Se è vero che il Country è pressochè sconosciuto in
Italia, è anche vero che in altri paesi Europei è popolarissimo.
Paesi come la Svizzera e la Francia possono contare su dozzine di importantissimi
Festivals con artisti provenienti da tutto il mondo, alcuni di loro superstars
che in America vendono milioni di albums e che in Italia, ma non in tanti
altri paesi Europei, sono degli illustri sconosciuti.
La scorsa estate ho rinunciato alle mie consuete vacanze a stelle e strisce
per godermi in lungo e in largo il vasto programma dei Festivals Country dell’Europa
del sud: Interlaken e Klewenalp in Svizzera, Mirande, Cagnes sur Mer, Equiblues
e Craponne in Francia.
Craponne è stato l’ultimo in ordine di tempo tra quelli che ho visitato
ed anche quello che più di tutti mi è rimasto nel cuore.
Il Festival di Craponne può contare su un seguito di circa 15000 appassionati
che ogni anno durante l’ultimo weekend di Luglio affollano gli alberghi, i
ristoranti, i campeggi e le strade di questa graziosa cittadina dell’Alta
Loira.
Graziosa ma troppo piccola per ospitare così tanta gente, tant’è
che gli organizzatori paiono intenzionati a spostare il Festival in una cittadina
dalle capacità ricettive più adeguate.
Il successo di pubblico del Festival di Craponne è andato quest’anno
oltre ogni più rosea aspettativa, anche perché non era presente
nessuna grande star di richiamo. A dire la verità gli organizzatori
erano riusciti ad assicurarsi la partecipazione del grande Rodney Crowell
che però poco prima del Festival ha annullato la sua tournèe
in Europa.
Perfetto come sempre l’aspetto logistico della manifestazione affidato ai
coniugi francesi Jocelyne e George Carrier e all’impresario Trisha Walker
che ogni anno provvede a portare da Nashville e dintorni il meglio del Country
in circolazione. La fortuna è stata buona alleata dei francesi che
hanno potuto contare su tre giorni di sole e caldo (pure troppo).
La prima serata si apre con una Band francese, Matis Country Band, che propone
un repertorio decisamente folk con la lead singer ad imitare il più
possibile, e con buoni risultati, la voce di Joan Baez.
E’ poi la volta dello Svizzero Reto Burrell che dà il via ad un programma
di Alt-Country che ci farà compagnia fino alla serata conclusiva.
Lo sconosciuto (almeno per me) Scott McClatchy è il primo Americano
a salire sul palco del Festival e propone anche lui un programma decisamente
Alternativo con gran finale ad ospitare sul palco Lee Roy Parnell e Guy Clark.
Guy Clark che insieme a Verlon Thompson chiude la prima serata con atmosfere
forse un po’lente ma decisamente sofisticate. I brani di Guy Clark sono pietre
miliari della storia della Country Music e sentirle in una versione acustica
in quel di Craponne mi ha dato una grandissima emozione.
![]() |
| Lee Roy Parnell |
![]() |
| Verlon Thompson & Guy Clark |
La serata di Sabato apre come quella del Venerdì con una Band locale,
Zipcode 2025 che spiana la strada ad una delle più interessanti performance
dell’intera rassegna. I protagonisti sono i canadesi South Mountain, una Band
della quale io acquistai un disco oltre 10 anni fa e che poi non ho mai più
sentito nominare tanto da farmi pensare che si fossero sciolti. In quel disco
erano presenti parecchi brani originali scritti dagli stessi South Mountain
mentre invece ora presentano un repertorio prevalentemente di covers, non
nascondendo il loro amore per Vince Gill. Della Band che io ricordavo sono
rimasti il violinista Don Reed e il chitarrista solista Steve Piticco di chiare
origini Italiane (lui dice Friulane anche se il nome pare leggermente più
meridionale). Il loro è uno spettacolo pirotecnico con assoli spaventosi
da parte di Steve e una tecnica micidiale di Don al fiddle. Don in passato
ha vissuto a Los Angeles e in quel periodo ha suonate con leggende del Country
Californiano come Dwight Yoakam, Buck Owens e Jackson Browne.
Ottimo l’inserimento del giovane Kurk Bernard a voce (e che voce) e basso.
Kurk funge anche da front man ed intrattenitore, ruolo che interpreta alla
grande con divertenti break tra un brano e l’altro. A completare questa ottima
Band, Jay Riehl alla batteria e voce, anche lui a suo agio al fianco dei veterani
Steve e Don.
Dopo di loro un’altra Band rivelazione del Festival: il trio Texano ‘The Hot
Club of Cowtown’ che ci fanno rivivere le suggestive atmosfere del western
swing e del rock’a’billy, tutto rigorosamente anni ’50. Anche per loro finale
a sorpresa con ancora Lee Roy ‘prezzemolo’ Parnell sul palco. Lee Roy Parnell
che si esibisce dopo i convincenti Texani e che propone un repertorio e uno
stile decisamente diverso da quello che eravamo soliti ascoltare sui suoi
primi dischi di matrice Country piuttosto commerciale. Ora si dedica quasi
esclusivamente al Blues e difficilmente abbandona sul palco il sound della
slide che lo ha reso celebre tra gli amanti dei suoni più alternativi
e un po’ meno commerciali.
![]() |
| The Hot Club of Cowtown |
Chiusura del Sabato affidata ad una Band Americana di puro honky tonk: The
Domino Kings. Più che musicisti sembrano camionisti o benzinai per
come vestono; dopo tutto è così che si vestono gli avventori
degli honky-tonks negli stati del sud. Il loro è un sound decisamente
tradizionale che fa tornare alla memoria i grandi del passato di questo genere:
Hank Williams, Ray Price, Merle Haggard, Buck Owens e tantissimi altri.
A mio modesto parere la serata di Sabato ha offerto molto di più della
serata precedente sia per la qualità dei gruppi che per la varietà
dei generi proposti.
Putroppo la domenica doveva essere la vetrina per la miglior Bluegrass Band
Italiana, i Red Wine, che però purtroppo devono rinunciare per un improvviso
malanno della bassista Maria Grazia Branca. Verranno sostituiti dal francesi
Bluegrass 44, una delle tante Band di Jean-Marc Delon (no relation) che, non
me ne vogliano, non sono certo al livello dei miei connazionali.
Torniamo un attimo indietro all’apertura della serata affidata alla Californiana
Jenny Kerr che con una voce tra le più belle sentite qui a Craponne
quest’anno, propone un ottimo alternative Country supportata da ottimi musicisti.
Tra questi l’ex New Riders of the Purple Sage ‘Rusty’ Gauthier al fiddle e
mandolino. Jenny mi ha detto che Rusty ha suonato per ben vent’anni con i
New Riders ma la cosa mi lascia perplesso in quanto posseggo 12 dischi della
Band e Rusty non figura in nessuno di questi dischi.
Candace Asher, anche lei Americana, fa da prologo al più entusiasmante
e scatenato show di tutto il Festival. Jack Ingram non fa certo rimpiangere
il pur grande Rodney Crowell. Il suo è uno spettacolo straordinario
fatto di grande musica, ma è la passione che Jack mette in tutti i
suoi brani che vi fa cantare, ballare, urlare e a volte vi commuove. Jack
è uno di quei cantanti che sul palco tira fuori tutto quello che ha
dentro e lascia sempre il palco in un lago di sudore. Non più forse
honky tonk come era nei primi albums ma dal vivo è una forza della
natura. Jack sarà una delle star più applaudite del Festival
e lascierà il palco a coloro che chiuderanno questa indimenticabile
tre giorni di grandi emozioni: gli Hackberry Ramblers.
![]() |
| Jack Ingram Band |
![]() |
| Hackberry Ramblers |
Arrivano dalla Louisiana queste leggende della musica Cajun e non riesci
a non commuoverti vedendo quattro arzilli novantenni che si divertono ancora
come ragazzini. Seppure siano diventati in passato dei miti della musica importata
dai francesi alcuni secoli fa negli States, ora le loro dita non sono più
così veloci sulle chitarre, sui violini e sulle fisarmoniche, ma a
chi importa.
Craponne ci vuole salutare con un tocco di simpatia e un po’ di dolcezza e
mentre le note degli Hackberry Ramblers ci accompagnano al parcheggio, proviamo
un po’ di tristezza per questo lungo weekend che avremmo voluto durasse ancora
a lungo.
Roberto Campovecchi