Nato a Belfast nel 1945, George Ivan Morrison era musicista professionista già
a 16 anni. Suona sax, chitarra e armonica, (in seguito anche le tastiere), senza
eccellere in nessuno strumento. Il suo esordio discografico avviene presto,
nel 1962, come sassofonista su uno sconosciuto 45 giri dei Monarchs, fatto mentre
lui si trovava in Germania (proprio come i Beatles). Tornato in patria, forma
nel 64 i Them, di cui è cantante e leader, per suonare una musica simile
a quella dei Rolling Stones dello stesso periodo. Rispetto ai colleghi inglesi
loro hanno qualche strumento in più (sax ed organo) che li avvicina al
Ray Charles giovane. Il successo piove letteralmente addosso al giovane Van
perchè quella musica rappresenta la moda del momento. I Them durano pochissmo:
decidono di sciogliersi dopo il primo album. Van, che fino all'anno prima dormiva
negli autobus o nei parchi, ritiene conveniente, insieme al bassista, di far
valere il suo contratto con la Decca. Questa, a sua volta, non vuole lanciare
un nuovo gruppo con un altro nome. I dischi usciranno ad uscire sotto il nome
"Them", con l'aiuto di altri musicisti, ma i Them non avranno mai una formazione
stabile. Poco dopo anche Van lascia, senza che il gruppo scompaia.
E' noto quanto
le discografie del periodo siano imbrogliate. I brani migliori venivano pubblicati
su 45 giri. Gli album uscivano in edizione differente sui mercati inglese ed
USA. A complicare il quadro si aggiungeva un prodotto ibrido chiamato EP (extended
play). Considerando che la permanenza di Van fra i Them è stata breve
(2 anni), è possibile condensare il necessario in un unico CD, quindi
è preferibile acquistare una compilation anzichè gli album originali.
L'unica attenzione è che i brani inclusi siano relativi al periodo 1964-1966,
a meno che non siate interessati a quello che hanno fatto i Them superstiti.
Delle tante raccolte, non sono in grado di giudicare quale sia la migliore.
Nella scelta orientatevi sulla casa discografica più seria e non date
peso alle rimasterizzazioni, in quanto le versioni originali suonano già
abbastanza bene. Gli hits che sicuramente non mancano si chiamano: "Baby Please
Don't Go", "Here Comes the Night", "Gloria" e "Mystic Eyes". Sono brani eccitanti
ed arrabbiati, resi con una attitudine punk. Capita ancor oggi di ascoltarli
nei concerti dell'irlandese. Altre canzoni meno importanti ma comunque interessanti
sono, fra le tante, "The Story of Them", "Hey Girl" e la cover della dylaniana
"It's All Over Now, Baby Blue". Sono tre brani della produzione più tarda,
in cui, al posto del R&B arrabbiato degli esordi, compare un pop sognante e
malinconico. Sono i segnali premonitori del seguito. La musica dei Them, in
generale, suona acerba, come acerbo era il rock di quegli anni e come erano,
dal punto di vista musicale, i componenti della band. La loro produzione è
inferiore a quella dei più famosi gruppi inglesi del periodo solo quantitativamente,
vista la fine precoce. Parte del merito va ai session-men che, secondo le usanze
dell'epoca, sostituivano i titolari per le incisioni in studio.
Blowin' Your Mind (1967)
Una volta fuoriuscito
dai Them, Van non tenta di formare un nuovo gruppo, vuole fare il cantautore.
Lavora molto per sviluppare un proprio genere ed un proprio stile, mettendo
le distanze fra sè ed il passato prossimo. Il suo cammino è tutt'altro
che lineare. Viene scritturato da una neonata etichetta americana, la Bang,
che vuol fare di lui un cantante commerciale. Il primo tentativo è il
singolo "Brown Eyed Girl", una bella composizione con un arrangiamento più
morbido di quanto non capitasse con i Them. In pratica Van è costretto
a scriverla spinto dalla fame. Il pezzo entra nella top ten USA e la casa discografica
cerca di sfruttarne il successo con un album. All'insaputa dell'autore, esce
"Blowin' Your Mind", che è soltanto un pasticcio. E' il frutto di un
paio di session eseguite senza sufficiente preparazione. Van non aveva voce
in capitolo nè su quali pezzi suonare, nè sugli arrangiamenti,
nè sulla scelta degli strumentisti. Lui avrebbe voluto suonare da solo,
invece gli appiccicavano venti session-men. Gli avevano fatto credere di stare
registrando quattro singoli, invece ne vien fuori un album. Bisogna anche dire
che lo stesso autore aveva ancora bisogno di tempo per raggiungere il proprio
stile.
Nel disco si trovano tuttavia due perle: la citata "Brown Eyed Girl" e la lunga
"T.B. Sheets". Queste due canzoni rappresentano le due faccie di Van. La prima
è un pezzo allegro e ritmato. La seconda narra una storia completamente
inventata di un tizio che visita in ospedale un' amica malata di tubercolosi.
Per la prima volta Van usa per i testi lo stream of consciousness, la tecnica
letteraria inaugurata da Joyce. Invece della classica narrazione, vengono esposti
tutti i pensieri che passano attraverso la mente dl protagonista. A causa di
questa tecnica particolare tutti crederanno che si tratti di un brano autobiografico.
Subito dopo questo incidente, Van Morrison riesce a svincolarsi dalla Bang ed
a passare alla Warner, dove gli verrà concessa ampia libertà artistica
e dove in pratica inzia la sua vera carriera. La parentesi Bang avrà
un lungo e noioso strascico. Ogni tanto apparirà una nuova compilation
mista di brani noti ed inediti. In tutto vi saranno quattro album con etichetta
Bang, sino al '91, anno in cui la CBS, divenuta proprietaria dei nastri, li
pubblica per intero su di un unico CD ("The Bang Masters") che rappresenta tuttora
il miglior acquisto possibile. Il discorso sembrava chiuso definitivamente,
invece negli ultimi anni sono state rilasciate ulteriori inutili confezioni
con ulteriori inediti... La cosa è terribilmente irritante perchè
degli inediti dei periodi successivi, molto più interessanti, esiste
una sola pubbicazione.
Astral Weeks (1968)
Sin dall'epoca
dei Them Van passava ore ed ore, da solo o in compagnia, a cantare, comporre
ed improvvisare con la chitarra. Improvvisava non solo le melodie, ma anche
le parole sul momento. In questo modo cercava di tirar fuori dall'inconscio
la materia prima delle sue composizioni. Le stesse avevano una struttura libera,
senza la divisione fra strofa e ritornello. Da questa esperienza venne fuori
il suo nuovo stile di cantare, che non spero di riuscire a descrivere. E' necessario
ascoltarlo. Le canzoni si dilatano, e a volte si fermano su una frase o una
sola parola ripetuta una decina di volte. Nell'economia dello stream-of-consciousness
questa ripetizione corrisponde alla mente che si perde dietro i suoi pensieri.
Per molti ascoltatori la cosa assumerà un'altra dimensione: quelle sono
parole magiche che, se ripetute, hanno il potere di guarire i dolori dell'anima.
Le parole delle canzoni di Van assumono il loro pieno significato solo quando
sono cantate da lui. Il come vengono pronunciate ne muta o rovescia il senso;
il ripeterle tante volte ne scava a forza tutti i significati nascosti. Alla
pratica della ripetizione si sovrappone poi un armamentario di tecniche vocali
per aumentare la drammaticità dell'esecuzione.
Nelle prime registrazioni questo modo di cantare e di comporre non era venuto
fuori perchè le vecchie case discografiche non glielo avevano permesso.
Durante il 1968 Van, sempre disperatamente senza soldi, trova un ingaggio per
75 dollari a serata. Con quella cifra avrebbe dovuto pagare anche la band e
le spese di taxi. Giocoforza egli si risolve a farsi accompagnare solo da un
flautista ed un bassista. Questa soluzione si rivela l'ideale per mettere in
evidenza l'espressività del suo canto e per mettere a punto il prossimo
album. Le composizioni erano pronte da mesi se non da anni. Per motivi di budget
la registrazione avvenne in due soli giorni. La tecnica preferita di registrazione
di Van è quella di registrare contemporaneamente tutti gli strumenti,
col minimo di sovraincisioni, come in una jam-session o in un disco dal vivo.
D'altronde, se canti su di una base pre-registrata, come fai a ripetere un verso
ad-libitum? Questa tradizione inizia da questo disco e non è andata mai
smarrita. Gli arrangiamenti di Astral Weeks sono spesso semplicissimi, ma estremamente
originali. Hanno affascinato una moltitudine di ascoltatori, ma Van non hai
mai rifatto un album con lo stesso organico. Dobbiamo essere grati al produttore
Lewis Merenstein, che impose i session-men di sua fiducia. Un critico ha malignato
che Merenstein, per risparmiare, chiamava i jazzisti, cioè giente abituata
a registrare col minimo di prove e quindi di spese. La caratteristica più
saliente nel suono è l'intreccio fra le chitarre acustiche (Van spesso
si limita a suonare gli accordi), e il contrabbasso di Richard Davis (il preferito
di Stravinsky!). Uno strumento solista fà il controcanto: principalmente
il flauto, altrove violino o chitarra, sassofono soprano nella conclusiva "Slim
Slow Slider". Un solo pezzo, "The Way Young Lovers Do", presenta un riuscito
arrangiamento per fiati. In tutto l'album l'accompagnamento è affidato
ai violini, sovraincisi. Alla batterista c'è Connie Kay, membro del Modern
Jazz Quartet nonchè session-man in una infinità di dischi. Dirà
l'autore nel 1997, a proposito di Astral Weeks: "Ciò che mi sorprende
è che sia entrato nella storia del rock. Non c'è assolutamente
nulla in esso di rock. Ci puoi trovare il folk e la musica classica e un pizzico
di blues. Se lo analizzi non ci trovi nulla di rock, e questo era proprio il
motivo per cui lo feci. Ne avevo abbastanza. Volevo allontanarmi dalla roba
dell'era psichdelica, quando la musica soul stava diventando plastica. Quello
che feci fu ritirarmi da qualsiasi cosa che conoscevo e andai all'estremo".
Le otto canzoni parlano di amore e di ricordi che ritornano in mente sotto forma
di immagini scollegate. In questo Van ammette di essersi ispirato al lavoro
di Dylan. I critici si sono sbizzarriti nel ricercare il significato di questi
testi. In realtà ognuno è libero di trovarci quello che vuole.
Si tratta di parole che uscivano da sole dall' inconscio dell'autore e neanche
lui sarebbe in grado di spiegarle. Di sicuro c'è una storia d'amore,
a lungo inseguito, infine trovato e poi perso.
Moondance (1970)
Tutti i critici
reagirono entusiasticamente ad Astral Weeks. La rivista Rolling Stones lo nominò
album dell'anno. Tutte belle parole, intanto Van era costretto a chiedere i
soldi in prestito per mangiare. Infatti le vendite erano di appena 15.000 copie
ed i discografici, forti di contratti capestro, bloccavano i pagamenti dei suoi
diritti. Ancora oggi Van aspetta le sue royalties di "Brown Eyed Girl"! Passarono
due anni prima che arrivasse il disco successivo. Van era pieno di dubbi e diffidava
del mondo dell'industria discografica. Scoprì che, se le sue canzoni
fossero state trasmesse per radio, avrebbe ricevuto le royalties direttamente
dalla BMI (l'equivalente della nostra SIAE). Abbandonò le sperimentazioni
e decise di fare della semplice musica soul, dove le canzoni avrebbero mantenuto
la canonica forma strofa-ritornello. La svolta sarà sbalorditiva, ma
non si può dire che Van si svende. Non è il tipo di fare qualcosa
che non senta suo o qualcosa di cui si possa in seguito vergognare. Decise di
fare a meno di un produttore, perchè non si fidava più di nessuno.
Aveva inoltre bisogno di una band stabile con cui poter sia incidere che esibirsi.
Scelse Jeff Labes al piano, John Platania alla chitarra, Garry Malabar alle
percussioni Jack Schrorer a guidare i fiati. Come è troppo facile notare,
quest'ultimo doveva ancora imparare a suonare. Questi quattro musicisti suoneranno
con lui, ad intermittenza, per i successivi 4-5 anni. Il suono di Moondance,
rispetto al contemporaneo soul di Aretha Franlin e Otis Redding, è molto
più morbido e rilassato. Van si ispirava al soul gentile del defunto
Sam Cooke, comunque in maniera del tutto originale. Il suo potrebbe essere chiamato
"soul celtico", ma la definizione non aiuterebbe a capire. In confronto ad Astral
Weeks tutto è più levigato, pulito, meno emozionale. Gli arrangiamenti
dei fiati sono mosci e noiosi, a volte irritanti.
Le composizioni abbracciano più stili. Il pezzo che dà il titolo
al disco è puro jazz, come composizione e come esecuzione. "And It Stoned
Me" sembra uscita del disco precedente. "Crazy Love" è una tenera nenia
sussurrata in falsetto. "Brand New Day" è un gospel appassionante, con
piano e coriste in primo piano e sassofonisti in castigo (per fortuna!). "Caravan"
e "These Dreams of You", registrate dal vivo tre anni dopo, saranno perfette,
ma qui sono troppo fredde. "Into the Mystic" è una sognante ballata rovinata,
come al solito, da un breve intermezzo dei sassofoni. Nulla di personale, credetemi.
La colpa io non la dò a Jack Schrorer, io la dò al suo insegnante!
Gli ultimi due pezzi son puri riempitivi di nessun valore. I testi sono brevi
ed ottimistici: Van era da poco felicemente sposato. Moondance è l'album
più sopravvalutato della carriera di Van Morrison. In realtà egli
stava ancora imparando a produrre un disco. Comunque sia, dopo questo disco
i suoi problemi di sussistenza furono risolti.
His Band and the Street Choir (1970)
Sfortunatamente
non sono in possesso della intera discografia. Per i dischi mancanti, di cui
questo è il primo, troverete poche note informative ed un link ad una
recensione esterna. Spero naturalmente di poter tappare personalmente tutti
i buchi in futuro.
Il pezzo forte di questo album è "Domino" che rimane ancor oggi l'ultimo
singolo di successo nella carriera di Van. [recensione]
Tupelo Honey (1971)
Il titolo non
tragga in inganno: non si tratta di un omaggio ad Elvis, nativo di Tupelo, Mississippi.
Tupelo Honey è una ricercata qualità di miele, a cui Van paragona
la sua dolce Janet. Tutto i testi, qua, vertono sullo stesso tema: miele ed
amore. In quanto a "radiofonicità", questo è il seguito di Moondance,
ma è un disco tutto diverso. E' un tipico prodotto del periodo, sulla
scia dei successi di James Taylor e Carole King. Van si diverte a fare il cantante
romantico, e ci riesce incantevolmente bene, circondato da un'orda di validi
strumentisti. Il soul lascia lo spazio al country, gli arrangiamenti si sprecano,
i coretti femminili non si risparmiano. Dal punto di vista della musicalità
e della produzione, questo disco soddisfa ampiamente. Delle composizioni spicca
solo l'iniziale "Wild Night", una melodia facile su un ritmo contagioso, con
la quale Van dimostra la sua abilità nello scrivere pezzi da classifica
e la sua incapacità di promuoverli adeguatamente. Il singolo, infatti,
non entrò nelle top ten. Delle altre canzoni si fanno notare quelle più
lunghe, organizzate come piccole suite.
La critica italiana ha, per sua tradizione, bersagliato di offese questo lavoro,
molto oltre il suo unico demerito, che è quello di contenere troppo miele.
Questo è un disco nessun appassionato di Van dovrebbe lasciarsi scappare.
Saint Dominic's Preview (1972)
Van è
stato estremamente geloso della sua vita privata. Si sà che in quest'anno
il suo matrimonio entrò in crisi e presto giunse al divorzio. Come tutti
i libri su Van raccontano, i dolori d'amore lo fecero tornare quello di Astral
Weeks. D'altronde certe composizioni e certe esecuzioni non le puoi costruire
a tavolino, devono venire da sole. Dal '72 al '74 Van calerà sul mercato
un poker di capolavori, di cui questo è il primo.
Tre lunghe composizioni, reminescenti quelle di Astral Weeks, dominano l'album.
Rispetto a quel disco, il suono qui è più spoglio, poggiando su
chitarre acustiche e piano. Questo ne diminuisce il carattere onirico e ne sottolinea
quello drammatico. Il testo di "Listen to the Lion" è chiarissimo: l'autore,
distrutto dalle pene d'amore, deve guardare nel profondo della sua anima, per
ascoltare il leone che vi è racchiuso. Il leone gli dice che i suoi antenati
lasciarono la Danimarca per incominciare una nuova vita in "Caledonia" e che
lui, quale loro discendente, ha dentro di s la forza per non lasciarsi abbattere
dalle difficoltà della vita. Quanto ci impieghereste per dire queste
quattro frasi? Van le centellina in ben dieci minuti. La performance vocale
è letteralmente... ruggente! Con questa canzone Van smette di comporre
con l'inconscio e smette di emulare Dylan. C'è sempre lo stream-of-consciousness,
ma è diverso da prima. Prima erano i ricordi ad affiorare da soli, ora
è la volontà che, lucidamente, esplora e guida la mente. Questo
stile non sarà mi abbandonato, ed avremo tanti seguiti a questa canzone.
Più spesso, al posto della storia dei progenitori, vi sarà la
propria infanzia.
Nel brano "Saint Dominic's Preview" c'è un lunghissimo giro di parole
e immagini prima di dire di aver visto, davanti ad una chiesa, la gente che
marciava per la pace in Irlanda del Nord. Che io sappia, è l'unico brano
da lui dedicato all'argomento. In "Almost Indipendent Day" si racconta invece
di una serata felice passata in giro con la moglie. Se qualcuno legge il testo
senza ascoltare il brano pensa che si tratti di una canzone serena e felice,
perchè il racconto si svolge nel presente. Solo la musica e l'interpretazione
fanno capire che si tratta del ricordo di un passato che non tornerà
più. E' illuminante sapere come nacque la canzone. Squillò il
telefono in casa Morrison e la centralinista disse che c'era una chiamata dall'Oregon
da parte di un suo ex-compagno dei Them. Quando la telefonata fu passata, dall'altra
parte non rispondeva nessuno. A Van vennero in mente i versi: "I can hear Them
calling way from Oregon/ And it's almost Independence Day". Vien da ridere pensando
al tempo perso da qualcuno nel tentativo di scoprire il significato nascosto
delle canzoni!
Questo disco è l'esatto contrario del concept-album. E' una raccolta
di canzoni eterogenee, registrate in momenti diversi, con stili e con musicisti
diversi. Le capacità canore di Van danno prova di essersi affinate con
passaggi di canto "scat" ultrarapido.
C'è da dire, a proposito della Caledonia, antico denominazione della
Scozia, che Van dà questo nome alla sua orchestra accompagnatrice del
periodo ed al suo nuovo studio di registrazione privato. Caledonia è
anche il secondo nome della figlia Shana, del negozio di dischi dei genitori
di Van...
It's
Too Late to Stop Now (1974)
A dieci anni
dal suo esordio discografico arriva il primo live, a cui ne son seguiti altri
due, sempre rispettando la scadenza decennale. Se qualcuno compila la lista
dei 10 migliori live di tutti i tempi e non include questo, due sono i casi:
o non l'ha mai ascoltato o era meglio che stesse zitto. Vi è più
di un motivo per cui questo album rifulge. Primo: il cantante è un vulcano
in eruzione. Secondo: il cantante ha raggiunto il pieno della maturità
tecnica e artistica. Terzo: la band di supporto è tanto articolata ed
affiatata che non si potrebbe desiderare di meglio. Quarto: le diciotto composizioni
son tutte valide.
Il titolo origina da una delle pratiche di Van nei suoi concerti: fa crescere
in maniera orgiastica l'eccitazione, al cui culmine pronuncia la fatidica frase:
"E' troppo tardi per fermarci ora". Invece subito dopo la canzone
si interrompe di botto. Si può ascoltare tutto ciò in "Cyprus
Avenue", drasticamente diversa dalla versione originaria su "Astral
Weeks". I brani scelti vanno anche più indietro, comprendendo due
hit dei Them e ben sei cover, mai registrate in studio. La Caledonia Soul Orchestra
comprendeva undici elementi, cantante escluso: piano, batteria, chitarra, basso,
sax, tromba, tre violini, una viola ed un violoncello. Le registrazioni risalgono
all'estate del 1973, praticamente l'unico anno di vita della formazione. Ad
un certo punto si era pensato di pubblicare un triplo album, ma alla fine si
optò per un doppio. Le canzoni escluse sono ricomparse su bootleg. E'
un vero peccato che non si sia provveduto a recuperarle per la riedizione su
CD, perchè lo spazio per inserirle non mancava. In queste registrazioni
si vede solo il lato più esuberante di Van Morrison. Non c'è traccia
del cantautore intimista e mistico; c'è un gigante che domina con carisma
la platea e la band.
Veedon Fleece (1974)
Tornato in
Irlanda nel 1973 e suggestionato nel rivedere i luoghi della propria adolescenza,
Van trova l'ispirazione per un album concept estremamente personale. Non vi
sono note di copertina o interviste a spiegarlo, ma si capisce che le varie
canzoni sono in un ordine preciso, con frasi che si ripetono da un brano al
successivo, in modo da formare la storia di un ragazzo che dapprima sogna una
vita fantastica, popolata da eroi e da poeti, poi parte deciso incontro alla
vita reale come se andasse incontro ad una avventura (la ricerca di un immaginario
vello di Veedon). Seguono le esperienze e le disillusioni. Alla fine c'è
il ritorno al paese natio ed un amore che curerà le ferite. Ad accompagnare
il cantante c'è una versione snellita della Caledonia Soul Orchestra.
Il suono è curato, ma rarefatto, ricordando un po' tutti gli album precedenti.
Infatti per ogni canzone c'è uno stile diverso, eppure l'opera conserva
un carattere fortemente unitario. Rispetto ad Astral Weeks, cui quest'opera
è stata paragonata, essa è molto più sfaccettata, più
costruita e meno originale. L'accompagnamento strumentale è infatti semplice
e tradizionalista, più ancora che nei due album in studio precedenti.
I testi e le parti vocali sono estremamente personali. E' un disco che, pur
non essendo musicalmente difficile, richiede un ascolto raccolto, al buio, per
essere penetrato.
Prima che Veedon Fleece arrivasse nei negozi, era stato già ultimato
ed annunciato il suo successore, dal nome "Mechanical Bliss" e dal tono opposto,
gaio e spensierato. L'album non fu mai pubblicato.
Period of Transition (1977)
Dopo Veedon
Fleece, Van ne ebbe abbastanza della musica e si ritirò dalle scene per
quasi tre anni, per ritornare con l'album più breve della sua discografia.
Lo devo ancora ascoltare. [recensione]
Wavelenght (1978)
[recensione]
Into the Music (1979)
Con lo stesso
titolo era uscita nel 1975 una biografia dell'artista. Il titolo giusto per
l'album sarebbe stato "Into the Music Again", perchè esso segna il ritorno
della voglia di far musica dopo la pausa triennale e due tentativi poco felici.
La voglia di cantare è anche il ritorno a vivere, come indicano i titoli
di alcune canzoni: "Bright Side of the Road", "You Make Me Feel So Free" e "And
the Healing Has Begun", in cui ad essere malato era lo spirito e la medicina
è, naturalmente, la musica. La voglia di vivere emerge dalla forza della
performance canora, mai così convinta e trascinante ("Divertiamoci mentre
possiamo/ Non vuoi aiutarmi a cantare questa canzone/ Dal limite scuro della
via/ Al lato luminoso della strada").
Per produrre questo disco non si badò tanto alle spese, e possiamo ascoltare
ottimi musicisti, fra ospiti e membri della nuova band. Innanzitutto arriva,
dal giro di James Brown, il sassofonista Pee Wee Ellis, cui il precedente Schrorer
non era degno neanche di lustrare le scarpe. Alla tromba il giovane Mark Isham,
che negli anni successivi toccherà anche le tastiere. A suonare il violino
e la viola c'è la splendida italiana Toni Marcus, il vero solista in
questa occasione, che purtroppo non verrà più richiamata per gli
album successivi. Si può notare come la batteria sia mixata ad un volume
molto più alto che, per esempio, in Tupelo Honey: neanche Van è
immune dalle mode. Gli elementi nuovi, che rimarrano a lungo, sono la musica
celtica, in "Rolling Hills", e la religione, in "Full Force Gale" ("Sono stato
risollevato dal Signore").
Con una prima facciata di canzoni veloci ed una seconda di canzoni lente, le
nove canzoni (più una coda) mostrano praticamente tutte le facce, gli
stili, gli atteggiamenti mentali, i trucchi ed il talento del cantante e dell'autore.
Descrivere questa goduria di disco è inutile: va acquistato ad occhi
chiusi.
Common One (1980)
Ci vuole davvero
coraggio per fare uscire, dopo il successo di "Into the Music", un disco tanto
anti-commerciale. Siamo di nuovo fuori dal rock, per approdare ad un improbabile
tipo di sperimentazione, prossima alla musica leggera in quanto a strumentazione
ed arrangiamenti, eppure opposta nello spirito. Al posto dell'unico violino
del disco precedente, qui c'è una orchestra intera, condotta dal vecchio
compare Jeff Labes. La registrazione fu eseguita in pochi giorni, con largo
spazio per l'improvvisazione. Il pezzo forte, "Summertime in England", durava
mezz'ora, ma la Polygram pensò bene di rieditarlo in metà tempo.
Le liriche sembrano l'indice di un testo di letteratura inglese, in quanto citano
a raffica nomi di poeti e di luoghi. E' un lungo momento di meditazione filosofica,
come tutto il disco, d'altronde. Il verso finale "Can you feel the Silence?"
sarà ripreso, undici anni dopo, nel momento culminante di "Hymns to the
Silence". Qui non sarebbe fuori luogo la parafrasi: "Riesci ad ascoltare questo
disco fino al termine?". La musica, infatti, per quanto impeccabile, sembra
stiracchiata oltre i giusti limiti. "When Heart is Open", altri quindici minuti
di meditazione senza sviluppo e senza melodia, è posta opportunamente
in fondo. Se non riuscite a spegnere il giradischi vuol dire che vi siete addormentati.
Se ascoltato un pezzo per volta, e con la giusta predisposizione d'animo, Common
One diventa un disco a dir poco stupendo. Buona parte del merito và a
Pee Wee Ellis, arrangiatore ed artefice di ispirati assoli.
Beautiful Vision (1982)
Nei primi anni
ottanta la musica era pesantemente plastificata ed anche Van non fu immune dalla
moda del momento. Ciononostante riuscì a sfornare un capolavoro che non
è affatto invecchiato a venti anni di distanza. Il suono è diverso
da qualsiasi cosa egli abbia fatto prima, nonchè personalissimo. C'è
la rinuncia all'intero bagaglio di trucchi vocali, eppure la voce rimane espressiva,
bella ed emozionante come sempre. I sintetizzatori dominano fra gli strumenti,
con apprezzabili contributi di fiati e, soprattutto, chitarra elettrica. Il
giovane Mark Isham passa sempre più dalla tromba al sintetizzatore ed
acquista un ruolo di primo piano, anche come arrangiatore e, verosimilmente,
come contagiatore nei confronti del leader. Il brano "Scandinavia", in coda
all'album, è il primo pezzo strumentale della carriera di Van, che nell'occasione
si cimenta al pianoforte. I testi sono estremamente semplici, con descrizioni
di scale che salgono in paradiso ed illuminazioni simili. La copertina rende
bene l'idea. Nelle note dell'album è spiegato che un paio di liriche
sono state ispirate da un racconto di Alice Bailey e ben tre sono state scritte
in collaborazione con un vecchio amico di nome Hugh Murphy. Le cose saranno
ancora più chiare sulla copertina dell'album successivo, che recherà
una dedica al fondatore di Scientology, Ron Hubbard. Le composizioni su "Beautiful
Vision" sono fra le migliori dell' intero repertorio morrisoniano ed intonate
al sound del disco. Un paio di esse raffigurano con efficacia i ricordi dell'infanzia
a Belfast. Nell'allegra "Cleaning Windows" si racconta di uno dei pochi mestieri
che Van ha fatto al di fuori dell'ambito musicale.
Inarticulate Speech of the Heart (1983)
Per fortuna
questo è l'ultimo album in studio in cui compare Mark Isham, sempre più
lanciato ad emulare Brian Eno e sempre meno impegnato a suonare la tromba. Per
quanto l'album sia piacevole, sembra fatto con gli scarti del precedente. Troppi
brani strumentali ed un suono che vorrebbe essere levigato e pulito ma rischia
di cadere nella volgarità. L'inizio è scioccante, con i bassi
pompati tanto da far pensare di aver preso per sbaglio un disco di Barry White.
La voce emoziona come sempre, anche quando non canta ma recita, vedasi l'introduzione
di "Rave on, John Donne". Per chi riesca, non è difficile, ad abituarsi
al suono ammorbidito e plastificato, quest'album può rappresentare un
piacevole diversivo nel catalogo dell'irlandese, o comunque un aromatico sedativo.
Non mancano le belle canzoni, come "The Street Only Knew Your Name" che cerca
di ripetere la "Cleaning Windows" dell'album precedente, ma nessuna è
essenziale.
Live at the Grand Opera House Belfast (1984)
Non contiene
nè inediti nè cover, ma solo brani tratti dai precedenti quattro
LP. [recensione]
A Sense of Wonder (1985)
Abituato a
cambiare formazione per ogni disco, Van arriva al punto di farne uno in cui
è in parte accompagnato dalla sua band abituale ed in altri momenti da
una cooperativa di musica popolare irlandese, i Moving Hearts, di breve vita
ma di notevole perizia. Questa alternanza, come anche la presenza di ben tre
cover, aumentano le attrattive di un album che si mantiene molto a galla con
il mestiere e poco con l'ispirazione. Paradossalmente il tema dell'intero lavoro
è quello dell'artista alle prese con il processo creativo. La sostanza
è invece un sopraffino artigianato. Le melodie sono scontate e sembrano
una minestra riscaldata. Il sound è in prima approssimazione quello di
Beautiful Vision. Al posto dei sintetizzatori c'è un organo che ricorda
il Ray Charles più morbido. Gli arrangiamenti sono di facile presa, eppure
estremamente raffinati: il risultato finale è vaporoso, etereo. E' nota
la capacità di arrangiatore di Van Morrison: non uno intervento di troppo
ma neanche uno strumento di meno; il suono è sempre ricco ma mai sovrabbondante.
Il ruolo di spalla è assunto questa volta dalle coriste, i cui interventi
suonano chissà perchè enfatici. A dire il vero, tutti gli interventi
solisti, in questo disco, suonano enfatici.
La copertina, contrariamente alle abitudini, è corredata dalle liriche,
che è necessario leggere. "Malinconia alla Rimbaud/ Spero di raggiungere
il mio scopo/ Tormento alla Rimbaud, sai quanto è difficile a volte./
Mi ha mostrato ogni tipo di forme e colori/ Mi ha rivelato diversi sentieri
per lo stesso tragitto/ Mi ha dato indicazioni chiarissime/ Quando mi trovavo
nella notte scura dell'anima./ Malinconia all Rimbaud/ Vorrei saper tornare
a scrivere/ Tormento alla Rimbaud, sai quanto è difficile/ Quanto è
difficile continuare." Purtroppo la musica, nei primi due brani, non è
all'altezza del testo. E' perfettamente logico, perchè il testo narra
di un artista bloccato davanti al foglio bianco, in attesa di una ispirazione
che non arriva. Il disco incomincia, lentamente, a prender quota solo al terzo
brano (Evening Meditation), uno strumentale col coro muto di Van. Il resto del
disco è finalmente appagante, sia per i brani originali, fra i quali
spiccano "The Master's Eyes" e la title-track, che per le cover. Van aveva musicato
un testo di Yates, ma gli eredi del poeta irlandese si opposero all'uso dei
versi. Van fu costretto a cancellare il brano gi pronto e ripiegò su
una composizione di Mose Allison. Si tratta di un rhythm and
blues molto anni '60 che non lega per nulla col resto, ma la cosa non dispiace.
A farla breve, questo album è tanto sfaccettato che ogni brano necessiterebbe
una descrizione a parte. Ce n'è abbastanza per interessare i fan ed anche
per crearne di nuovi. La conclusione felice: "A New Kind of Man".
No Guru, No Method, No Teacher (1986)
Il discorso
filosofico-religioso-trascendentale iniziato con gli anni '80 si conclude nella
serenità di un'opera dal titolo lungo e curioso. Nella band quasi completamente
rinnovata ritroviamo due vecchie conoscenze come Jeff Labes e John Platania
ed un' ottima Kate St. John (oboe e corno inglese) che si rivela adattissima
per ricreare le atmosfere celtiche/oniriche sempre più frequenti. Se,
anche al primo ascolto, sembra di conoscere già questo disco, il motivo
è semplice: di tutta la produzione, questo esemplare è quello
che più si avvicina ad "Astral Weeks". Simili la struttura dei pezzi
e la strumentazione acustica. Di diverso ci sono la brevità dei brani,
un pizzico di varietà in più, maggior cura degli arrangiamenti
e assenza di sperimentazioni. Van canta con grande naturalezza e (troppa) scioltezza,
evitando le strade più difficili. Si ha solo una pallida idea della bravura
dimostrata altrove. I testi sono per lo più vaghi, con argomenti che
oscillano fra la polemica stizzita con chi lo critica (ma come gli si può
credere quando canta "Tu hai soldi in banca/Io non ne ho affatto"?) e la meditazione
come fonte di felicità. L'amore è puramente platonico, come nella
canzone culminante, "In the Garden". La casa discografica fece uscire un album-intervista,
in cui veniva spiegata appunto questa canzone, dalle parole dell'autore, che
qui traduco.
"C'è una canzone sull'album chiamata "In the Garden" dove in realtà
io ti porto attraverso un programma di meditazione. Da circa metà della
canzone sino al termine. Ti porto attraverso un preciso programma di meditazione.
Che è una specie di meditazione trascendentale. Non è meditaziona
trascendentale, sia chiaro. [...] Se ascolti la cosa attentamente, dovresti
aver raggiunto una forma di tranquillità prima di essere alla fine. Accade
quando dico "E mi rivolsi a te e dissi: 'Nessun Guru, Nessun Metodo, Nessun
Maestro. Solo tu ed io e la natura, ed il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo'.
Solo la frase intera conserva tutto il senso. E volevamo metterla così
come titolo dell'album. Ma abbiamo capito che sarebbe stata troppo lunga".
Le restanti canzoni sono solo di poco inferiori, cosicchè di questo lungo
album non c'è proprio nulla da scartare.
Poetic Champions Compose (1987)
Il disco si
apre con la sorpresa di Van che suona da solista il sax contralto in un brano
strumentale. Tutti gli assoli di sassofono del disco sono eseguiti dal leader,
che sul retro di copertina si atteggia a one-man-band. D'ora innanzi le sorprese
discografiche saranno tutte così: di piccolo calibro. Terminate le sperimentazioni,
la musica di Van Morrison diventerà più tradizionale, muovendosi
fra le formule più collaudate di blues, jazz e musica irlandese. Gli
stravolgimenti di formazione saranno all'ordine del giorno. Rispetto al precedente,
questo album presenta maggiore varietà ed è cantato meglio. Mentre
in quello si ammirava la compattezza dell'insieme, qui piacciono le singole
composizioni. Il clima è più rilassato, meno serio, vicino al
puro intrattenimento. Mentre "No Guru..." fungeva da riassunto per la parte
precedente della carriera, questo "Poetic..." indica la strada che sarà
seguita in futuro. Entrambi sono prettamente personali ed assolutamente immuni
dalle mode. Questo secondo risulta registrato in maniera superlativa e rappresenta,
da questo punto di vista, probabilmente il vertice dell'intera discografia.
Peccato per qualche pezzo troppo scontato (specie "Give Me My Rapture", come
melodia e come testo). Altrimenti è difficile trovare difetti in un'opera
che rimane imprescindibile per tutti gli estimatori dell'autore.
Irish Heartbeat (1988)
Per la prima
volta Van rilascia un album insieme ad un altro artista. Questa volta si tratta
del gruppo di folk irlandese dei Chieftains. Si tratta per l'appunto di un disco
di musica tradizionale; non contiene nuove composizioni. [recensione]
Avalon Sunset (1989)
[recensione]
Enlightenment (1990)
[recensione]
Hymns to the Silence (1991)
Perchè
l'unico album doppio (in studio) a questo punto della carriera? Perchè
non ha eliminato qualche pezzo noioso ed inutile e rilasciato un unico CD di
74 minuti? La risposta che io ho trovato è numerologica. I 21 brani di
questo doppio sono divisibili in tre portate, ciascuna composta di 7 pezzi.
Io ho usato la portate, qualcuno potrebbe pensare a inferno, purgatorio e paradiso.
Si tratterebbe insomma di un concept sotto mentite spoglie. Passo dunque a descrivere
le tre portate.
Antipasto salato: la confessione. La musica è asciutta e nervosa. Si
inizia con "Professional Jealousy" dove Van sveste i panni del mistico e si
mette alla pari di tutti i suoi colleghi ("La gelosia professionale non fà
eccezioni/ Può capitare a chiunque, in qualsiasi momento/ L'unica condizione
richiesta è: sapere cosa serve/ e consegnarlo, quello che serve con puntualità").
Segue "I'm not Feeling It Anymore"; Van non era mai stato tanto esplicito ("Ho
fatto finta per tutto il tempo/ Di dare a tutti quello che volevano/ Ed ho perso
la mia pace mentale/ Quello che ho sempre voluto era solo essere me stesso...").
"Ordinary Life" assomiglia a quei tormentoni blues coi quali Dylan affligge
con regolarità i suoi fan. Per fortuna questo finisce subito. Nel testo
Van si spoglia del proprio mito e del proprio misticismo: "Portami giù
sulla terra/ mantieni i miei piedi per terra". In "Some Peace of Mind" si butta
giù un'intera carriera: "Mi vedi sul palcoscenico, a fare il mio lavoro/
Imparo a farlo bene, continuo a cantare/ Ma a volte sento tanto la solitudine
là sopra/ Perchè sei sulla strada e non vai da nessuna parte/
Perchè sono solo un uomo, e non ho piani...". In "So complicated" la
polemica continua con swing ("Voglio solo soffiare nel mio strumento..."). Il
dialogo con il fan si riallaccia con la cover di "I Can't Stop Loving You".
Come nei brani precedenti, l'esecuzione è tanto fredda e impersonale
da far solo rimpiangere l'originale di Ray Charles. Questa prima parte si conclude
con la festosa fisarmonica di "Why Must I Always Explain?" ("Devo sempre ripetere
alla gente cose che non hanno voglia di capire...").
Portata principale: Riflessione e Preghiera. La musica è solenne. Si
tratta delle tipiche lunghe e tormentate riflessioni inaugurate da "Listen to
the Lion" diciannove anni prima. Questa volta il coraggio non basta più
e l'autore invoca Dio. Van vuole disperatamente tornare indietro al tempo dell'infanzia
(Take Me Back), quando tutto sembrava buono e giusto e lui viveva nella luce.
Alcune canzoni di questo mazzo sono degli veri e propri inni da chiesa anglicana
(See Me Through, By His Grace), una è gioiosa ed ottimista (All Saints
Day). La pace viene finalmente trovata nel lungo brano che dà il titolo
all'album, cui segue, quale momento culminante, il lungo recitativo di "On Hyndforf
Street" con il solo synth di sottofondo. Non c'è più musica. Van
è riuscito finalmente a tornare nella strada della sua infanzia ("Riesci
a sentire il silenzio?").
Dessert: Amore. La musica è celestiale ed ogni pezzo ha un suo stile
e gode di un arrangiamento particolare. La prima di queste sette canzoni, Village
Idiot, è stata inserita fra l'antipasto e la portata principale. Forse
il significato è che, per farsi venire la voglia di guarire dalla propria
malattia (la gelosia professionale), Van doveva prima invidiare l'idiota ("Deve
conoscere qualcosa/Però non lo dice"). Le cinque canzoni d'amore che
seguono "On Hyndford Street" collegano l'amore per la propria donna con l'amore
per Dio ("Ringrazio Dio per avermi mandato te"). Nella conclusiva "I Need Your
Kind of Loving" ogni riferimento religioso svanirà: "Baby, ho bisogno
del tuo tipo di amore/ tu sai che nessun altro lo farà". Nell'ultimo
verso il protagonista rimane solo: "Centralinista, centralinista/ passami la
mia bimba adesso".
In questa ultimo terzo dell'opera il cantante si scioglie completamente e finalmente
c'è spazio solo per la spensieratezza. Il contrasto fra le tre parti,
più che nelle parole, sta nell' interpretazione musicale. Dopo tutto
quello che ha detto l'autore di se stesso all'inizio, alla fine gioca a stupire.
Sembra che dica: "guardate come ho imparato bene il mio mestiere: riesco a farvi
commuovere come e quando voglio". Mi piace cadere in questo inganno; questa
parte del disco l'ho ormai imparata a memoria. Rimane il dubbio se la confessione
iniziale fosse la verità definitiva o solo il racconto di un momento
di disperazione. Probabilmente entrambe le cose. Il significato di quelle sparate
è che per Van la musica è una fonte di sopravvivenza ed il mestiere
della su vita. Quelle rare volte che è ispirato egli può creare
poesia, ma se e quando venga l'ispirazione non dipende nè da noi nè
da lui.
Malgrado i tanti stili toccati, la strumentazione è insolitamente ridotta
ed il suono insolitamente spoglio. Van suona chitarra elettrica ed armonica,
in metà dei pezzi compare il versatile organo di Georgie Fame, in alcuni
il giocoso sax di Candy Dulfer, in un paio i Chieftains.
Too Long in Exile (1993)
[recensione]
A Night in San Francisco (1994)
Per il suo
terzo disco dal vivo Van organizza due serate vicino casa, a San Francisco per
l'appunto. Lo spettacolo è opulento. Innanzitutto, in ordine sparso,
andiamo a conoscere i musicisti, molti dei quali ospiti. Shana Morrison, la
figlia, canta in un brano. Il giovane cantante di Belfast Brian Kennedy a volte
duetta ed a volte prende il ruolo di solista. Georgie Fame, cantante jazz con
una lunga carriera alle spalle, suona l'organo e canta in un brano. L'avvenente
olandesina Candy Dulfer suona il sax contralto, mentre Kate St. John si alterna
fra tenore, soprano ed oboe. Il vecchio bluesman John lee Hooker partecipa al
canto nella conclusiva Gloria. Un altro vecchio cantante di colore, Jimmy Witherspoon
canta in ben quattro pezzi. Purtroppo era al termine della carriera (reduce
da un'operazione per un tumore alla gola). Junior Wells suona l'armonica, Ronnie
Johnson e James Hunter la chitarra, Teena Lyle il vibrafono, John Savannah le
tastiere, Haji Ahkba il flicorno, Nicky Scott il basso e Geoff Dunn alla batteria.
Tutti hanno modo di dimostrare la loro bravura, ci sono tanti assoli che sembra
una gara a chi osa di più, in un clima di festa ed amicizia.
Il doppio CD dura quasi quanto quattro LP. Contare il numero dei brani è
una impresa perchè non soltanto le medley abbondano, ma ogni tanto una
nuova canzone viene citata ed abbandonata, senza lasciare traccia nelle note
di copertina. Il retro della stessa reca la scritta "ballads blues soul funk
& jazz" per dare un'idea della varietà che c'è dentro la confezione.
Non mancano i brani alla Van Morrison e le apoteosi che culminano con la storica
frase: "It's Too Late To Stop Now". Insomma, è proprio impossibile resistere
ad un disco del genere. Non ha fatto la storia, ma sospetto che se ne parlerà
ancora fra cent'anni.
Vi sono due buoni motivi per ritenere questo album inferiore rispetto a "It's
To Late to Stop Now". Primo: la voce e l'energia di Van non sono più
quelle di un tempo. Secondo: mentre nel primo live si avvertiva una band unita
e consapevole di creare qualcosa di importante, qui abbiamo degli ottimi intrattenitori
che si divertono a portare ognuno il proprio contributo, a volte narcisistico.
Entrambe queste cose bisognava darle per scontate, quindi questo splendido live
ha sicuramente centrato il proprio obbiettivo.
Days Like This (1995)
Non so se per
questo disco si addicano le etichette "easy-listening" o "smooth-jazz", certo
esse sono più indicate di "rock". La parola che meglio si adatta è
"facile". Non solo il disco è fatto per piacere ad un vasto pubblico;
i musicisti partecipanti seguono sempre la strada più semplice, specie
Van che canta con una voce roca e sfatta. In una simile situazione emerge l'
affiatamento e la musicalità del gruppo. Questa musica possiede uno swing
perfetto e scivola via con gran piacere dall'inizio alla fine, senza cadute,
anche se nessuna delle composizioni si avvia a diventare un classico. Vi sono
due cover e uno degli ormai classici pezzi lunghi in cui Van si lascia andare
ai ricordi di infanzia (Ancient Highways). L'album segna il ritorno di Pee Wee
Ellis a guidare ed arrangiare una sezione di ben tre sassofoni, che diventano
quattro nel brano 'Days Like This', quando anche Van si cimenta con il contralto.
Nelle parti vocali intervengono spesso la figlia Shana e Brian Kennedy.
How Long Has This Been Going On (1996)
A questo punto
della carriera di Van si infittiscono sempre più le parentesi, o progetti
speciali, dei quali questo è il secondo, dopo l'album con i Chieftains.
Per realizzare probabilmente un antico desiderio, si tratta di un disco di puro
jazz, pubblicato su una etichetta storica del genere (la Verve), in un locale
simbolo (il Ronnie Scott's) con, al posto della solita band, musicisti della
scena jazz inglese. L'album è attribuito a "Van Morrison with George
Fame & friends'. La registrazione avviene dal vivo, ma senza pubblico presente
nel club. Questa è il modo di lavorare preferito da Van, e a cui anche
i sideman sono ovviamente abituati. Si ha l'impressione però che il gruppo
avesse bisogno di più tempo per affiatarsi e per curare gli arrangiamenti,
che spesso non convincono. Non è il caso delle piacevoli "Who Can I turn
to?" e "Moondance" (a proposito, non vi sono composizioni nuove). La performance
complessiva di Van è impeccabile. I suoi compagni, invece, sembrano bloccati.
Eppure si tratta di gente abituta a svolgere i propri assoli in ogni situazione.
Si sa che Van è un testardo pignolo che vuole averla sempre vinta ed
è facile immaginare la situazione che si è potuta creare...
Tell Me Something: The Songs of Mose Allison (1997)
E' album tributo
vede Van cantare in metà dei brani. Come il precedente esce su etichetta
Verve e può essere considerato un album di jazz. L'anziano Mose Allison,
che Van riconosce come uno dei maggiori songwriter del secolo, partecipa in
due brani. Egli è il tipico "musicista per musicisti", sconosciuto al
grande pubblico. Da tempo Van voleva realizzare quest'album, ma per farlo voleva
accanto a sè dei musicisti che, come lui, avessero una lunga dimestichezza
con le composizioni. Si decise pertanto a farlo con Georgie Fame e Ben Sidran.
Per conciliare gli impegni di tutti, il disco fu quasi tutto registrato in un
sol giorno senza prove, alla "buona la prima". [recensione]
The Healing Game (1997)
Questo costituisce
il seguito naturale di "Days Like This". Manca Shana e sempre più spazio
viene occupato da Brian Kennedy, che accompagna con la sua voce tutti i brani.
Nella prima metà si respira l'atmosfera di "Beautiful Vision". Le composizioni
sono elaborate, con spazio per orchestrazioni e assoli di sassofoni. Il tutto
è molto più rock che non su "Days Like These", con la batteria
in bella evidenza. "Piper at the gates of Dawn" è invece un brano acustico
con Van alla chitarra e l'ospite Paddy Maloney (Chieftains) che suona le "uilleann
pipes". Van non ci prova neanche a cantare in stile 'Astral Weeks'. Ad una prima
metà di canzoni serie e vibranti ("Oh the mud splattered victims..."
è il primo verso del disco) segue una serie di pezzi di routine che si
trascina, senza ispirazione e con arrangiamenti banali, fino alla fine. Forse
la cosa è voluta, per dare un'impressione di divertimento, di casuale
ritrovo fra amici, ma non sembra funzionare. Nei due pezzi più seri della
seconda parte, "Sometimes We Cry" e "The Healing Game", a parte gli arrangiamenti
non all'altezza, Van arriva senza voce alla fine dei brani. Con la mania di
far durare i CD un'ora, anzichè i classici 40 minuti, queste cose accadono
spesso. Nello specifico era forse il caso di rimandare la session incriminata.
In una intervista dell'epoca, alla domanda se fosse un perfezionista, Van rispose:
"Un tempo lo ero di più". Peccato.
The Philosopher's Stone (1998)
A lungo annunciato
anche nel titolo, e nella logica del mercato discografico dei '90, giunge infine
un doppio CD (che dura quanto 4 LP) di brani inediti d'archivio. Sono 30 pezzi
registrati fra il 1971 ed il 1987 ma non inclusi nei rispettivi album del periodo.
La maggior parte dei brani proviene dal periodo d'oro 72-74. Solo in qualche
caso si tratta di versioni alternative, principalmente sono composizioni inedite
o rare. Rispetto ai "Bang Masters" le qualità sonora e musicale sono
nettamente superiori. Sono brani prodotti direttamente dall'autore con le migliori
tecnologie dell'epoca. Mentre altre operazioni analoghe, compilate per altri
musicisti, hanno solo valore storico-documentaristico, oppure sono solo lussuose
confezioni regalo, questa serie di canzoni si offre principalmente al piacere
dell'ascolto. A volte Van si mantiene fedele al suo stile, altre volte si diverte
a deviare, e ciò contribuisce alla varietà ed alla gradevolezza
dell'insieme. Non si ha, insomma, l'impressione di rovistare fra la spazzatura.
Ancora una volta, Van rilascia un disco che stupisce.
Come la logica di una simile operazione richiede, vengono riportati testi, date
di registrazione e credits di ogni singolo brano. Tutti sono stati rimixati
per l'occasione da un esperto analogista. Ragion per cui la compilation non
sembra tale, piuttosto sembra un nuovo album. Sono attesi altri volumi della
stessa serie, perchè di materiale inedito ne rimane ancora tantissimo.
Back On Top (1999)
Contiene la
canzone "Philosophers Stone", che non si trova nell'album quasi omonimo. "...il
mio lavoro è quello di tramutare il piombo in oro...". [recensione]
The Skiffle Sessions - Live in Belfast (2000)
E' stato registrato
dal vivo nel corso di una tournee con Lonnie Donegan and Chris Barber, due miti
di gioventù. [recensione]
You Win Again (2000)
Immagino che
Van volesse duettare con Jerry Lee Lewis, ma si è dovuto accontentare
della sorellina Linda Gail, che prima (e dopo) di questo disco era (e rimane)
conosciuta nell'ambito limitatissimo del rock'n'roll revival. Vi è una
composizione nuova. [recensione]
GUIDA AL PRIMO
ACQUISTO
Il seguente
specchietto vale solo per chi non abbia mai ascoltato nulla di Van Morrison.
Una volta effettuato il primo acquisto, se ancora non ne avete abbastanza, lasciate
perdere lo schema e fate riferimento alle recensioni o alla Top
Twelve.
Se preferite... |
...procuratevi |
| soffrire | Bang Masters |
| l' Hip-Hop | Astral Weeks |
| l'Heavy Metal | Moondance |
| il Country | Tupelo Honey |
| il Folk-Rock | Saint Dominic's Preview |
| il Jazz | Hard Nose the Highway |
| il Rhythm and Blues | It's Too Late to Stop Now |
| il Folk | Veedon Fleece |
| i Cantautori | Into the Music |
| la Musica Sinfonica | Common One |
| la New Age | Beautiful Vision |
| la Disco-Music | Inarticulate Speech of the Heart |
| il Gospel | A Sense of Wonder |
| il Gregoriano | No Guru, No Method, No Teacher |
| provare il nuovo stereo | Poetic Champions Compose |
| la Musica Celtica | Irish Heartbeat |
| l'Art-Rock | Hymns to the Silence |
| il Blues | A Night in San Francisco |
| Frank Sinatra | Days Like This |
| imparare a cantare | How Long Has This Being Going On |
| lo Zecchino D'Oro | The Healing Game |
| i 3 x 2 | The Philosopher's Stone |
| gli anni '50 | You Win Again |
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1
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Into the Music |
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2
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Veedon Fleece |
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3
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Astral Weeks |
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4
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It's Too Late to Stop Now |
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5
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Saint Dominic's Preview |
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6
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Beautiful Vision |
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7
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A Night in San Francisco |
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8
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Hymns to the Silence |
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9
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No Guru, No Method, No Teacher |
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10
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Hard Nose the Highway |
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11
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Poetic Champions Compose |
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12
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A Sense of Wonder |