Con un nome simile deve essere stato davvero difficile passare inosservati,
anche nell’universo circoscritto della musica indie americana; difficile quantomeno
non suscitare qualche morbosa curiosità. Invece, proprio quello era il
desiderio di Dan Oxemberg, Jon Shere e Steve Shafel: attraversare di nascosto
le note, sventrarle in sordina approfittando dell’oscurità, restituirle
poi decomposte, in una struttura di ludica malinconia e di euforica ubriacatura,
dalla prospettiva dilatata e priva di qualsiasi schema, rimanendo nell’ombra.
Tratti che li annoverano, a posteriori, certamente fra gli antesignani delle
cosiddette slackers-band, anche se il concetto resta limitativo.
Attivi nella natìa Boston fin dal 1982, fulcro attrattivo del Hampshire
College, i Supreme Dicks (tutti chitarristi e cantanti, con l’aggiunta di un
batterista) si affacciano alla discografia dopo dieci anni di tormenti e frustrazioni
(tutto verrà però recuperato e dato alle stampe) con un singolo
su Funky Mushroom (
Sky Puddle - Country Of Nuns) seguìto, a distanza
di qualche mese, dal primo album,
The Unexamined Life (
Homestead)
stralunato e ipnotico, che li caratterizza fin da subito come una band votata
al suono più che alla scrittura, titolare di un songwriting sfilacciato
e imploso in una psichedelia quasi involontaria, privo di canoni formali, ma
con debiti nel filone del cosiddetto folk-rock obliquo e a tinte scure (a cui
i Supreme Dicks conferiscono però un effetto di acuta svogliatezza),
che nasceva e si affermava assieme a personaggi trasversali come J Mascis, Will
Oldham e Bill Callahan e band come i Neutral Milk Hotel, i Dead C, gli Idaho
e i Sebadoh.
L’allucinazione formale non si fermava alla musica, proseguendo il proprio delirio
nelle liriche e nella filosofia esistenziale del combo: furono proprio i testi,
espliciti e barrettiani, se vogliamo, a emarginare il gruppo rispetto al resto
della scena ma, nel contempo, a creare loro attorno un’aura di mistica e atipica
atea religiosità ("Per essere un Cazzo Supremo uno deve aver fatto
voto di celibato, non mangiare carne e avere una mentalità non egocentrica..."
farneticavano Dan e i suoi).
Pubblicato il primo disco, sotto la spinta della critica entusiasta, i ragazzi
diedero fondo agli archivi, che videro la luce nel 1994 col titolo
Workingman’s
Dick (Freek Records), una sorta di concept album "sui generis"
con molti brani indecifrabili e privi della parte cantata, e nel successivo
più frammentato EP
This Is Not A Dick (Runt), per certi versi
inascoltabile, oltre a uno split in parallelo in compagnia degli One Small Good
Thing. Dati per spacciati e perduti mentalmente, in cerca di nuove strade di
sviluppo della filosofia reichiana ("creare un fluido positivo dell’Orgone"),
i Supreme Dicks piazzano invece la zampata storica con
The Emotional Plague,
pubblicato sempre dalla Homestead, album che si scrolla di dosso qualche ingombrante
paragone (Lou Reed, Tim Buckley), per addentrarsi con convinzione in una deformazione,
sempre di stampo psichedelico, del suono e della melodia, costruendo cumuli
di dissonanze alternate a frammenti di canzone, dove è sempre il suono
stesso e la sua idea a costituire il baricentro, con l’introduzione di strumenti
intrusi e la meticolosa cancellazione di qualsiasi flusso ritmico. Un lavoro
affascinante quanto surreale, contraddittorio ma sublime, gravido di autoironia,
quanto soffocato sul nascere da un mood plumbeo e carico di sinistri presagi.
Qualcuno li ha definiti un’orchestra da camera di straccioni, qualcun altro
ha tirato in ballo la musica d’avanguardia: tutti concordi nel decantarne le
lodi. Io mi immagino spesso le loro facce intente a leggere quelle critiche
entusiastiche e tortuose , e non posso non sorridere: non credo che i Supreme
Dicks si siano mai presi artisticamente troppo sul serio. Spariti definitivamente
dalla circolazione, musicalmente parlando, pare a seguito di un caotico concerto
in cui furono raggiunti sul palco (continuando però a suonare) da un
fan esagitato (Dan Kapelovitz) che si autoproclamò nuovo leader della
band (Dan è ora attivo in centinaia di progetti artistici, tra i quali
il più fortunato è il serial televisivo psichedelico Threee Geniuses,
peraltro condiviso con l’ex "membro" dei Dicks, Jon Shere, oltre che
nell’arte decorativa di derivazione onirico-surreale), quello che più
mi colpisce è sentire o leggere periodicamente (mi è capitato
personalmente con Pall Jenkins dei Black Heart Procession) dichiarazioni di
autorevoli musicisti della scena indie, che ricordano con devozione e affetto
i Supreme Dicks e le condivisioni artistiche, sia in studio che sul palco (dove
il gruppo ha sempre espresso cose mirabolanti): J Mascis, Azalia Snail, Lou
Barlow, Alan Sparahwk, sono molti a tenere vivo il ricordo dei Dicks. Per finire,
pensavo che la discografia dei Supreme Dicks fosse stata inghiottita dall’oblìo
ma mi sbagliavo: persino
Amazon
e
CDNow ne hanno qualche
copia in magazzino. Non sarebbe uno sforzo inutile, quello di dare il via a
una personale caccia al CD, meglio se in qualche bancarella o tra gli scaffali
di negozi di seconda mano, quantomeno di
Emotional Plague che, a torto
o a ragione, resta uno dei dischi fondamentali della passata decade.
di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista
Late For The Sky, n.61,
novembre 2002