15° Festival Country Rendez-Vous di Craponne (Francia)
26, 27, 28 Luglio 2002

Se è vero che il Country è pressochè sconosciuto in Italia, è anche vero che in altri paesi Europei è popolarissimo. Paesi come la Svizzera e la Francia possono contare su dozzine di importantissimi Festivals con artisti provenienti da tutto il mondo, alcuni di loro superstars che in America vendono milioni di albums e che in Italia, ma non in tanti altri paesi Europei, sono degli illustri sconosciuti.
La scorsa estate ho rinunciato alle mie consuete vacanze a stelle e strisce per godermi in lungo e in largo il vasto programma dei Festivals Country dell’Europa del sud: Interlaken e Klewenalp in Svizzera, Mirande, Cagnes sur Mer, Equiblues e Craponne in Francia.
Craponne è stato l’ultimo in ordine di tempo tra quelli che ho visitato ed anche quello che più di tutti mi è rimasto nel cuore.
Il Festival di Craponne può contare su un seguito di circa 15000 appassionati che ogni anno durante l’ultimo weekend di Luglio affollano gli alberghi, i ristoranti, i campeggi e le strade di questa graziosa cittadina dell’Alta Loira.

Graziosa ma troppo piccola per ospitare così tanta gente, tant’è che gli organizzatori paiono intenzionati a spostare il Festival in una cittadina dalle capacità ricettive più adeguate.
Il successo di pubblico del Festival di Craponne è andato quest’anno oltre ogni più rosea aspettativa, anche perché non era presente nessuna grande star di richiamo. A dire la verità gli organizzatori erano riusciti ad assicurarsi la partecipazione del grande Rodney Crowell che però poco prima del Festival ha annullato la sua tournèe in Europa.
Perfetto come sempre l’aspetto logistico della manifestazione affidato ai coniugi francesi Jocelyne e George Carrier e all’impresario Trisha Walker che ogni anno provvede a portare da Nashville e dintorni il meglio del Country in circolazione. La fortuna è stata buona alleata dei francesi che hanno potuto contare su tre giorni di sole e caldo (pure troppo).

La prima serata si apre con una Band francese, Matis Country Band, che propone un repertorio decisamente folk con la lead singer ad imitare il più possibile, e con buoni risultati, la voce di Joan Baez.
E’ poi la volta dello Svizzero Reto Burrell che dà il via ad un programma di Alt-Country che ci farà compagnia fino alla serata conclusiva.
Lo sconosciuto (almeno per me) Scott McClatchy è il primo Americano a salire sul palco del Festival e propone anche lui un programma decisamente Alternativo con gran finale ad ospitare sul palco Lee Roy Parnell e Guy Clark. Guy Clark che insieme a Verlon Thompson chiude la prima serata con atmosfere forse un po’lente ma decisamente sofisticate. I brani di Guy Clark sono pietre miliari della storia della Country Music e sentirle in una versione acustica in quel di Craponne mi ha dato una grandissima emozione.

Lee Roy Parnell
 
Verlon Thompson & Guy Clark

La serata di Sabato apre come quella del Venerdì con una Band locale, Zipcode 2025 che spiana la strada ad una delle più interessanti performance dell’intera rassegna. I protagonisti sono i canadesi South Mountain, una Band della quale io acquistai un disco oltre 10 anni fa e che poi non ho mai più sentito nominare tanto da farmi pensare che si fossero sciolti. In quel disco erano presenti parecchi brani originali scritti dagli stessi South Mountain mentre invece ora presentano un repertorio prevalentemente di covers, non nascondendo il loro amore per Vince Gill. Della Band che io ricordavo sono rimasti il violinista Don Reed e il chitarrista solista Steve Piticco di chiare origini Italiane (lui dice Friulane anche se il nome pare leggermente più meridionale). Il loro è uno spettacolo pirotecnico con assoli spaventosi da parte di Steve e una tecnica micidiale di Don al fiddle. Don in passato ha vissuto a Los Angeles e in quel periodo ha suonate con leggende del Country Californiano come Dwight Yoakam, Buck Owens e Jackson Browne.
Ottimo l’inserimento del giovane Kurk Bernard a voce (e che voce) e basso. Kurk funge anche da front man ed intrattenitore, ruolo che interpreta alla grande con divertenti break tra un brano e l’altro. A completare questa ottima Band, Jay Riehl alla batteria e voce, anche lui a suo agio al fianco dei veterani Steve e Don.

Dopo di loro un’altra Band rivelazione del Festival: il trio Texano ‘The Hot Club of Cowtown’ che ci fanno rivivere le suggestive atmosfere del western swing e del rock’a’billy, tutto rigorosamente anni ’50. Anche per loro finale a sorpresa con ancora Lee Roy ‘prezzemolo’ Parnell sul palco. Lee Roy Parnell che si esibisce dopo i convincenti Texani e che propone un repertorio e uno stile decisamente diverso da quello che eravamo soliti ascoltare sui suoi primi dischi di matrice Country piuttosto commerciale. Ora si dedica quasi esclusivamente al Blues e difficilmente abbandona sul palco il sound della slide che lo ha reso celebre tra gli amanti dei suoni più alternativi e un po’ meno commerciali.

The Hot Club of Cowtown

Chiusura del Sabato affidata ad una Band Americana di puro honky tonk: The Domino Kings. Più che musicisti sembrano camionisti o benzinai per come vestono; dopo tutto è così che si vestono gli avventori degli honky-tonks negli stati del sud. Il loro è un sound decisamente tradizionale che fa tornare alla memoria i grandi del passato di questo genere: Hank Williams, Ray Price, Merle Haggard, Buck Owens e tantissimi altri.

A mio modesto parere la serata di Sabato ha offerto molto di più della serata precedente sia per la qualità dei gruppi che per la varietà dei generi proposti.
Putroppo la domenica doveva essere la vetrina per la miglior Bluegrass Band Italiana, i Red Wine, che però purtroppo devono rinunciare per un improvviso malanno della bassista Maria Grazia Branca. Verranno sostituiti dal francesi Bluegrass 44, una delle tante Band di Jean-Marc Delon (no relation) che, non me ne vogliano, non sono certo al livello dei miei connazionali.

Torniamo un attimo indietro all’apertura della serata affidata alla Californiana Jenny Kerr che con una voce tra le più belle sentite qui a Craponne quest’anno, propone un ottimo alternative Country supportata da ottimi musicisti. Tra questi l’ex New Riders of the Purple Sage ‘Rusty’ Gauthier al fiddle e mandolino. Jenny mi ha detto che Rusty ha suonato per ben vent’anni con i New Riders ma la cosa mi lascia perplesso in quanto posseggo 12 dischi della Band e Rusty non figura in nessuno di questi dischi.

Candace Asher, anche lei Americana, fa da prologo al più entusiasmante e scatenato show di tutto il Festival. Jack Ingram non fa certo rimpiangere il pur grande Rodney Crowell. Il suo è uno spettacolo straordinario fatto di grande musica, ma è la passione che Jack mette in tutti i suoi brani che vi fa cantare, ballare, urlare e a volte vi commuove. Jack è uno di quei cantanti che sul palco tira fuori tutto quello che ha dentro e lascia sempre il palco in un lago di sudore. Non più forse honky tonk come era nei primi albums ma dal vivo è una forza della natura. Jack sarà una delle star più applaudite del Festival e lascierà il palco a coloro che chiuderanno questa indimenticabile tre giorni di grandi emozioni: gli Hackberry Ramblers.

Jack Ingram Band
 
Hackberry Ramblers

Arrivano dalla Louisiana queste leggende della musica Cajun e non riesci a non commuoverti vedendo quattro arzilli novantenni che si divertono ancora come ragazzini. Seppure siano diventati in passato dei miti della musica importata dai francesi alcuni secoli fa negli States, ora le loro dita non sono più così veloci sulle chitarre, sui violini e sulle fisarmoniche, ma a chi importa.

Craponne ci vuole salutare con un tocco di simpatia e un po’ di dolcezza e mentre le note degli Hackberry Ramblers ci accompagnano al parcheggio, proviamo un po’ di tristezza per questo lungo weekend che avremmo voluto durasse ancora a lungo.

 


Roberto Campovecchi


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