all’evoluzione delle nuove composizioni, dove anche la parte ritmica assume una connotazione più riconoscibile, che viene affiancata all’ormai evoluto utilizzo ritmico delle chitarre accordate in modo disarmonico. Prosegue il dialogo con il pop, viene ripresa e sviluppata la predominanza rumoristica (fatale il ritorno a New York), vengono accolti sprazzi di tastiere sintetiche mentre prende corpo, soprattutto attraverso gli interventi vocali malati e inquietanti di Kim Gordon, una direzione interpretativa cupa e sommessa. Il disco, che incrementa la popolarità di culto della band ma non riesce ancora a perforare il circuito delle college radio, segna anche lo strappo con la SST, etichetta ormai incapace di gestire la popolarità raggiunta dalle proprie creature e il gruppo fa le prove per il prossimo grande salto firmando per una major anche se un poco mascherata, la Enigma.

Ubi major
Non è un elemento di disturbo per un cammino già tracciato e percorso con spirito creativo, con ironia ma con grande convinzione. Una convinzione che mantiene le proprie coordinate inequivocabilmente legate al suono chitarristico e quindi all’anima del rock, nonostante il mondo musicale stia oscurando quei suoni spigolosi a vantaggio delle imperanti campionature hip hop. Verso la fine del 1988 viene pubblicato il doppio Daydream Nation, ennesimo coacervo di idee e contaminazioni artistiche convogliate in musica (di idee ce ne sono perfino troppe). Il disco inizia con il memorabile arpeggio di Teen Age Riot , la canzone che immagina il leader dei Dinosaurs Jr. chiamato a fare il Presidente degli Stati Uniti. Ed in effetti emerge fra le dissonanze melodiche la dissonanza politica, lo sguardo rivolto alla nazione giovanile che sogna di giorno, forse di uscire dalla morsa del reganismo, forse di ricucire gli stimoli artistici sotto un filo conduttore politico. Daydream Nation è un grandissimo lavoro ad ampio respiro sul rock, rispettoso verso la musica del passato, con riferimenti alla West Coast, perfino al progressive britannico (Albione ama visceralmente i Sonic Youth), ma anche con una lucida capacità di esprimere il presente metropolitano, di una grande città come New York, attraverso una furia primordiale. Nonostante sia un doppio album, forse il primo di una noise band, nonostante la lunghezza dei singoli brani, il disco vende meritatamente abbastanza bene e soprattutto viene trasmesso per radio. Fatale quindi la pressione e la sterzata piuttosto decisa (e forse per la prima volta anche piuttosto confusa?) della band a seguito della firma per la DGC (Geffen) e dopo essere stati in combutta con la Atlantic e la A.&M. Il budget tecnico e finanziario messo a disposizione del gruppo e tutte le nuove responsabilità non ancora ben assimilate creano una prevedibile dispersione che viene accentuata da una produzione un po’ caotica. Condizionamenti più o meno inconsci si scontrano con un periodo di fragilità di intenti del gruppo e tutto è racchiuso nell’album Goo, in ogni caso un lavoro sempre sopra la media; la virata verso un pop più deciso è il tributo dell’impatto col mainstream, anche se in seguito l’intelligente ironia della band emergerà per superare brillantemente tutte quelle trappole dove sono caduti invece molti nomi illustri del rock immediato e furioso (Replacement e in qualche modo Husker Du per fare qualche esempio).

A questo punto, e mi rivolgo ai miei fedeli lettori, mi devo ripetere, nel senso che anche sul cammino sicuro della band newyorkese arriva il momento in cui si allunga l’ombra lunga del bisonte. E’ il 1991 quando Neil Young chiede ai Sonic Youth di aprire alcuni concerti del suo Ragged Glory Tour (per i ricercatori di chicche e curiosità ricordo che soffiarono il posto agli Einsturzende Neubauten di Blixa Bargeld!). Senza andare troppo in profonde analisi e nonostante i problemi di "convivenza", sicuramente fu un incontro benefico per entrambe le parti: il gruppo potè usufruire di una platea smisurata e il canadese sbirciare direttamente nel cuore di una delle band da lui più stimate all’epoca, in un periodo di rinvigorita passione per il suono elettrico e i feedback. Dopo la delusione parziale di Goo, forse più per la band che per i fedeli fans, la pressione sembra allentarsi o comunque viene vissuta in modo che non provochi più sbandamenti. Fondamentale, per la riuscita lavoro successivo, è l’incontro con il produttore-gurù undergroung Butch Vig (che ritroviamo oggi leader dei Garbage), un vero manipolatore sonoro con quello spirito immediato che il gruppo cercava da tempo per scansionare meglio le dissonanze rumoristiche, cuore genetico del suono Sonic Youth. Nel frattempo il carisma riconosciuto alla band fa si che la Geffen, attentissima al cambiamento dell’industria discografica sotto le spinte dell’underground, accolga il consiglio di Thurston Moore di mettere sotto contratto i Nirvana per il loro secondo lavoro. Di Nevermind e dintorni sappiamo tutti tutto.
Dirty, con Vig e Wallace alla consolle, esce nel 1992 ed è l’apice del flirt fra la band newyorkese e il pop. Premesso che è un disco immancabile, se non altro per intuire quanta influenza i Sonic Youth abbiano avuto sulla musica pop rock di un certo spessore, è anche la conferma che l’estrema fedeltà al proprio modo di essere, senz’altro a più di un passo prima della commestibilità commerciale, si paga alla fine in termini di vendite: 300.000 copie vendute, già un successo per la band, contro i nove milioni del capolavoro di Cobain e soci. Eppure il disco ha momenti straordinariamente efficaci (Theresa’s Sound-World e Shoot) e mantiene una immediatezza pari a uno splendido debutto; e invece gli anni insieme sono ormai più di dieci.

New way
Con Dirty e con una miriade di band a ridosso in quello che era diventato un linguaggio appagante anche per l’industria mainstream, i Sonic Youth sentivano che in qualche modo era nuovamente giunta l’ora di dissociarsi. Durante gli ultimi tour, quelli che li hanno visti in cartelloni importanti, maturano le idee innovative che ancora una volta li spingeranno più avanti e questa volta diciamo una volta per tutte. La voglia di sperimentarsi porta in studio Moore e Ranaldo ciascuno nei suoi progetti e sui palchi nuove canzoni e queste suonano in modo più sperimentale; il desiderio di catturare questo stile anche in studio, di nuovo con l’aiuto di Butch Vig, li conduce ai Sear Sound (le consolle che avevano visto nascere Pet Sounds più di trent’anni prima) con il giusto poco tempo a disposizione e la poca voglia di sciupare soldi in inutili sovraincisioni. E questa volta è veramente un capolavoro, anche dal titolo: Experimental, Jet Set, Trash And No Star, che potrebbe essere stata la sintesi massima per descrivere il gruppo, è un lavoro di getto splendido, ben scandito, torbido e oscuro, che nasce su un ascolto paradossalmente scarno (la prima traccia Winner’s Blues sembra un demo unplugged), si sviluppa in un vortice sonoro da pop psichedelico (testi compresi), obliquo e malato nelle tracce fornite da Kim Gordon, per poi proseguire la sua corsa nei dintorni di sonorità ancora più scorticanti che quelle sentite agli inizi, ma definite, narcotiche, ellittiche. I Sonic Youth riprendono in mano loro stessi e il rock nel suo pensiero, portandosi a un punto creativo ormai inattaccabile, senza nessun pudore nei confronti dell’industria che li finanzia (e li ascolta) e nemmeno verso le classifiche di vendita, che non li ha mai premiati con cifre roboanti. Da qui in poi il cammino diviene ancora più chiaro: l’innovazione, la creatività non ha limiti. Viene da citare uno splendido concetto ben espresso da Michele Prisco (ovviamente non riferito ai Sonic Youth): "Non ho nessuna scusa tranne quella degli incoercibili momenti di sincerità che ho imparato a non sprecare e che non bisogna mai sprecare perchè sono i momenti più nostri, quelli più attivi, quelli a cui ci si può affidare ciecamente… e sono troppo rari per poter essere sprecati, ne abbiamo pochi, troppo pochi, tanto pochi che quando vengono dubitiamo di loro o non li vediamo oppure altri ci impongono di non vederli…" (perdonate l’escursione).
Experimental, Jet Set… è un viaggio suggestivo: a volte sembra di essere storditi da qualche sostanza, altre pare di fluttuare nelle atmosfere paranormali di Banana Yoshimoto, e altre ancora si è pervasi da un’energia creativa poco comune (almeno nella musica). Di nuovo in cima al cammino, di nuovo faro benevolo per band povere di mezzi ma ricche di spirito (dai Sebadoh, ai Pavement, l’elenco sarebbe chilometrico), di nuovo avanti a tracciare la strada per un futuro possibile del rock.
E’ evidente, e lo dimostra a questo punto la specie di rompete le righe attivo (chi fa dischi in proprio, chi produce, chi fa figli…), che se è vero che la ruggine non dorme mai, è altrettanto vero che la ruggine corrode chi vuole lasciarsi corrodere. In questa rinnovata direzione sperimentale, sottoprodotta, suggestiva e orientata verso una comunicazione sonica meno convulsa e più attenta alle sfumature, ai passaggi, alle voci, I Sonic Youth tornano in studio per un nuovo lavoro e il nuovo lavoro riflette ciò che la band è in quel momento: Washing Machine, ancora fedelmente editato da Geffen, esplora col marchio sonico consueto, nuove forme espressive (come per esempio la suite minimalista di The Diamond Sea), dove il confine fra la scrittura e il riverbero sonoro è una linea di demarcazione puramente convenzionale. Il disco denota ormai la grande intesa e interazione reciproca fra Moore e Ranaldo (più volte in bilico sul piano umano) e sottolinea, soprattutto dal vivo, l’integrazione perfetta di ogni singola scansione sonora, sempre dettagliata, sempre emergente da precarie accordature, con l’armonico risultato d’insieme. Ovviamente nessun singolo trainante, ovviamente nessuna promozione particolare, ovviamente un nuovo importante traguardo raggiunto con distacco e ironia in attesa di dissociarlo verso qualcosa di nuovo.

E si arriva alla fine del 1997, con l’uscita dell’ultimo prodotto della discografia ufficiale dei Sonic Youth e un’altra volta si ha l’impressione che la band non sbagli un colpo. Gente che ormai viaggia verso i cinquanta e che ti stupisce per la chiarezza di idee e di concetti attorno a una musica che dovrebbe meglio esprimere l’impeto e la freschezza dei ventenni. A Thousand Leaves non ferma l’orologio del gruppo sulle atmosfere del disco precedente, ma prende in modo deciso la strada della ricerca di nuove opportunità, di nuovi percorsi sonori, di stimoli letterari, sempre aggirandosi nei paraggi di uno stupore in cui non indulgere oltre, più di un minuto. Sperimentazione e nuova dissociazione, brani un poco più lunghi del normale, spesso autocitazioni e spesso citazioni genetiche (Velvet Underground nel commestibile Sunday), ma certezze precariamente solide presentate con il solito inconfondibile stile. Suoni che implodono e momenti liberatori che hanno trovato forse il culmine alla fine del concerto di Milano nel luglio del 1998: dopo un lungo ed estenuante feedback psichedelico assolutamente geniale di Lee Ranaldo, si è scatenata una furia temporalesca che ha risvegliato tutti improvvisamente da un’estasi catartica.
Non è stato facile parlare dei Sonic Youth senza ripetersi, forse non è semplice il fatto di riuscire a districarsi nelle evoluzioni del loro suono. Senz’altro lo si poteva tentare partendo dall’inizio, senza mai perdere il filo, come abbiamo cercato di fare qui, ma con la mente aperta a qualsiasi direzione finale. E’ evidente, e credo l’abbiate capito, quanto amore nutro per questa band, che mi ha accompagnato per anni aiutandomi a "dissociare" l’ascolto della musica in generale e quindi non nego di aver più volte, anche senza saperlo, sfiorato qualche forzatura, di cui però non ho razionali motivi per dissociarmi. Con i Sonic Youth mi sento prigioniero di un sogno rock, come una puntina rotta su un vinile che continua a girare all’infinito (immagine liberamente tratta da un poco approcciabile lavoro noise di Lee Ranaldo dal titolo From Here – Infinity).

Discografia:

CONFUSION IS SEX, 1983
BAD MOON RISING, 1985
EVOL, 1986
SISTER, 1987
DAYDREAM NATION, 1988 (2 LP)
GOO, 1990
DIRTY, 1992
EXPERIMENTAL, JET SET, TRASH AND NO STAR, 1994
WASHING MACHINE, 1995
A THOUSAND LEAVES, 1997

E’ volutamente scarna e non comprende gli EP, le colonne sonore, le partecipazioni, le produzioni, i bootlegs, i lavori solisti e tutto quanto parte della discografia marginale, spesso esasperatamente sperimentale e autoprodotta. Imperdibile un libro di testi della Giunti e "IL CAOS INCALZA", buon lavoro di Alex Foege edito da Tarab, tradotto in maniera armonicamente dissonante dal nostro grande Marco Grompi.

di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky

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