THE SAINTS
The Most Primitive Band In The World
Sarà per la rabbia di avere passato gli anni migliori
della loro adolescenza alla periferia dell’Impero, dove sei costretto a subire
la vita e gli echi del mondo ti giungono solo di riflesso, insieme a quel maledetto
treno sul quale non riesci mai a saltare; sarà per i tanti bocconi amari
che hanno dovuto mandare giù a fatica, stranieri in terra straniera,
compreso quel razzismo sottile e perverso di chi ti vede diverso e si fa forte
nel branco, ma di acredine in corpo dovevano averne davvero tanta i Saints di
Ed Kuepper e Chris Bailey per dare alle stampe, con il loro fantastico debutto
del 1977, uno dei contributi più violenti, secchi ed abrasivi alla nascente
Babele della musica punk.
Un contributo rimasto un episodio del tutto isolato in una carriera volta con
fuorviante criterio ad altri più assolati lidi, ma certo sufficiente
per conferire al gruppo una inoppugnabile laurea honoris causa ed un posto di
rilievo fra gli astri di quel fatidico anno. Non ce ne vogliano quindi i Nostri
se limiteremo il raggio della nostra azione ai loro turbolenti inizi ed alle
tre uscite della formazione originale e, soprattutto, non se la prendano se
tralasceremo completamente tutte le loro reincarnazioni fino a quella che ha
salutato il nuovo millennio: i Saints per noi sono già tutti lì,
contro quella parete sudicia che li aveva messi uno di fianco all’altro per
la loro prima copertina, sulla quale una mano aveva tracciato a colpi di vernice
rossa il loro strano lasciapassare per l’eternità: (I’m) Stranded.
Edmund Kuepper viene da Brema, una volta si sarebbe detto Germania Occidentale,
dove è nato nel 1956; Christopher Bailey, di un anno più giovane,
nasce addirittura in Kenya, a Nanyuki, da una famiglia di origine irlandese:
le successive peregrinazioni dei genitori li porteranno nei sobborghi di Brisbane
(Australia) rispettivamente all’età di tre e dieci anni. Entrambi vivono
in quartieri dormitorio ad alto tasso di immigrazione, dove la vicinanza alle
aree industriali ed il prezzo relativamente basso delle pigioni fanno un po’
da carta moschicida per i tanti disperati che hanno affidato al Nuovo Continente
gli ultimi acini del loro grappolo di speranze.
Ed e Chris sono gli unici due ragazzi della Richlands High School a portare
i capelli esageratamente lunghi: motivo di scherno per i compagni normali
e patente non in regola per una brillante carriera scolastica ma, nello stesso
tempo, stimolo inevitabile per approfondire la reciproca conoscenza. Salteranno
fuori interessi musicali e politici comuni ma, soprattutto, salteranno fuori
gli Stooges di Funhouse, il disco che per entrambi segna la svolta..
La loro prima band, con Ed alla chitarra, Chris alla voce ed il nuovo acquisto
Ivor Hay al piano, adotta la curiosa sigla di Kid Galahad and The Eternals,
in omaggio ad un vecchio film di Elvis ed allo sconosciutissimo b-movie Zardoz
(?): dopo alcune prove casalinghe si fa risalire al 1973 il primo concerto scolastico
del gruppo, ma non esistono testimonianze dirette ad eccezione di quelle, un
po’ confuse, degli interessati. L’anno successivo quella ragione sociale un
po’ troppo contorta viene archiviata a favore del più sbrigativo Saints,
Ivor imbraccia il basso e comincia l’affannosa ricerca di un buon batterista,
mentre la macchina organizzativa del gruppo raggiunge livelli di assoluta eccellenza:
non c’è ancora un batterista fisso ma già si registra la nascita
della Eternal Promotions, brillante agenzia autogestita che riesce a rimediare
nel giro di pochi mesi una performance ufficiale ad un benefit a favore del
Partito Comunista locale ed una disastrosa partecipazione al concorso Battle
Of The Bands. Intanto la band stabilisce il proprio quartiere generale in un
locale preso in affitto dalla sorella di Bailey, ribattezzato per l’occasione
Club 76, che assolve degnamente ai disparati compiti di abitazione, sala prove,
sala concerti ed altro ancora, diventando in breve tempo e per breve tempo -
fintanto che solerti emissari del Ministero della Sanità non ne ordineranno
la chiusura per l’inadeguatezza dei servizi igienici - un vero e proprio ritrovo
giovanile.
Con il ritorno di uno sconsolato Ivor Hay dietro ai tamburi ed il reclutamento
di Kym Bradshaw al basso, il gruppo assume la sua prima line-up ufficiale e
si sente pronto per incominciare a fare sul serio. Dopo un paio d’ore scarse
di sessioni con Mark Moffat alla cabina di regia, i Saints riescono a mettere
su nastro (I’m) Stranded e No Time, i brani che costituiranno
il primo singolo della band, prodotto artigianalmente in poche copie per la
casalinga Fatal Records ed inviato con solerzia a critici e riviste musicali
di mezzo mondo.
(I’m) Stranded/No Time rimane, a conti fatti, uno dei dieci singoli definitivi
della musica punk e non stupisce il fatto che una rivista prestigiosa come la
britannica Sounds lo proclami, appena ricevuto in quello strano pacco
postale d’Oltremare, the single of this and every week e che la Emi inglese
sguinzagli immediatamente i propri scagnozzi per le desolate lande del Nuovo
Continente con l’ordine di firmare vivi o morti!
Accasatisi giocoforza presso la Emi, i Saints possono finalmente cercare di
convogliare il proprio malessere dentro le più robuste pareti di un trentatregiri:
basterà sacrificare qualche week-end per avere materiale sufficiente
per dare alle stampe l’attesissimo debutto sulla lunga distanza: (I’m) Stranded,
ideale anello di congiunzione con i fremiti provenienti dagli altri continenti
nel nome di Ramones e Sex Pistols, arriva come un pugno nello stomaco nel gennaio
del 1977.
Un album rozzo, violento, depravato, nichilista perfettamente in linea alle
dichiarazioni d’intenti della nascente scena punk, nella quale i Saints si trovano
di diritto e di peso convogliati senza alcuna possibilità di replica:
una sistemazione che va decisamente stretta ai Nostri, che vantano tradizioni
diverse e radici ben più profonde, ma al momento va bene anche così...
Un album che ha i suoi punti di forza in anthem sguaiati come la title-track,
come Erotic Neurotic, che verrà scelta per il singolo successivo,
e Nights In Venice, quasi sei minuti senza un attimo di tregua, ma che
omaggia anche Elvis nel rockabilly estremo di Kissin’ Cousins ed i primi
fermenti del rock australiano nella sconcertante rendition di Wild About
You dei fantomatici Missing Links, oltre a concedere qualche breve attimo
di tregua in Messin’ With The Kid e Story Of Love, che dimostrano
una incredibile abilità e potenzialità tutte da sviluppare nella
costruzione di trame più accessibili e di maggior respiro.
Dopo due sfortunati tour di supporto agli astri nascenti AC/DC ed ai gemelli
di sventura Radio Birdman, i Saints, spinti dalla mano lungimirante della Emi
che ha spianato loro il terreno, sono pronti a giocare la propria chance nella
infida Albione.
Il gruppo sbarca a Londra nel maggio del 1977 nel pieno del fervore punk, ma
prende subito le distanze da quella contagiosa isteria, che giudica decisamente
alla stregua di una moda, esibendo con orgoglio capelli lunghi e maglioni di
lana al posto del look più congeniale che la Emi aveva tentato di propagandare
loro. Il debutto avviene il 5 giugno al Roundhouse di spalla a Ramones e Talking
Heads, band più famose nei confronti delle quali non sembra correre troppo
buon sangue - e parliamo soprattutto dei primi - a causa di una presunta rimarchevole
sudditanza dei Nostri verso gli stessi modelli espressivi dei fratellini Ramone
prossima, secondo i titolari del marchio di fabbrica, al plagio vero e proprio.
Dopo la pubblicazione di una ghiotta anticipazione del nuovo album, con il singolo
This Perfect Day/L.I.E.S. , bene accolto dal pubblico ma poco o nulla
supportato dalla casa discografica, e la sostituzione del dimissionario Bradshaw
con Alisdair Ward, incredulo fratello di un roadie della band, i Saints sono
pronti ad entrare in studio per le sessions di registrazione di Eternally
Yours.
Con più tempo, soldi e mezzi tecnici a disposizione Kuepper e Bailey
possono lavorare senza affanno sperimentando inedite soluzioni armoniche e strumentali.
Quello che ne esce è un album profondamente diverso dallo storico predecessore,
molto distante dall’imperante etica punk ma allo stesso modo figlio legittimo
di quel caotico 1978. Gli arrangiamenti sono certo più ricercati e qua
e la affiorano improbabili sezioni di fiati in una generale atmosfera che spesso
lambisce gli inaspettati territori del R&B; accanto a brani che bene incarnano
questo spirito quali Know Your Product ed Orstralia, spiccano
lenti come Untitled, A Minor Version e Memories Are made Of
This che lasciano presagire temibili sviluppi in ambito pop, mentre il compito
di tracciare una linea con il glorioso debutto spetta a tracce quali Lost
And Found, Private Affairs, (I’m) Misunderstood e No, Your Product,
le più grezze e punkeggianti del mazzo. Un contentino che non basta a
placare le ire dei vecchi fan, che disertano in massa sia l’album che il nuovo
singolo Know Your Product decretando il fallimento dell’operazione; ne
deriveranno sia i primi malumori in seno alla band (Bailey prima se ne va per
gestire un pub con la sua ragazza ma poi per fortuna ritorna sui propri passi)
che i primi screzi con la label, che decide comunque di dare un’altra possibilità
al gruppo, l’ultima.
Un Jolly che viene decisamente giocato male: una band stanca e con poche idee
per la testa non riesce ad andare oltre, nel successivo Prehistoric Sounds
(1978), ad un poco riuscito tentativo di proseguire nella direzione intrapresa
dall’album precedente, per mezzo di un lavoro dove sono addirittura i fiati
a farla da padroni, usurpando quel ruolo che, sembra un secolo prima, era saldamente
in mano alle chitarre. La conversione al R&B sembra ormai definitivamente
sancita, ma in una maniera sguaiata e furbesca che suona come un tradimento
al disincantato orecchio dei vecchi fans: il pezzo di chiusura dell’album, dal
titolo programmatico di The Chameleon, ben rappresenta, almeno a parole,
l’idea che anche i tifosi incalliti si sono fatti dei propri (ex) beniamini.
Dopo il completo flop del singolo apripista Security /All Times Trough Paradise
e dell’intero album, che conoscerà perfino l’onta della mancata distribuzione
negli Stati Uniti, la EMI decide di piantare in asso la band, che si sfalda
definitivamente.
Kuepper, dapprima con i Laughing Clowns e poi come solista, inizierà
una lunga e prolifica carriera che continua anche ai giorni nostri mentre Bailey,
non senza una certa fatica e qualche scaramuccia di troppo con l’ex socio, riuscirà
a mantenere i diritti sulla gloriosa epigrafe nel segno di un graduale ma inarrestabile
traghettamento verso sonorità sempre più disimpegnate.
Quindi, vi prego, non cercate nei Saints che hanno attraversano gli anni ’80
e ’90 un improbabile anello di congiunzione con la storia che abbiamo appena
cercato di raccontare...
di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 58, maggio
2002