TOM WAITS
Waiting the new waitsNel paese delle meraviglie Alice ci entra attraverso un risucchiante vortice onirico, inseguendo suggestioni e sogni, stimoli e visioni che si fanno sempre più intriganti, dilatando una realtà che si deforma a piacere, scardinando ogni convenzione, capovolgendo riti e, se vogliamo, fregandosene proprio di una sequenza logica preordinata.
Nel meraviglioso mondo di Tom Waits si entra perché attirati da insaziabili curiosità artistiche che premono con urgenza, sospinte da stimoli sonori, visivi e da impalpabili ansie materializzate attraverso parole crude e suoni spiazzanti, veri e propri stravolgimenti del pentagramma e della poesia. Si apre un sipario, si scivola in un abisso fatto di caverne e cunicoli, dove si incontrano oscuri personaggi che celebrano il proprio strazio, si prosegue attraverso un desolato paesaggio fotografico dipinto da Edward Hopper, mentre dalla tela irrompono felliniane figure deformi che brancolano nel buio, muovendo verso una personalissima Mitteleuropa sonora senza tempo e senza collocazione geografica.
Poi si risale nel mondo reale con le mani sporche di grasso; la musica perde i suoi confini e si confonde con il rombo di una motocicletta a quattro tempi smontata e rimontata e ci si risveglia infine nell’America plastificata di Altman, mentre il nostro sguardo pietoso viene rivolto al popolo notturno e diurno dei "cani bagnati" che moltiplicano la loro presenza in modo direttamente proporzionale agli sforzi prodotti dalla società per offuscarne la vista al consumatore di prodotti da spot. E’ puramente casuale considerare Tom Waits un musicista, convenzionale in quanto esistono testimonianze fatte di dischi, nastri e concerti, d’altronde anch’egli odia il prodotto finale, le sue costrizioni, i limiti delle sue architetture, la registrazione, la ricerca del suono giusto, affanni che non sempre rappresentano la realtà del suo fervido cervello. Fregandosene di una sequenza logica preordinata, Waits scrive musica, produce e distrugge suoni, smette e ricomincia da oltre venticinque anni; deformando la propria realtà a piacere e a piacere spiazzando sé stesso, pubblico e critica, l’artista di Pomona ha fin qui lasciato una strabiliante testimonianza di genio. Obliqua, scorticata, destabilizzante, suggestiva, visionaria, dolcissima e crudele, la musica di Tom Waits è una voce fuori dal coro.
Raccontarlo è impresa ardua, anche perché l’artista stesso non ama raccontarsi e quando lo fa, soprattutto con i giornalisti, li beffeggia e si nasconde dietro iperboliche frasi senza senso, veri e propri "waitsismi", scomponendo e ricomponendo una realtà a proprio uso e consumo. L’odio per il giudizio altrui, per la manipolazione della verità, lo ha quasi sempre costretto ad essere in fuga: da se stesso, da qualsiasi schema logico, da luoghi e spazi dove sia possibile incasellarne e stereotiparne l’immagine. In fuga anche nel vero senso della parola, attraversando l’America, da Los Angeles a New York e viceversa, passando per Phoenix e Las Vegas, ma portando sempre con sé una nazione notturna, vagabonda, sporca e marginale. Bottiglie vuote, camionisti, infime prostitute, motel e luoghi di perdizione sono materia per le sue canzoni in quanto sono o sono state materia della sua stessa vita, ma quando questo ha rischiato di divenire luogo comune, icona didascalica, ecco spuntare dal cilindro la vita di tutti i giorni, i sogni più nascosti della gente più comune, ecco emergere una poesia dell’anima permeata da nuove suggestioni, da nuovi percorsi sonori ed ecco che il genio artistico prende di nuovo il sopravvento e la rivincita. Anche quando ciò ha comportato il rifugio in un lungo silenzio, come quello significativo di questi ultimi anni, Tom ha cercato di mantenere sempre saldamente la padronanza della propria musica e della propria vita, indirizzandola verso territori nuovi e inesplorati, quasi mai adattandosi alle regole, anzi spingendo le proprie regole più avanti; ora questo silenzio sta nuovamente per spezzarsi (per la metà di aprile è atteso "Mule Variations"), anche se un nuovo disco può non significare un nuovo Waits. I dischi sono il luogo più scomodo per ricercare l’essenza artistica ed espressiva di Tom Waits, plasmata e modellata attraverso suoni non riproducibili, da una gestualità mimica e fisica preponderante, ma è attraverso essi che egli ha materializzato meglio le forme contorte e i cupi colori delle proprie visioni consegnandoci le tracce espressive più profonde, dimostrando coraggio di cambiare, di andare verso l’ignoto abbandonando schemi precostituiti; anche noi quindi ci accomodiamo volentieri al consueto rituale.
Nighthawks at the show
L’esordio nel 1973 con "Closing Time" per l’ Asylum potrebbe trarre in inganno circa le intenzioni musicali di Waits, come pure il fatto che "Ol’ 55" sia stata repentinamente ripresa dagli Eagles in "On The Border". In realtà e più semplicemente, il disco echeggia sonorità folk (combattute peraltro in modo viscerale da Tom) per colpa della caparbietà del produttore Jerry Yester che aveva visto in Tom Waits un possibile nuovo Dylan, cosa capitata contemporaneamente a Springsteen e a qualcun altro. Odiato dallo stesso Tom che invece voleva portare nella musica tutto il suo amore per il jazz, il disco fu invece ben accolto dalla critica soprattutto per la cruda e cinica poesia dei sentimenti presente in alcune canzoni. Splendido lo scenario di Martha: un anziano rimpiange l’antico amore e prova, dopo quarant’anni, a ritelefonare con la speranza che anche lei nutra ancora gli stessi sentimenti forti di un tempo ("Martha, sono il vecchio Tom Frost, sto chiamando da lontano ma non ti preoccupare per la spesa…"). Per la promozione del disco il manager Herb Cohen lo spedisce ad aprire i concerti di Frank Zappa, ma Waits, le sue storie sghembe ed il suo pianoforte ubriaco, vengono (ovviamente) derisi e sbeffeggiati dall’acida platea. Il tutto serve comunque all’artista per sperimentare le ansie beat della strada, vero e proprio nutrimento giovanile (Kerouac è un mito per Waits) e lo scaraventa a contatto con la vita balorda dei motel di bassa lega, facendone cogliere il senso di desolante ma vitale follia che condizionerà per molto tempo la sua scrittura, la sua vita e, purtroppo, la sua immagine.
Con il successivo "The Heart Of Saturday Night" le cose si mettono un poco a posto. La collaborazione con Bones Howe, apprezzato jazz sessionist, sistema le coordinate musicali in atmosfere più consone a Tom: venature di jazz soffuso e blues felpato fanno da sfondo ad amari racconti circa i desideri di libertà e gli orizzonti sconfinati intravisti attraverso la lente dei sentimenti e spazzati via nel gelo della solitudine del mattino, nel freddo risveglio di una camera d’albergo e alimentati poi nuovamente nel tepore di un bar che si fatica a lasciare. In questo disco Tom è più riconoscibile, la voce è più sofferta, il suo sguardo si concentra su dettagli di vite marginali, lasciandovi risucchiare la sua stessa vita, confondendola nell’ immagine del barbone perennemente ubriaco ma capace di far uscire sprazzi di poesia da un pianoforte scordato, così come da un bicchiere di gin.
Animato da questa andatura incerta e obliqua, fortemente caratterizzato dall’amore per le esibizioni dal vivo e per Lenny Bruce, forse anche pretestuosamente consapevole del buon veicolo della propria immagine, Waits registra in due serate "Nighthawks At The Diner", il cui scarso successo lo convince a prestare più attenzione alle trappole disseminate sul cammino artistico e a provare a scrollarsi di dosso ogni possibile etichettatura. E’ il periodo in cui comincia a rilasciare dichiarazioni spiazzanti, interviste elucubranti che fanno terra bruciata del suo passato e a manifestare una certa idiosincrasia (che diventerà una costante) per il proprio spazio nell’universo musicale.
Tornato in California dopo un veloce tour londinese, Tom si ubriaca per tre giorni e ne passa altri cinque in sala di registrazione; dalla perlustrazione dei bassifondi della propria e altrui esistenza, riemerge consegnando al pubblico una perla rara. "Small Change" è un piccolo film dove la cinepresa è l’anima dell’artista e gli attori sono i personaggi che popolano tutto l’immaginario perdente possibile, dove dannazione e redenzione si confondono, dove il sublime e il ridicolo vanno a braccetto. "Small Change" è Tom Waits visto sotto le diverse spoglie dello spaccone, del camionista in cerca della cameriera, della morte a caccia della vita. Anche il suo mesto swing si fa un poco più inquieto, mascherato appena da morbidi archi e la voce comincia a diventare carne cruda. Ma non è una "fly simulation", lo stile non è documentaristico: il mondo perduto è visto dal di dentro, la lente è a fuoco; in più Tom muove un significativo passo in direzione dell’ironia e questo si dimostra una carta vincente, un aspetto che lo renderà paradossalmente più credibile. Il disco esce nel 1976, epoca in cui il fragore del punk copriva qualsiasi altro suono, defilato ma non resta nell’anonimato. Waits, sempre più preda del proprio personale annientamento e a contatto con l’implacabile scarso successo commerciale, si rimette in tour riscuotendo consensi soprattutto nei paesi del nord Europa: ciò che l’America gli nega, gli viene regalato dal vecchio continente e non è un particolare trascurabile per la comprensione dello sviluppo della sua musica e dei suoi "piccoli cambiamenti" di lì a qualche anno.
Repentino esce il lavoro successivo "Foreign Affairs" che nulla aggiunge e nulla toglie al capolavoro precedente, anche se contiene canzoni di grande levatura come "Burma Shave" (un incubo fin da bambino, quei cartelloni pubblicitari a messaggi inframmezzati) e Potter’s Field". E’ un album importante invece per il futuro dell’artista: Francis Ford Coppola resta folgorato dal duetto con Bette Midler ("I Never Talk To Strangers") e gli offre di occuparsi della colonna sonora del suo "One From The Heart", un ancora vago progetto cinematografico che avrebbe dovuto salvarlo dai debiti (mentre sappiamo invece come è andata a finire). Tom accetta, affascinato dal cinema e dalla nuova metodologia di lavoro: tempi dilatati, grosso budget e assoluta padronanza di mezzi a disposizione gli conferiscono notevole fiducia; non solo, ma comincerà anche a offrire un contributo sempre più apprezzato come attore, lavorando in parti via via più importanti con registi come Babenco, Jarmush, Altman e lo stesso Coppola, anche se qui non approfondiremo la sua carriera di attore per motivi di spazio.
Ma torniamo al 1978, anno in cui esce "Blue Valentine", l’album di maggiore successo commerciale dell’artista. Dal punto di vista compositivo Tom trascura il pianoforte a favore della chitarra elettrica, lo stile si avvicina alla ballata strascicata e la copertina ci regala una scena evocativa della torbida relazione avuta con Rickie Lee Jones (la quale ricorderà il periodo e l’amicizia comune con Chuck E. Weiss come un "viaggio alcolico verso l’autodistruzione"). Non è però un lavoro particolarmente innovativo per la musica di Waits; le canzoni rispecchiano le solite tematiche ma sono permeate da una dolcezza melodica particolare, forse proprio quello che piace al suo pubblico. Ciò che comincia a cambiare decisamente è l’approccio interpretativo e soprattutto la voce, che sembra arrochirsi e spezzarsi, digrignando i testi piuttosto che cantarli; sono i graffi dell’alcool e della nicotina.
Il lavoro agli Zoetrope Studios prosegue con tempi molto dilatati, siamo nel 1980, e con grande soddisfazione per Tom; è un periodo importante per la sua vita artistica e non, primo perché conosce e si relaziona con l’assistente di scena Kathleen Brennan, secondo perché mette insieme in quattro e quattr’otto "Heartattack And Wine", il disco con cui manderà di fatto a quel paese la freddina Asylum e il manager Herb Cohen, primi segnali e pruriti di grandi cambiamenti in atto. Il nuovo lavoro è uno sguardo compassionevole alla Los Angeles dei senza speranza in cerca di una redenzione, vivisezionata in brani stupendi come "On The Nickel" e "Downtown", ma è anche il disco dove compare "Jersey Girl", canzone dedicata alla Brennan che sarà ripresa, come un vero inno, da Bruce Springsteen (chissà quanti, ancora oggi pensano che sia una canzone del Boss). Un paio di anni più tardi esce nelle sale "Un sogno lungo un giorno" e viene editata finalmente (CBS) la colonna sonora che tanto lo aveva impegnato assieme alla cantante country Crystal Gayle, chiamata a sostituire Bette Midler nei duetti previsti. E’ un disco pieno di canzoni inconsuete per Waits, forse per la presenza di quell’angelica voce femminile che rende meno aspri i toni cupi e laceranti delle tematiche raccontate. E’ un disco che contrasta alla perfezione con la follia della giornata raccontata nel film, talmente bene che Tom viene costretto a presenziare alla cerimonia degli Oscar per la nomination ricevuta (vincerà invece Henry Mancini per Victor /Victoria di Blake Edwards). Con questi piccoli dettagli se ne vanno per Waits gli anni settanta, assieme alle piccole personali battaglie contro chi lo avrebbe volentieri confinato nell’icona artistica (Asylum), nel balordo elucubrante pianista bevitore (il pubblico) e nel meccanico disoccupato prestato alla musica (egli stesso).
La raccolta "Bounced Checks" è l’ultimo scarico di fogna di un passato che ormai non rappresenta più le verità artistiche, sonore e figurative di un autore che sta cambiando profondamente il proprio modo di comporre e di guardare al futuro, destabilizzando un metodo compositivo collaudato ma diventato nausea per lo stesso artista; disco comunque non trascurabile. Tom prepara il nuovo corso partendo dalla copertina "picassiana" e la sua nuova vita partendo dal matrimonio con Kathleen, dalla nascita della piccola Kelly Simone e dalla migrazione verso New York.
La copertina, ma soprattutto il sorprendente scorbutico contenuto, non piacciono alla Asylum: Tom si toglie così un peso e viene accolto con amore fra le braccia della Island di Chris Blackwell, etichetta che gli permetterà di continuare, per sua e nostra fortuna, a essere sé stesso.
Pesci spada, tromboni e altre cianfrusaglie
"Swordfishtrombones" esce nel 1983 con una nuova copertina "chapliniana" e con l’aggiunta di brani che viaggiano decisamente in una direzione totalmente inconsueta rispetto alle ballate jazzate di un tempo. L’urgenza di trovare suoni più adeguati alle storie laceranti di sempre, lo costringe a lavorare sulla scomposizione di metriche prestabilite e sulla ricerca di strumenti e sonorità insolite. Il punto di riferimento diventa Harry Parch un compositore vagabondo che negli anni trenta girovagava per l’America alla ricerca di suoni e strumenti ricavati da materiali scartati o trovati in discariche e fogne. Tom non si spinge a tanto, ma riunisce in "un’orchestra di rottami" suoni e percorsi onirici e oscuri e viaggia musicalmente dove mai nessuno si era diretto prima d’ora. Ci sono anche valanghe di riferimenti nel teatro e nel cinema europeo a livello ancora inconscio, ma che spingono le sue "melodie" in una direzione figurativa, con l’urgenza di "vedere" le canzoni e di teatralizzarle. L’album, che è dedicato alla Brennan divenuta anche sua stretta collaboratrice nonché suggeritrice di suoni e visioni, contiene qualche pezzo ancora commestibile e addirittura un singolo ("In The Neighbourhood"), ma la nuova direzione è indelebilmente segnata da brani come "Underground" (guarda caso si sposa benissimo col film di Kusturicka), "Frank’s Wild Years" (da cui in seguito prenderà spunto un lavoro teatrale e un nuovo disco) e "Shore Leave".
La cronaca, dopo questo shock, ci costringe ad annotare che a questo punto esce il poco significativo doppio vinile "Asylum Years", ovviamente la solita raccolta per i soliti noti motivi.
La strada tracciata viene arricchita dallo splendido "Rain Dogs" uscito nel 1985, anno in cui nasce Casey Xavier, il secondo figlio di Tom. Per questo memorabile ed immancabile disco non vorrei sprecare spazio (è da acquistare e sentire a tutti i costi), se non ricordare che contiene alcuni classici quali "Time" e "Downtown Train", oltre a splendidi gioielli al catrame, sullo stile del precedente ("Clap Hands", "Cemetery Polka") e che segna l’inizio di una collaborazione sgangherata con Keith Richards. Utilizzerei invece le righe seguenti per citare ciò che lo stesso artista ha dichiarato a proposito del bellissimo titolo: "E’ un fenomeno che si riscontra soprattutto nel Lower Manhattan. Dopo un temporale i cani vengono sorpresi fuori casa. In qualche modo l’acqua spazza via le tracce ed essi non riescono più a tornare a casa. Così, verso le quattro del mattino si vedono tutti questi cani bloccati per la strada che vi guardano come per dirvi: "Per favore, mi aiutereste, signore?"". Chi non si è mai sentito come un cane bagnato è autorizzato a non proseguire il viaggio.
Viaggio che prosegue per Tom con un tour europeo che lo vede un poco svogliato di fronte a un pubblico entusiasta, fedele e numeroso.
Durante il tour prende corpo l’idea di sviluppare una storia più complessa attorno al personaggio di Frank Leroux, già apparso episodicamente nei lavori precedenti e alle sue vicende di sopravvissuto. La storia della vita di Frank si materializza attorno ad un progetto teatrale che viene messo in scena a Chicago nell’estate del 1986, a seguito di un meticoloso lavoro dei coniugi Waits con la locale compagnia Steppenwolf. Il progetto, che ebbe molto successo, avrebbe dovuto confluire in una compagnia stabile vera e propria con rappresentazioni in giro per il mondo, oppure in un film diretto da Jarmush e interpretato dallo stesso Waits. Niente di ciò andò in porto e il tutto dovette prendere le forme di un lavoro musicale, forse più consono alle possibilità dell’autore. Chi ha visto lo spettacolo assicura però che le canzoni del disco ricreano perfettamente l’atmosfera dell’ "operachi romantico in two acts", come è stato autodefinito il lavoro dall’autore. "Franks Wild Years" è un altro mezzo capolavoro nella discografia di Tom Waits (basterebbe la sola "Innocent When You Dream"): teso, cupo, elucubrante e aspro, ma al contempo visionario, tenero e altamente comunicativo. Musicalmente riprende gli schemi dei due dischi precedenti ma è a tratti improvvisamente ammorbidito da tenui melodie e dalla presenza di strumenti più dolci (la fisarmonica di Hidalgo per esempio). Come di consueto il disco viene portato in tour e, mentre la vita di Tom riprende con urgenza la strada di Los Angeles, la sua fama comincia ad ampliarsi in ogni angolo del pianeta; tanti sono gli artisti nel mondo della musica che guardano a lui come a una specie di "spiritual guidance" (dagli amici Pogues e Costello, fino a Nick Cave, il Boss e perfino gli U2).
Il "Franks Wild Years Tour", nonostante l’ottimo successo, segna l’intensificarsi dei periodi di idiosincrasia e disaffezione per la musica e per le esibizioni dal vivo. Tom aggira l’ostacolo dedicandosi con più impegno alla personale e obliqua carriera di attore, ma sotto la cenere bruciano ansie e disagi che gli resteranno appiccicati addosso per parecchio tempo.
A distanza di un anno, nel 1988, esce il secondo disco dal vivo di Waits, dal titolo "Big Time" accompagnato da un vero e proprio film per la regia di Chris Blum, ma "la grande occasione" non viene sfruttata nel modo più adeguato e ci presenta un andamento didascalico non certo appropriato alla carrellata di personaggi creati ed interpretati da Waits. A metà strada fra un lungo smozzicato videoclip, un documentario e un’esibizione live vera e propria, nonostante i suoi difetti, il film è comunque un buon ritratto dei grandi cambiamenti di Tom negli anni ottanta. La latitanza discografica perdura ancora per qualche tempo, inframmezzata da episodi sempre luminosi ma apparentemente casuali: la partecipazione in "Stay Awake", un illuminato tributo alle musiche dei film di Walt Disney in ottima compagnia, con la personalissima, funerea e ironica interpretazione della marcetta dei sette nani (non poteva scegliere di meglio), la presenza in un tributo a Cole Porter, autore molto amato da Waits, con il brano "It’s All Right With Me" e in un altro tributo per il "maestro" Kurt Weill.
L’anno seguente si reca ad Amburgo, dove in compagnia di Bob Wilson e del poeta beat William Burroughs, scrive la colonna sonora per uno spettacolo teatrale dal titolo "The Black Rider". Il disco uscirà nel 1993 e rappresenta il personale sodalizio interiore con l’europa brechtiana, le visioni felliniane e le andature di Weill, da qualche tempo ormai parenti stretti del mondo di Tom Waits.
L’orizzonte musicale di Tom rallenta all’improvviso, distratto dalle tentazioni di una normale vita familiare e dalle più insistenti richieste del cinema. Cinema e musica uniti ancora una volta in una colonna sonora che Tom scrive per un film di Jarmush ("Night On Heart"), un lavoro prevalentemente strumentale e abbastanza statico dal punto di vista creativo. La cronaca discografica ci consegna invece un bel salto nel passato con la pubblicazione dei primi demo: "The Early Years" volume 1 e 2, usciti a distanza di qualche mese, fanno solamente capire gli anni luce trascorsi nel percorso artistico di Waits dagli inizi ad allora.
La convinzione di non essere ancora arrivato al punto finale del cammino intrapreso con "Swordfishtrombones" lo riporta ancora una volta in sala di incisione dove, dopo una lunga e tormentata gestazione, nel 1992 diventa padre di una inquietante e angosciante nuova creatura musicale dal titolo "Bone Machine". E’ un lavoro terribile per Tom, come se gli scheletri delle canzoni precedenti venissero di colpo spezzati a colpi di bastone, ricavandone frammenti sonori e ossei frantumati e disposti in modo disperato sul pentagramma, roba da far sembrare orecchiabili i lavori di Captain Beefheart. E’ un’ulteriore spinta verso una musica che inquieta forse Tom stesso, prima di essere maneggiata dal fedele pubblico. E’ però un insieme di melodie che si insinuano sotto la pelle e sviluppano malattie virali difficili da combattere, un viaggio minimalista verso l’inferno. Piaccia o no, "Bone Machine" è una strada logica, un ulteriore invito a continuare a seguire Waits senza farsi troppe domande. Compaiono nuovi preziosi collaboratori, come il chitarrista Joe Gore (creatore di suoni per P.J. Harvey) e il bassista Les Claypool dei Primus, continuano quelle col bassista Larry Taylor e con Keith Richards, prosegue soprattutto la ricerca accanita di nuove modalità di rappresentazione sonora attraverso oggetti inconsueti, terapie d’urto vocali e strumenti fuori dai canoni.
E’ a questo punto che Tom esce di scena, dichiarando apertamente e ripetutamente di non voler avere più niente a che fare con la musica.
Passano molti anni prima di scovare qua e là frammenti sonori e visivi di Tom e della sua vita; sono anni di coerenza, di silenzio e di incertezza. Ogni tanto l’interesse nei suoi confronti viene risvegliato all’improvviso, magari per la partecipazione di Tom a progetti musicali di qualche amico (Ramblin’ Jack Elliott, Chuck E. Weiss) : i fans, gli amici, coloro che lo hanno amato non si rassegnano a questo forzato oblio e come giustamente è stato fatto notare da voci più autorevoli, il vuoto lasciato da Tom Waits non è facilmente rimpiazzabile. Nel 1998 esce per doveri contrattuali "Beautiful Maladies – The Island Years", un estratto della "colonna sonora" di Waits negli anni più creativi e si susseguono le voci che Tom sia nuovamente al lavoro, poi pian piano si scopre qualcosa in più: chi sono i collaboratori (più o meno gli stessi di "Bone Machine"), quale sarà la nuova etichetta (Epitaph), con chi Tom ha scritto e prodotto le sedici canzoni del disco (sempre lei, l’amata Kathleen), si scopre che si intitolerà "Mule Variations" e si cerca di leggere attraverso i già noti titoli dei brani quale potrà essere la direzione intrapresa da questo inatteso e insperato ritorno. Quali siano le "mute varianti" al momento solo a pochi eletti è dato di sapere. Il sedici aprile le scopriremo e le assaporeremo anche noi, popolo dei non eletti, gente comune, persone che appartengono al mondo disincantato delle canzoni di Tom.
A lui dobbiamo molto, così come ci sentiamo vicini alle storie di tutti i suoi personaggi, a chi lotta per la propria dignità quotidiana, per salvarsi dal giudizio altrui con le armi dell’ironia, della compassione e della bizzarria. La stessa compassione la chiediamo per ciò che è stato omesso in questo appassionato lavoro, per limiti di spazio o personali; ciò che non vorremmo mancasse dopo la lettura di queste righe è invece un entusiastico ritorno di interesse o un approccio magari nuovo al mondo e all’arte di questo artista autentico, uno che ha attraversato le nostre vite con indimenticabili momenti di verità, uno che ha spinto la propria là dove è difficile rimanere indenni. Il successo e la fama non abitano la casa di Tom Waits; permettiamo a lui di abitare la nostra.di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 38, gennaio 1999