Parla, illumina queste catene/Parole come azzurri cristalli/Rompiamo la
barriera del suono/Rubiamo la velocità alla luce. Seppelliamo il sole
e beviamo /Beviamoci la notte. Ti prego non vendere i tuoi sogni. Parla, illumina
queste catene/Dipingi un nuovo suono/Inventa un colore nuovo/Afferra, afferra,
afferra un pensiero/Lacrime di polvere, disperse dall’aria. Ti prego non vendere
i tuoi sogni/Non vivere nei sogni di qualcun’altro. (Don’t Sell Your Dreams-1979)
Per molto tempo il Pop Group è stato solamente un sogno. Un miraggio
da rincorrere a prezzi assassini, buono per i pazzi ed i collezionisti, che
è un po’ come dire la stessa cosa. Spasmodicamente attratti dal quel
piccolo e misterioso culto che da sempre circonda la band, in tanti ne siamo
stati irrimediabilmente respinti, vittime dei cronici problemi di reperibilità
di quelle irraggiungibili opere, quasi si fosse voluto sancire una sorta di
"numero chiuso" da parte dei gelosi custodi del mito. Eppure Y
è uno dei dischi più radicali, innovativi, importanti ed influenti
degli ultimi 25 anni di musica rock. E dei più belli, naturalmente.
Una recente (e purtroppo incompleta) ristampa in digitale della scarna discografia
del gruppo ha reso solo parziale giustizia a questa drammatica nefandezza:
si tratta ancora una volta di materiale pubblicato in un numero limitato copie
e di non facilissima reperibilità, ma tanto basta per consentirci di
spendere qualche parola su questa incredibile esperienza senza il rischio
o il timore di suscitare, in coloro che ne cercassero un contatto tardivo,
la bellicosa reazione per un interesse stimolato sulla carta e negato dai
fatti...
Ognuno ha il suo prezzo/Ed anche tu imparerai/Ad accettare la menzogna. Aggressione/
Competizione/ Ambizione/Fascismo consumista. Il Capitalismo è la più
barbara di tutte le religioni/ I centri commerciali sono le nostre nuove cattedrali/Le
nostre automobili sono martiri per la causa. Siamo tutti prostitute. I nostri
figli si rivolteranno contro di noi/Perché noi siamo gli unici da biasimare/Siamo
gli unici da condannare. Ci daranno un nome nuovo/Ci chiameranno ipocriti,
ipocriti, ipocriti. (We are all prostitutes-1980).
Il Pop Group è anche rabbia, furia e rancore. Lo stesso sentimento
che ispira la blank generation sfrondato da quel nichilismo autodistruttivo
tanto caro ai fratellini punk: al posto del no future fine a se stesso
che tutto accomoda e tutto risolve in mera ed impotente accettazione dello
status quo, il furore iconoclasta di chi non vuole sottacere i crimini
sui quali è stata edificata la civiltà dei consumi e la condivisione,
forse ingenua e contraddittoria ma certo genuina, del dolore che si cela dietro
ogni sorriso negato. La sincera passione, insomma, di chi vuole esibire la
propria diversità non come scudo per proteggersi dal mondo ma come
ariete per sfondarlo.
Stomaco testa e genitali/Soffocati fino a perdere conoscenza/Acqua ghiacciata
sparata nelle orecchie/Borse di plastica strette intorno alla testa/Scagliati
contro il muro/.../Colpiti sul viso/Stretti per i polsi/Alzati per le orecchie/Bruciati
con le sigarette/Presi a calci sui denti/Poi gettati esanimi sul pavimento/Ed
infine calpestati. (Amnesty Report-1980).
Ma Pop Group vuol dire soprattutto coraggio. Il coraggio di scuotere le coscienze
e di rivoltarle come calzini appesi al sole, il coraggio di far male, di menare
fendenti e coltellate, di produrre ematomi e lasciare ferite sanguinanti.
Il coraggio di parole incontrovertibili e di uno degli assalti sonori più
urticanti che ci sia mai stato dato di udire: una incredibile miscela di punk,
funk, dub, free-jazz e noise dalle tinte inequivocabilmente new-wave ma distante
anni luce da ogni esperienza collaterale o pregressa. Accostarsi per la prima
volta alla sua pressione devastante è un po’ come sottoporsi ad una
violentissima centrifuga: un moto liberatorio capace di provocare non solo
stordimento e confusione ma anche una profonda, completa, rigenerazione. Una
delle poche esperienze artistiche davvero in grado di creare una nuova prospettiva.
Non moriremo insieme nel deserto/Scapperemo dagli uomini di preghiera/Urleremo
di gioia come nella Rivoluzione Francese/E ci faremo beffe della ghigliottina.
Cammineremo verso il mare selvaggio/E’ l’unica direzione per noi due. Disapprovando
la vita intorno a loro/Hanno creato un mondo su misura/Sei il mio ultimo desiderio
prima del plotone di esecuzione/Ma i proiettili non possono scalfire il mare.
Ci nasconderemo nel mare selvaggio/E’ l’unica direzione per noi due. Perché
gli eroi devono sempre morire in battaglia?/Prendi il violino/Siamo esuli.
(Savage Sea-1979).
E mi piacerebbe poter dire che si intravede una luce in fondo al tunnel, ma
non c’è speranza nella guerra del Pop Group: la salvezza è altrove,
non in questo mondo che reclama un sacrificio dopo l’altro e che potrà
rinascere soltanto dalle sue ceneri, siano esse le selvagge tribù antropomorfe
della copertina di Y o l’innocenza perduta del celebre bacio terzomondista
di For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?
Una domanda destinata a rimanere senza risposta come, del resto, la maggior
parte dei quesiti posti dalla band. Ma è più onorevole la sconfitta
di un ritiro, anche se questa rappresenta, innanzitutto, il crudele fallimento
dei sogni e delle illusioni dei vent’anni.
Già, perché Mark Stewart, Gareth Sager, Bruce Smith, John Waddington
e Simon Underwood non hanno nemmeno vent’anni quando, nei primi mesi del 1978,
decidono di passare dai banchi di una anonima High-School di Bristol alle
trincee del loro personalissimo campo di battaglia. Il nome che si scelgono,
The Pop Group, è spiazzante nella sua perversa semplicità: non
esiste, con tutta probabilità, niente di più lontano dalla musica
pop, nella comune accezione del termine, dell’incredibile assalto
sonoro perpetrato dal gruppo...
Con un ventaglio di ispirazioni trasversali che abbraccia le suggestioni letterarie
di Rimbaud e Burroughs e quelle musicali di Ornette Coleman, Last Poets, James
Brown, Can, John Cage, Archie Sheep, King Tubby e, perché no?, di quell’altro
Pop(ular) Group che erano gli Area di Demetrio Stratos, i nostri, dopo un
breve tour estivo di supporto ai Pere Ubu, si accasano presso la Radarscope
Records all’inizio del 1979 e pubblicano, nel giro di pochi mesi, il 7"
di debutto She Is Beyond Good And Evil/3:38.
Opera per certi versi fuorviante e contraddittoria, il singolo è la
perfetta esemplificazione delle due anime che dipingono la primavera del gruppo
e rappresenta, in qualunque modo lo si voglia considerare, un ideale passaggio
di testimone fra le influenze wave opportunamente filtrate della title-track,
tipiche dei primi esperimenti sonori dei cinque, ed il superamento di ogni
confine stilistico che caratterizza la b-side e l’intera produzione successiva
della band.
Se She Is Beyond Good And Evil (probabilmente il brano più conosciuto
ed abbordabile del Pop Group) è una traccia dubbeggiante
dalle forti connotazioni new-wave ottimamente costruita intorno alla voce
magnetica di Mark Stewart, la vera sorpresa arriva con 3:38 (titolo
dettato, è inutile dirlo, dalla durata del brano), un incredibile strumentale
a metà strada fra i Can ed i This Heat, che si pone come autentico
crocevia con le suggestioni sonore che ci attenderanno, di li a poco, nel
mirabolante album d’esordio del gruppo. (Davvero inspiegabile a questo proposito
la mancata inclusione di 3:38 in ogni successiva ristampa del materiale
della band, come appare discutibile, del resto, l’inserimento di She Is
beyond Good And Evil nella release del 1997 di Y: un "allacciamento"
quantomeno un po’ forzato).
.../Ma a chi credere/Quando sei vittima di una nazione di assassini/Devo
credere a me stesso? Mi sento come un vagabondo in gabbia/Fiori in Mosca/I
perdenti si prendono tutto/Siamo qui per andarcene/Tutti gli amanti tradiscono...
(Thief Of Fire-1979)
Y vede la luce dopo una manciata di settimane. In copertina il primitivismo
esasperato di una selvaggia tribù africana a rappresentare il punto
di ripartenza di un immaginario (e forse auspicato) day after o, allo
stesso modo, il punto di arrivo dei deliri di onnipotenza della contemporanea
civiltà dei consumi. All’interno un poster con i testi ed un collage
esplicito di immagini militanti dalle varie parti calde del
mondo: Cambogia, Vietnam, Irlanda... Nei solchi un senso di rabbia, disperazione
e frustrazione ai limiti della capacità di sopportazione, una serie
ininterrotta di scene spaventose e sanguinarie, una tensione emotiva ai limiti
dell’inumano...
Accompagnare la puntina a fine corsa è un’esperienza catartica e sconvolgente,
un vero e proprio esercizio di auto flagellazione: un ascolto attivo può
essere davvero tutto questo, ma ciò che rimane non è arrendevolezza
o depressione, bensì uno spirito nuovo ed una nuova visione, una sensibilità
diversa ed un diverso modo di sentire, un insperato vigore ed uno sguardo
capace di andare oltre, attraverso la notte dei propri pensieri,
nelle smisurate profondità dell’io.
Y è anche una messe furibonda di ritmi sconnessi e forsennati,
di sussurri ed urla strazianti: pochi i momenti di respiro o abbandono, molteplici
quelli di estasi e delirio. Funk innanzitutto, ma anche jazz, avanguardia,
musica tribale e folk urbano in un caos sonoro all’insegna dello sperimentalismo
e di una calcolata improvvisazione: un magma disarticolato aperto alle
mille possibilità vocali di un Mark Stewart in forma come non mai.
Due i brani portanti dell’album: l’iniziale Thief Of Fire, un funky
corposo che riesce a dare spazio anche ad un inserto avant e ad una
coda dalle forti tinte free-jazz, e la lunga We Are Time, oltre sette
minuti di assalto alla corteccia cerebrale con ogni strumento al meglio delle
sue possibilità e, su tutto, la voce di Mark che ti buca la pelle.
.../Nessuno schema da seguire/Nessuna paura del domani/…/Domeremo la velocità
del cambiamento/L’eternità sarà nostra. Il tempo è con
te/Splende attraverso i tuoi occhi/Uccideremo la parola/Le menzogne in caratteri
neri/Menzogne menzogne menzogne/Il tuo mondo è costruito sulle menzogne.
(We Are Time-1979).
Ma c’è spazio anche per atmosfere più ardite prossime alla sperimentazione
(Blood Money, Words Disobey Me, The Boys From Brazil),
per insperati momenti di respiro (Snow Girl) ai limiti dell’intimismo
più disperato (Savage Sea), per la fine anarchia jazz di Don’t
Call Me Pain e per il drammatico finale di Don’t Sell Your Dreams,
in cui la tensione si fa davvero insostenibile mentre Mark implora straziante
il suo tragico refrain. Quando la rabbia si placa e subentra il silenzio,
la fine del disco giunge davvero come una liberazione.
.../Abbiamo paura di ciò che non possiamo comprendere/Soldati soldati
soldati/Marciano attraverso i tuoi occhi/Bruciano le tue dita nell’oscurità/Non
chiamarmi dolore/Il mio nome è mistero/Questa è l’epoca delle
possibilità/O almeno così dicono. (Don’t Call Me Pain-1979)
Poco dopo la pubblicazione di Y cominciano ad apparire le prime crepe:
Mark Stewart, in disaccordo con gli altri, saluta tutti e se ne va, mentre
la Radarscope Records, di fatto una figlia illegittima del colosso Warner,
sente la terra bruciare sotto i piedi e preferisce dare il benservito al gruppo,
che definire scomodo è puro eufemismo...
Mentre la diaspora in seno alla band viene prontamente risanata dal manager
Dick O’Dell, che mette sul piatto della bilancia la creazione della etichetta
personale Y Records a maggior garanzia della totale indipendenza del gruppo,
si fa avanti la Rough Trade offrendo la propria disponibilità per la
distribuzione del materiale prodotto dalla nascente label.
Prima del grande passo c’è comunque tempo per la pubblicazione, sempre
su Rough Trade, dello storico 7" We Are All Prostitutes/Amnesty International
Report in cui, per la prima volta, appare il nuovo bassista Danny Katsis
al posto del dimissionario Simon Underwood. Il primo brano è un assalto
al vetriolo con evidenti connotazioni funky in cui rabbia e pessimismo si
uniscono in un desolato abbraccio, mentre, ancora una volta, la vera sorpresa
arriva dal lato b. In Amnesty International Report On British Army Torture
Of Irish Prisoners (questo il titolo completo della traccia), Mark Stewart
non fa altro che enunciare stralci del citato rapporto con una rabbia feroce
che trova ideale compendio nel violento free-jazz-noise di fondo. (Una versione
del brano più prossima alla forma-canzone è presente nel disco
postumo di out-takes We Are Time).
Ad un altro 7" tocca l’ingrato compito di inaugurare il catalogo della
neonata Y Records. Si tratta di uno split con le Slits, il più importante
gruppo punk all-female con l’alto patrocinio di Mr. John Lydon, e da
il via ad una collaborazione che proseguirà nei primi mesi del 1980
con una tournee europea che toccherà anche il nostro Paese. Il brano
dei nostri, intitolato Where There Is A Will There Is A Way, è
un altro tiratissimo funk antimilitarista ai limiti dell’isteria.
Solo una domanda/Per quanto tempo dovremo tollerare gli stermini di massa?
La tolleranza è la maschera dell’apatia/L’assuefazione è una
pratica quotidiana/C’è l’inferno di un mare di soldi prodotto dalle
guerre/Com’è patetica la nostra apatia di fronte alla miseria degli
altri/La nostra inazione di fronte al loro assassinio o alla loro schiavitù
è un crimine violento. C’è la colpa e c’è l’azione/Tutto
quello che chiediamo per noi è un tranquillo Eden personale/.../Nella
nostra ignoranza la gente viene uccisa/Nella nostra decadenza la gente muore/.../
(For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?-1980)
For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?, opera inequivocabile
fin dal titolo, esce nei primi mesi del 1980 su Y Records a rappresentare,
dopo così breve tempo, una sorta di testamento politico e artistico
della band, ormai giunta al capolinea della sua fugace corsa.
Più secco, diretto, esplicito e uniforme sia sotto il profilo musicale
che sul versante dei contenuti, l’album conserva solo una morbida scia della
vivida magia del suo nobile predecessore, del quale sembrano venire in buona
parte meno l’originalissima vena creativa e le drammatiche atmosfere surrealiste.
Ciò che fin dalle prime note sembra irrimediabilmente perduto è
proprio ciò che rendeva grande, unico ed irripetibile il precedente
Y, vale a dire quel pathos a tratti insostenibile, quel senso di angoscia
opprimente, quell’aspettativa di una catastrofe imminente che facevano di
ogni ascolto un’esperienza diversa, contrastante ma ad ogni modo liberatoria.
Confezionato in uno splendido packaging militante che comprende, oltre alla
magnifica copertina, quattro fogli di controinformazione su alcuni dei temi
scottanti del cosiddetto mondo civile, il lavoro sacrifica la poesia a favore
della politica e abbandona le infinite suggestioni sonore del passato per
percorrere i binari di un massiccio funky a 360 gradi.
Si tratta di un album più fisico che cerebrale insomma
e non sarebbe certo un sacrilegio immaginarlo quale danzereccia colonna
sonora per una festa davvero in ove, oltre che con le gambe, si ballasse
per una volta anche con la testa.
.../Nelle miniere in Bolivia/Nelle fabbriche in Sudafrica/Nelle strade
in Indonesia/Sfruttamento, cupidigia/Nutriamo gli affamati. Più di
10.000 uomini, donne e bambini/Muoiono di fame tutti i giorni/La causa principale
della fame e della povertà/E’ l’avidità organizzata della razza
umana/Nutriamo gli affamati. Nei campi in Cambogia/Nelle baraccopoli in India/Nelle
prigioni in Argentina/Sfruttamento della manodopera a basso costo. Lo sfruttamento
è la violenza carnale sul Terzo Mondo/I banchieri occidentali decidono
chi deve vivere e chi deve morire.../ (Feed The Hungry-1980)
Un impressionante uno-due: Forces Of Oppression, un funky tiratissimo
con incredibili inserti di chitarra ed una voce sguaiata e filtrata dai toni
a tratti waitsiani, e Feed The Hungry, un accattivante reggae/dub,
costituiscono invariabilmente l’asse portante di un album che ha ulteriori
punti di forza nel caos primordiale di One Out Of Many e Communicate,
nei toni stemperati in odor di Giamaica di There Are No Spectators
e nell’esplicito inno all’esproprio a ritmo di fanfara di Rob A Bank.
C’è solo il tempo di pubblicare, a bocce ormai ferme, il disco di out-takes
ed alternate-version We Are Time (1981), che comprende materiale
tratto da vecchi demo, registrazioni inedite dal vivo (Genius Or Lunatic,
Spanish Inquisition) e in studio (Kiss The Book, Sense Of
Purpose, Trap, Amnesty Report mk. II) oltre a versioni in
presa diretta di vecchi classici (We Are Time, Thief
Of Fire) spesso penalizzate da una qualità di registrazione
poco più che amatoriale, perché il torrente in piena del Pop
Group rompa definitivamente gli argini a favore di un sorprendente numero
di emissari diversi. Dei quali ci basterà solamente ricordare i Pig
Bag del già dimissionario Simon Underwood, titolari di un effimero
successo nel nome del singolo Papa’s Got A Brand New Bag, i Maximun
Joy di John Waddington e Danny Katsis, fautori di un approccio più
easy al funky abrasivo del gruppo madre, e, soprattutto, i Maffia di
Mark Stewart ed i Rip Rig & Panic di Gareth Sager e Bruce Smith, i più
abili a raccogliere ed a portare più a lungo nel tempo lo scomodo ma
inebriante testimone lasciato dal Pop Group.
Non ci sono spettatori/Devi partecipare che ti piaccia o no/Non ci sono
spettatori/Sei responsabile che ti piaccia o no/Nessuno è neutrale,
nessuno è innocente e nessuno sarà dimenticato/La fuga dalla
realtà non equivale alla libertà/.../Certi uomini vedono le
cose come sono e si chiedono perché?/Io sogno le cose come non sono
mai state e mi chiedo perché no?/.../Solo tu puoi essere il tuo liberatore/
Solo tu. (There Are No Spectators-1980)
di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 59, luglio
2002