GREATFUL DEAD
Surrealistic Dead

Basta ascoltare il grandissimo "By Your Side" per rendersene conto: i Black Crowes sono l’ultima e più grande rock’n’roll band del pianeta. Non si pensi a un’affermazione disfattista, tutt’altro; il punto sta altrove. I fratelli Robinson suonano in quel modo — l’unico possibile, per loro — perché durante l’infanzia hanno avuto modo di ascoltare Hank Williams, Bill Haley, Phil Ochs, Muddy Waters, il primo Joe Cocker e parecchio jazz. L’adolescenza, poi, li ha visti avvicinarsi ad Aerosmith, Humble Pie, Rolling Stones, al blues elettrificato dei seventies e a due vere e proprie southern legends come Lynyrd Skynyrd e Allman Bros: tutte queste influenze, più o meno elaborate, sono successivamente confluite nel sound che conosciamo e di cui possiamo godere sfrenatamente. Dico quindi che ai Black Crowes spetta di diritto lo scettro di ultima rock’n’roll band del pianeta, in quanto nessuno suonerà più come loro: il rock’n’roll, pur rimanendo in fondo sempre uguale a se stesso, subirà i mutamenti cui va incontro qualsiasi genere musicale nel corso degli anni, cambieranno i paradigmi di riferimento e con essi lo spettro d’ascolti medio di un qualsiasi ragazzino americano. Per intenderci: i Black Crowes avrebbero pure potuto decidere di consacrarsi all’emulazione dei Depeche Mode, ma da piccoli Hank Williams l’avrebbero metabolizzato comunque, mentre in un futuro prossimo le giovani band di estrazione roots si ispireranno a modelli sempre meno vetusti; non migliori, ovviamente, soltanto meno radicati nel tempo.

Già oggi siamo circondati da una pletora di gruppi intenti a scimmiottare gli Uncle Tupelo, senza però possederne la passione e gli stimoli: perché hanno ascoltato (quasi) solo Farrar e Tweedy, e si sente. I Tupelos, invece, hanno saputo rinnovare in maniera così profonda il suono delle radici perché avevano amato sì il punk, ma conoscevano bene anche Coalminers, Moonshiner e Gram Parsons. Ignoro a questo punto quale sia la differenza anagrafica che intercorre tra Black Crowes, Uncle Tupelo e Phish — il discorso, comunque, non cambia di una virgola. Si dice in giro che i Phish sarebbero gli eredi dei Grateful Dead: balle. Avete sentito "Hampton Comes Alive" (grande titolo, a proposito)? Bel disco (anzi, bei dischi), un po’ troppo lungo magari, farraginoso come tutta la produzione del quartetto. Belle cover, soprattutto, dall’epica "Bold As Love" ai Beatles, da Stevie Wonder agli Ween, su su fino a "Gettin’ Jiggy With It" dell’ex principe di Bel-air Will Smith. Scandaloso? No, per niente: i Phish (e con loro Dave Matthews Band, Vertical Horizon, Rusted Root, Calobo, String Cheese Incident e compagnia) avranno anche in testa Skynyrds, Allman e Dead, però hanno fatto in tempo ad apprezzare i Talking Heads, l’electropop, la new-wave e, chissà, forse pure quello sfigato del Peter Frampton solista ("…baby I love yooouuu… baby I love your waaayyyy…", ehm…): logico, dunque, persino normale e rassicurante che sappiano — che vogliano — reinterpretare con gusto e consapevolezza delle canzonette da centro commerciale. I Dead, a ogni modo, non l’avrebbero mai fatto: non perché Garcia avesse buon gusto e i Phish no, semplicemente perché Garcia aveva ricevuto la sua "educazione musicale" su tutt’altri testi: i folkster anteguerra, il blues più grezzo e scarnificato, un po’ di soul, i dischi Blue Note e Dio solo sa cos’altro ancora.

Certo, non è che nei primi dischi dei Dead questo armamentario di influenze fosse così palese, anzi. Eppure, in album peraltro non imprescindibili come "Vintage Dead" (Sunflower, 1971/***) e "Historic Dead" (Sunflower, 1971/**1/2) — testimonianze a loro modo importanti riguardo i primordi del gruppo, catturato on stage nel 1966 all’Avalon Ballroom con una qualità sonora appena dignitosa — si possono ascoltare le prime, chilometriche versioni di "Good Morning Little Schoolgirl" o "In The Midnight Hour" (18 minuti!). Bastano i titoli, no? Nulla si crea dal nulla, e il processo di maturazione — dalle tradizioni folk, blues, hillbilly e country fino alla psichedelia più vorticosa — è lento e faticoso per i Dead come per chiunque altro. Esplicativi, al riguardo, i nomi — Hat Valley Drifters, Wildwood Boys, Black Mountain Boys etc. — delle prime band formate da Garcia in sodalizio con Robert Hunter, gruppi piuttosto effimeri dove a dominare era soprattutto la passione del duo per il retroterra country del loro paese.

Il primo turning-point avviene nel 1964, quando Garcia e Hunter si affiancano agli Zodiacs di Ronald "Pigpen" McKernan e Bill Kreutzman, ribattezzano l’organico Mother McCree’s Uptown Jug Champions e lo lasciano aperto alle più svariate partnerships, da Marshall Leicester a Bob Weir, da Dave Parker a Tom Stone. Ed è proprio Pigpen a introdurre Garcia ai voluttuosi piaceri del blues — Howlin’ Wolf e Muddy Waters soprattutto — della famiglia Chess, accendendo così una scintilla destinata a durare quasi mezzo secolo. Inutile dire quanto nel nucleo della band la confusione regni sovrana per parecchi mesi, basti sapere che la prima line-up stabile, sotto la denominazione Warlocks, vede schierati Garcia e Weir alle chitarre, Phil Lesh e Kreutzmann alla sezione ritmica (rispettivamente, basso e batteria), nonché l’ottimo Pigpen all’organo e voce solista. Affascinati dalle sperimentazioni lisergiche condotte da un’emergente Ken Kesey, i Warlocks non tardano a diventare una delle attrazioni fisse nella comune hippie di LaHonda, sovente accompagnati dai folli Merry Pranksters. Le registrazioni di quelle performance e, più in generale, dei fiumi di musica scorsi durante gli acid-tests condotti da Kesey, sono confinate in uno sparuto gruppo di bootleg di ardua reperibilità ove gli acerbi originali dell’epoca — "Cold Rain And Snow" e "New Minglewood Blues", ad esempio — si alternano a discrete e prevalentemente strumentali riprese di traditionals, fra le quali va citata almeno una già convincente "Sittin’ on top of the world".

Quando il gruppo si trasforma definitivamente in Grateful Dead, Garcia & Co. rappresentano già un sinonimo degli happening di casa al 710 di Ashbury Street, nonostante la loro prima emissione ufficiale — il singoletto "Don’t Ease Me In / Stealin’" licenziato nel 1966 dalla Scorpio, minuscola sussidiaria della Fantasy — paghi apertamente tributo alle mai dimenticate radici. Il primo contratto discografico degno di questo nome viene firmato dai Dead nello stesso anno, grazie all’interessamento della potente Warner Bros., per la quale il gruppo incide il deludente "San Francisco’s Grateful Dead" (Warner Bros., 1967/**1/2); non un disastro assoluto, beninteso, ma indubbiamente un album nei cui confronti il tempo non si è certo dimostrato galantuomo, un disco invecchiato senz’altro peggio rispetto alle quasi contemporanee sortite di altri gruppi — i Jefferson Airplane di "Surrealistic Pillow", poniamo, o i Country Joe & The Fish di "Electric Music For The Mind And Body" — della medesima scena: a onor del vero va comunque detto che la lunga cavalcata di "Viola Lee Blues" dimostra ancora come la classe non sia acqua, o meglio, come l’LSD allora la tagliassero dannatamente bene (ma si taglia, l’LSD? boh).

Nell’ottobre dello stesso anno, l’organico della band subisce un sostanziale rimpasto incorporando il 2nd drummer Mickey Hart, determinante nel far lievitare la rimarchevole qualità dei concerti, già luogo deputato alla miglior consacrazione del culto del "morto riconoscente". Il successivo "Anthem Of The Sun" (Warner Bros., 1968/***), difatti, viene estrapolato tramite una montagna di missaggi e sovraincisioni da ben otto differenti esibizioni del gruppo, senza però riuscirne a catturare appieno il tremendo potenziale live. Ideale omaggio all’epopea beat impressionata da Jack Kerouac nelle pagine di "Sulla strada", l’album soffre di una mancanza di fisicità e immediatezza subito percepibili per chi non sia del tutto estraneo alle prodezze on stage dei Dead. Va inoltre rilevato come quella che resta probabilmente la loro composizione più famosa — il monolito di "Dark Star" — non risulti inclusa nella versione definitiva dell’album, bensì figuri, accoppiata alla splendida "Born Cross Eyed", in veste di b-side del relativo singolo estratto. Decisamente meglio "Aoxomoxoa" (Warner Bros., 1969/****), fotografia ben più attendibile delle monumentali doti da concert-band sinora evidenziate dai giannizzeri di Jerry Garcia: secondo il procedimento di "taglia&cuci" già sperimentato in "Anthem Of The Sun" (ovvero l’assemblaggio di mirabolanti spezzoni catturati live e liberatorie improvvisazioni in studio), il gruppo riesce finalmente ad allestire canzoni davvero memorabili — "Cosmic Charlie", "Dupree’s Diamond Blues" e "St. Stephen" le più espressive — senza per questo dover venire meno alla vastità d’ispirazione del proprio suono, caratteristica in futuro non di rado compromessa per far fronte alle esigenze dell’incisione tra quattro pareti. Le versioni di "Anthem Of The Sun" e "Aoxomoxoa" che conosciamo, però, non sono quelle originali: nel 1971, Phil Lesh viene infatti autorizzato a rimaneggiare gli acetati, ai quali sottrae una certa cupezza di fondo, un incomprensibile stridore metallico nelle gamme alte e qualche minuto in diversi pezzi, consegnando così alla storia i due dischi nel format tuttora disponibile in qualsiasi negozio di dischi.

Straconosciuto, ultracitato (non sempre a tono, va detto) e soprattutto — la prima volta nella carriera della band — stravenduto, "Live/Dead
" (Warner Bros., 1969/*****) rappresenta a tutti gli effetti la certificazione di uno stile unico e racchiude il cuore di un’epoca. Canto del cigno ed espressione massima (in buona compagnia con i "sentieri allegri" dei Quicksilver Messenger Service) non solo dell’acid-rock ma della psichedelia targata sixties tutta, "Live/Dead" — un disco ostico, sperimentale, in anticipo sui tempi eppure in grado di mettere d’accordo il palato del pubblico e quello della critica — è un’apoteosi improvvisativa svincolata da qualsivoglia confine geografico o mentale: i quaranta, ininterrotti minuti del trittico "Dark Star - St. Stephen - The Eleven" (pregni di assoli liquidi e controtempi da infarto), le sventagliate rhytm’n’blues di "Turn On Your Lovelight", il bluesaccio asprigno di "Death Don’t Have No Mercy" (dal repertorio del reverendo Gary Davis), la furia noise di "Feedback" (nomen-omen!) e il breve augurio a cappella di "And We Bid You Goodnight" consegnano i Dead direttamente alla leggenda. Intuendo, di gran lunga prima di tutti gli altri, l’avvenuto esaurimento della parabola artistica del movimento psichedelico e della maggior parte dei musicisti dell’area di Frisco, i Dead decidono quindi di fare ritorno all’humus tradizionale che li aveva visti crescere.

L’epocale
"Workingman’s Dead" (Warner Bros., 1970/*****) va considerato il loro primo, vero album in studio e contravviene ogni aspettativa generatasi intorno alla band, disorientando non poco anche i più fedeli deadheads: a dominare è un’atmosfera serena e rilassata, di estrema sobrietà compositiva, dove le fondamenta sonore vengono interamente edificate in funzione dei giri armonici strumentali e vocali del duo Garcia/Lesh. Il disco dimostra quanto i Dead abbiano ben recepito la lezione di Crosby, Stills & Nash in materia di country-rock elettrificato con giudizio (Déjà Vu era del resto uscito poco tempo prima), forse addirittura superandola: "Uncle John’s Band" (che diverrà persino un hit radiofonico), "Easy Wind", "Casey Jones", "Dire Wolf" e la magnifica "Cumberland Blues" (con l’ineccepibile chitarra acustica di David Nelson dei New Riders Of The Purple Sage, coi quali Garcia aveva già collaborato nel 1969 e nuovamente collaborerà) parlano il linguaggio melodicamente irresistibile della migliore west-coast ed entrano di prepotenza fra gli episodi più pregiati del songbook della band.

La magia si ripete intatta allo srotolarsi della nuova "pellicola", certamente più prevedibile ma non per questo meno intensa:
"American Beauty" (Warner Bros., 1970/****1/2) rappresenta la naturale prosecuzione del discorso intrapreso con l’album precedente, e registra punte di assoluta eccellenza nella superba "Truckin’" e in un Pigpen in gran spolvero, bravo come non mai sulla maestosa Operator. Nel frattempo, il gruppo sta registrando diversi concerti — Fillmore East, Manhattan Center, Winterland — in previsione di un nuovo disco dal vivo. L’ipotesi non tarda a concretizzarsi nell’ennesimo, doppio ritratto live: Grateful Dead Live — "Skull & Roses" (Warner Bros., 1971/***1/2) non può rivaleggiare con i pluricelebrati capolavori dal vivo dei nostri, ma offre lo stesso una gustosa conferma del momento positivo attraversato dalla band, qui impegnata a dimenarsi tra cover esilaranti — Mama Tried di Merle Haggard, Big Boss Man di Willie Dixon e Johnny B. Goode di Chuck Berry le più divertenti — e prelibatezze inedite, prima della temporanea defezione di Hart e dell’ingresso del pianista Keith Godchaux e di sua moglie Donna alle voci. Jerry Garcia, che intanto continua a dedicarsi ad un numero di partecipazioni — Kantner, Slick & Jefferson Starship, It’s A Beautiful Day, Stills 2 di Stephen Stills, "If I Could Only Remember My Name" di Crosby, "Songs For Beginners" di Nash, New Riders Of The Purple Sage, Papa John Creach (!), Merl Saunders, Tom Fogerty e David Bromberg fra gli altri — pressochè incalcolabile, nello stesso anno prepara l’esordio solista, ovviamente non prima di aver messo lo zampino nei relativi debut di Hart (Rolling Thunder) e Weir (The Ace).

Per trovare una testimonianza significativa del Garcia solista dobbiamo tornare al 1970, l’anno in cui un Michelangelo Antonioni in decisa vena di rimbambimento commissiona ad alcuni gruppi americani il commento musicale per Zabriskie Point: zio Jerry si produce nella discreta Love Scene — una masturbazione per sola chitarra — che fra gli inediti della ristampa Rhino figura in una stupefacente versione di oltre mezz’ora. Ma se Love Scene rimane una parentesi tutto sommato secondaria nell’economia delle produzioni firmate dal barbuto chitarrista, assolutamente colossale è invece l’omonimo
"Garcia" (Warner Bros., 1972/*****), dove lo strumento del buon Jerry vive alcuni fra i più abbacinanti momenti della propria ispirazione, operando una sottile mimesi stilistica dal Coltrane in odor di raga di "My Favorite Things", probabilmente il musicista cui l’ispirazione di Garcia è in assoluto più debitrice.
Nello stesso anno, i Dead si lanciano in un faticoso tour europeo, parzialmente riproposto nel tronfio
"Europe ’72" (Warner Bros., 1972/***), autocelebrazione addirittura tripla e francamente inutile, nonostante le parentesi riuscite — una strepitosa "Truckin’" su tutte e, un gradino più sotto, "The Morning Dew" — non facciano difetto. In un periodo in un cui i dischi dal vivo — i mitici dischi dal vivo degli anni ’70, perdiana — "tirano" abbastanza, il mercato viene inondato da una serie di operazioni spesso discutibili e altrettanto spesso nobilitate dall’intervento illuminante dei Dead: è il caso di due tripli come "Fillmore — The Last Days", dove il gruppo è presente con Casey Jones e Johnny B. Goode, e Glastonbury Fayre, che vede la band in gran spolvero alle prese con una rendition stratosferica di Dark Star registrata all’Empire Pool di Wembley. Il successivo Bear’s Choice — History Of The Grateful Dead Vol. 1 (Warner Bros., 1973/***1/2), tratto da incisioni al Fillmore East relative al 1970, alterna un lato acustico a uno elettrico e va inteso come omaggio postumo e accorato alla prematura dipartita di McKernan. Causa lo scarso riscontro commerciale degli ultimi dischi, la Warner Bros. decide inoltre di apporre la parola fine al capitolo Grateful Dead e dopo aver licenziato due compilation altalenanti — "Skeletons From The Closet" (Warner Bros., 1974/**1/2) presenta una tracklist disastrosa, mentre un po’ meglio va con il doppio "What A Long Strange Trip Has Been" (Warner Bros., 1977/***1/2), comprensivo di qualche chicca inedita — scarica definitivamente Garcia e soci.

È evidente che la band versa in uno stato di preoccupante appannamento, e anche la decisione di fondare un’autogestita Grateful Dead Records per dare spazio ai più disparati progetti solisti riservati indistintamente a ciascun membro della band, non può che essere letta in quest’ottica di incertezza e indecisione. L’idea prende corpo tanto più se consideriamo che i seventies inoltrati sono probabilmente il periodo più opaco per i nostri: Jerry Garcia sforna un pasticcio inqualificabile come il secondo solista Garcia (Round Rx, 1973/**1/2) e seguita a proporre lavori né carne né pesce con
"Cats Under The Stars" (Arista, 1978/**1/2) e "Run For The Roses" (Arista, 1982/***) — l’ottimo "Reflections" (Round Rx, 1976/****), evidentemente, dev’essere considerato un incidente di percorso…; i Dead, dal canto loro, sembrano partire abbastanza bene con "Wake Of The Flood" (Grateful Dead Rec., 1973/***1/2) e con l’incanto di brani come Stella blue, Row Jimmy e Here Comes Sunshine, salvo poi smarrirsi entro lavori piattamente routinari — >From The Mars Hotel (Grateful Dead Rec., 1974/***), che include le apprezzabili Pride of Cucamonga e Unbroken Chain ma null’altro, e "Blues From Allah" (Grateful Dead Rec., 1975/***), con il ritrovato Mickey Hart — e confezionare l’imperdonabile "Steal Your Face" (Grateful Dead Rec., 1976/**), senz’ombra di dubbio il peggior live messo insieme dalla band in tanti anni di onorata carriera. Tempo un anno, e lo scialbo "Terrapin Station" (Arista, 1977/***) conferma il passaggio a una nuova etichetta senza peraltro registrare il benché minimo segnale di rinnovamento; come se non bastasse, i successivi "Shakedown Street" (Arista, 1978/**1/2) e "Go To Heaven" (Arista, 1980/**1/2) non fanno altro che rafforzare l’impressione di un gruppo perso dentro un’evidente parabola involutiva.

Solamente all’inizio degli anni ’80 i Dead riescono a scuotersi dal loro torpore e a confezionare due opere, entrambe doppie, in tutto e per tutto degne dei giorni migliori: lo scintillante
"Reckoning" (Arista, 1981/*****) — lavoro completamente acustico e magistralmente giocato su una perfetta esposizione delle proprio sostrato country e blues — acquisisce immediatamente il meritato status di highlight della loro vicenda artistica, mentre "Dead Set" (Arista, 1981/****1/2), pur mantenendo una subliminale "qualità" acustica, è complementare a Reckoning nella testimonianza della facciata elettrica del gruppo, integra il discorso con risultati solo leggermente inferiori. Al confronto, il pur valido "In The Dark" (Arista, 1987/***1/2) scompare letteralmente. Fra Dead Set e In The Dark trascorrono ben sei anni di insolita stasi, nei quali anche l’iperprolifico Garcia si fa notare solo al fianco di un bollito Paul Kantner nel ridicolo "The Planet Earth Rock And Roll Orchestra" del 1983. Comunque, come già detto, "In The Dark" risulta essere un comeback soddisfacente, nonché l’assoluto best-seller nella discografia dei nostri: sarà invece opportuno stendere un velo pietoso, per rispetto nei confronti dei trascorsi della band, su "Built To Last" (Arista, 1989/**), su un’occasione perduta quale "Dylan & The Dead" (Columbia, 1989/**1/2), sul triplo live "Without A Net" (Arista, 1990/**) e archiviare senza troppi rimpianti la pratica Grateful Dead, non per mancanza di materiale (ci sono almeno un’altra ventina di titoli meritevoli della vostra attenzione), ma perché sulle uscite di materiale dal vivo provvederà a illuminarvi il buon Paolo Carnevale; resta piuttosto da spendere qualche parola sul prosieguo — assai sostanzioso — dell’attività di Garcia in veste di titolare. Il primo capitolo della rinnovata avventura — il tributo al bluegrass e all’old time music di "Almost Acoustic" (Grateful Dead Rec., 1988/****1/2) — è bellissimo, di solido spessore formale e di grande presa emotiva per chiunque perda ancora la testa dietro oscuri 78 giri e consunti vinili dell’epoca Vanguard; il dialogo fra chitarra, mandolino, basso e violino — eccelso soprattutto nei pressi di Jimmie Rodgers (Blue yodel n°9) e Mississippi John Hurt (Spike Driver Blues) — testimonia la classe sopraffina dell’uomo prima che dell’artista. Dopo un discreto album realizzato assieme al mandolinista David Grisman, l’omonimo "Garcia/Grisman" (Acoustic Disc, 1991/***1/2), si susseguono a breve distanza il doppio on stage Jerry Garcia Band (Arista, 1991/****) e il delizioso Not For Kids Only (Acoustic Disc, 1993/****), nuovamente in coppia con Grisman: entrambi si sono guadagnati il loro posticino nella nostra selezione dei migliori dischi del decennio e non credo si debba aggiungere altro.

L’ennesimo colpo al cuore si fa attendere ben tre anni, e nel frattempo, purtroppo, anche al nostro Jerry tocca pagare le cambiali firmate tanti anni fa con abusi di ogni genere (fra l’altro, e giustamente, mai rinnegati, come tanti altri avrebbero dovuto e si sono invece ben guardati dal fare):
"Shady Grove" (Acoustic Disc, 1996/*****), fortunatamente, ce lo rammenterà nel migliore dei modi. Tutto è perfetto in questo disco, dall’elegante confezione al magnifico booklet, fino alle straordinarie riverniciature — la title-track, "Off To Sea Once More", "Dreadful Wind And Rain" e "The Handsome Cabin Boy" le migliori — di ignote gemme folk e robuste ballate country. A costo di sembrare esagerato, dirò che la favolosa versione di Casey Jones dà parecchi punti all’originale. Considerando la smodata creatività di Garcia, non è improbabile che di registrazioni postume se ne continuino a vedere per anni e anni; quelle pubblicate fino adora, singhiozzi del portafogli a parte, sono tutte splendide. "How Sweet It Is…" (Arista, 1997/****1/2), contenente materiale relativo all’inizio della decade, rappresenta un grande biglietto da visita del Garcia più ruvido e rockista. Se i due originali restano del tutto ininfluenti, la perizia strumentale dispiegata nelle coperture — il blues di "Little Milton (That’s What Love Will Make You Do)" e "Lightnin’ Hopkins (Someday Baby)", una devastante "Tears Of Rage" (Dylan), l’errebì sincopato di "Tore Up Over You" (Hank Ballard) e gli aromi sudisti di "Like A Road" — è da estasi sensoriale. La chitarra del nostro si gioca un ruolo di primo piano anche nel gradevolissimo "Keepers" (Fantasy, 1997/***1/2), accreditato a Merl Saunders & Friends e stanato da nastri di metà anni ’70, dove accompagna le evoluzioni e le interminabili digressioni strumentali dell’organista di colore.

Non tutto fila liscio come l’olio, ma certi pezzi —
"Mystery Train" col violino di Vassar Clements," That’s All Right" con la "mandola" di Grisman e una corrosiva "Gee baby, Ain’t Good To You", con grandissime schitarrate bluesy di Garcia e una performance vocale da applausi di Geoff Muldaur — sono in grado di stendere al tappeto qualunque contendente. Ancora meglio, perché originale e azzeccato dalla prima all’ultima nota, il successivo "So What" (Acoustic Disc, 1998/****), disco notturno e folkie in cui Garcia e David Grisman interpretano brani di Milt Jackson e Miles Davis — Bag’s Groove, So What, Milestones — alla loro maniera, tra paradossi e irriverenze. E non è ancora finita: il recente box quintuplo "So Many Roads 1965-1995" (Arista-Ace, 1999/*****), magnificato altrove, e le continue emissioni di volumi della serie Dick’s Picks — almeno il 9 e il 12 sono di pari livello, se non superiori, al Live/Dead — ci ricordano che così tante erano le strade, e così gioiose e generose le meraviglie sonore di mastro Garcia. Quindi, long live (to the cult of) the Dead.

di Gianfranco Callieri, tratto dalla rivista Late For The Sky


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