Da anni ormai il Festival più prestigioso di Francia e uno dei più interessanti d'Europa, l'appuntamento
di Craponne si distingue dagli altri Festivals anche per la tendenza ad
esplorare mondi musicali che stanno ai margini del dorato universo Country
di Nashville ed altri mondi ancor più lontani da Music City.
Anche quest'anno il programma
offriva diverse formazioni emergenti considerate Alternative Country o
Alternative Rock (il risultato non cambia).
Il programma del Venerdì apre
con una Band cara agli appassionati di Rock-a-Billy Europei e agli amanti
del Country e del Bluegrass di mezzo
secolo fa. La Band degli Hillbilly
Boogiemen, provenienti dall'Olanda, si presenta a Craponne con
due spettacoli apparentemente molto diversi uno dall'altro. Nel primo,
quello di Venerdì,
salgono sul palco sotto lo pseudonimo di Bluegrass Boogiemen e vestiti
elegantissimi come le vecchie Bluegrass Bands del passato. I ragazzi sono
molto migliorati tecnicamente da quando li avevo visti suonare l'ultima
volta dal vivo e
sono ottimi intrattenitori. Il repertorio, prevalentemente
Bluegrass, non esclude però qualche divagazione nell'Hillbilly.
Dopo
di loro, uno sconosciuto (per me) Lee Dinwoodie, che mi convince solo per
i primi due pezzi e poi,
per il resto, mi lascia piuttosto insoddisfatto. Per lo show dei Boogiemen
non c'era ancora tanta gente e Dinwoodie non ha fatto faville, così mi
aspettavo che fosse il promettente (per qualcuno) Jason Boland a dare la
svolta.
Avevo ascoltato un suo disco tempo fa e non mi era dispiaciuto
ma ascoltarlo dal vivo è stata una cocente delusione. Canzoni poco
interessanti e sound troppo aggressivo che rasenta a volte l'hard rock,
voce non eccezionale
e atteggiamenti da star capricciosa e cattiva che nemmeno Mick Jagger si
potrebbe permettere. Commette anche il grosso errore di invitare sul palco
per un pezzo Kevin Fowler che con la sua classe gli ruba decisamente la
scena.
La svolta arriva invece
con Wayne Hancock: e che svolta!! Con il suo Juke
Joint Swing fa letteralmente impazzire le migliaia di spettatori presenti a Craponne.
Il suo è un genere che non avete ascoltato da nessun'altro prima
di lui. Certo, troverete tracce di Rock-a-Billy, di Swing, di Country ma
come fonde
insieme questi ed altri generi non lo riesce a fare nessun'altro al mondo.
Sale sul palco in punta di piedi con l'umiltà di un ragazzino agli
esordi, senza atteggiamenti da star, vestito molto casual con le sue scarpette
all star e una Band essenziale di tre elementi: chitarra, basso e pedal.
Eric, il bassista, non ti fa nemmeno accorgere che manca la batteria. Già dalle
prime note ti assale un'emozione che solo i nonni Americani potevano provare
ascoltando il Grand Ole Opry alla radio cinquant'anni fa. Appena Wayne
inizia a cantare, ti colpisce la somiglianza della sua voce con quella
di Hank Williams ed è proprio
ad Hank Williams che Wayne si è sempre ispirato per la sua musica,
per la voce, per i testi, per la strumentazione e mi pare che canti anche
con
la mascella leggermente spostata su un lato come faceva, appunto, Hank
Williams.
Il suo show non ha alti
e bassi, ma soli alti e il repertorio, salvo qualche rara cover di Hank
Williams e pochi altri, è tutto tratto dai suoi albums e sono quasi
tutti brani scritti dallo stesso Wayne.
Lo show pare finire troppo
presto e quando salgono sul palco i Cross Canadian Ragweed, rimpiango ancor
di più lo show di Wayne. I CCR innanzitutto va detto
che non sono una Country Band ma suonano del Rock piuttosto aggressivo
e duro che talvolta eccede nell'Hard Rock. Questo va detto perché stiamo
parlando di un Festival di musica Country e forse qualcuno, che non li
conosceva, può essere rimasto perplesso. Se il Rock dei CCR può non
essere molto appetibile ai puristi della musica Country va però detto
che i ragazzi non suonano male, sono ben affiatati e Cody, il cantante, è anche
un discreto chitarrista e si fa carico della parte di chitarrista solista.
La seconda giornata del Festival è di livello straordinario, di
gran lunga più interessante del
giorno precedente anche se la partenza è un po' modesta.
Da apripista
vengono scelti gli Svizzeri Honky Tonk Farmers che, seppur non impressionando
per quanto
riguarda il repertorio tutto costruito intorno alla line dance con brani
tutti troppo conosciuti e commerciali, si dimostrano discreti musicisti
e ottimi intrattenitori regalandoci uno spettacolo sicuramente apprezzabile.
La fama che accompagnava a Craponne Randy Rogers mi faceva temere di assistere
ad un altro concerto
sulla falsariga di quelli di Jason Boland e Cross Canadian Ragweed e invece
Randy e la sua Band si dimostrano un tantino più interessanti dei
due gruppi che li hanno preceduti la sera prima. Buona la voce e sound
apprezzabile
anche se gran parte delle canzoni sembrano tutte uguali dal punto di vista
della melodia e del ritmo.
Dopo di loro Kevin Fowler che dimostra di avere una marcia
in più dei suoi giovani connazionali
sbarcati quest'anno in Francia. Il suo è uno spettacolo genuino,
fatto soprattutto di tradizione e di suoni onesti, quei suoni che oggigiorno
difficilmente
ascolti alle radio Americane di Country Music. Il suo è puro e semplice
Honky Tonk e Kevin sa tenere molto bene il palco regalandoci un ottimo
spettacolo per gli occhi e per le orecchie. La sua fama è giunta
fino agli uffici della sofisticata Music Row dove un commercialissimo,
ormai, Sammy
Kershaw ha deciso di incidere un brano scritto da Kevin, "Beer, Bait & Ammo"
che naturalmente sarà il pezzo forte dello show di Kevin a Craponne.
Dopo Kevin sale sul palco la più grande star del Festival di quest'anno,
Marty Stuart, che con la sua classe ci regala uno spettacolo
favoloso. Inizia lo show con alcuni
dei suoi brani più rocckeggianti imbracciando la sua fedelissima
e vecchissima chitarra elettrica. Brani come "Back To The Country" e "Hillbilly
Rock"
sono per Marty come assi per un giocatore di poker e quando Marty
cala i suoi
assi è una continua ovazione. Pochi dei presenti sanno
però che Marty ha iniziato a suonare giovanissimo partendo dalla
musica Bluegrass suonando chitarra e mandolino con Lester Flatt per poi
approdare
alla corte di Johnny Cash. Infatti è proprio quando Marty decide
di suonare l'acustica che ci si rende conto del suo incredibile tocco e
del gusto
col quale suona ogni strumento.
La struggente "Long Black Veil" è un
capolavoro suonata da lui. L'organizzazione del Festival
ha voluto ricordare lo scomparso Johnny Cash chiedendo agli artisti presenti
quest'anno al Festival di proporre qualcosa dal catalogo dell'uomo in nero.
Non poteva certo esimersi dal farlo Marty Stuart, l'artista, tra tutti
quelli presenti, che è stato più vicino al grande Johnny.
Il suo tributo è da
spellarsi le mani per applaudirlo e forse qua e là è pure
scesa una lacrimuccia.
Per i seguaci di Marty coi capelli grigi ecco alcuni
brani col mandolino e poi per i palati più fini
anche un po' di Gospel a cappella, grazie anche all'aiuto dello straordinario
batterista Harry Stinson che canterà da solista. La Band, denominata
Fabulous Superlatives, è veramente superlativa con un leggendario
Kenny Vaughn alla chitarra.
Dopo uno spettacolo così favoloso è difficile
salire sul palco per chiudere la serata ma gli Hillbilly Boogiemen non
deludono. Vestiti in modo più….Hillbilly per il loro secondo show,
ci propongono però anche tanto Bluegrass. Poco male perché sono
bravi e divertenti allo stesso modo quando suonano entrambi i generi. Splendido
il loro medley
tributo a Johnny Cash, forse il meglio riuscito di tutto il Festival, ma
la chicca del loro spettacolo è quando sul palco sale un divertente
e divertito Wayne Hancock per cantare due pezzi di Hank Williams accompagnato
dai Boogiemen. La seconda serata si chiude
purtroppo troppo presto, tanto è stata interessante.
Il livello
tecnico e spettacolare del Festival è salito progressivamente col
susseguirsi delle Band e andiamo a letto pronti per il gran finale di Domenica.
L'inizio dei concerti è previsto
per le 15 e col caldo che fa a quell'ora è difficile aspettarsi
tanta gente. Saggia decisione quindi quella di far aprire la giornata ad
una Band locale
che molti avranno modo di rivedere altrove un sacco di volte. Il programma
prevedeva la Band dei Groundspeed, per metà Tedeschi e per metà New
Zelandesi ma il loro forfait ha promosso sul campo i Francesi della Red
Barn String
Band che dovevano suonare nel vecchio centro del paese per il Festival
off. I ragazzi ce la mettono
tutta ma sicuramente non lasciano il segno. La Band non è male ma
forse il repertorio è troppo poco interessante con troppi classici
del Bluegrass che troppe altre Band propongono. E poi il confronto con
i loro colleghi
che li seguiranno sul palco è scoraggiante.
Dopo di loro infatti
salgono sul palco i Reckless Kelly che propongono un sound decisamente
più coinvolgente
dei Red Barn. Cantano e suonano bene
anche se per loro vale lo stesso discorso già fatto per CCR e Randy
Rogers. Anche i Reckless Kelly propongono quel minestrone di suoni tra
Country
(poco) e Rock (molto) nel quale le canzoni sembrano tutte molto simili
ai non fanatici del genere.
Pochi anni fa sembrava
che Nashville avesse scoperto la nuova star del Counry tradizionale, una
sorta di Loretta Lynn o Tammy Wynette dei tempi moderni. La speranza rispondeva
al nome di Jill King e il suo album d'esordio fece quasi gridare al miracolo
tanto affascinante era la sua voce e tante belle erano le canzoni, molto
tradizionali e in gran parte originali. Mi aspettavo tanto da lei
ma purtroppo sono rimasto un po' deluso. Non fraintendetemi, la sua voce è straordinaria
e il sound emozionante ma, forse la paura che le sue canzoni, a molti sconosciute,
non fossero apprezzate, ha suggerito a Jill di presentare un repertorio
di covers. Come canta le covers lei
lo sanno fare in pochi ma avrei molto gradito ascoltare i suoi pezzi.
Se
Marty Stuart era la star più conosciuta per via del suo successo
commerciale, Billy Joe Shaver è una
leggenda al pari dei Johnny Cash e dei Waylon Jennings. Il suo catalogo è il
più saccheggiato
del circuito Country e centinaia sono gli artisti affermati che si sono
affidati ai suoi pezzi per lanciare la loro carriera. Malgrado la non più tenera
età, Billy Joe sa intrattenere il pubblico tanto quanto i suoi giovani
colleghi e grazie al suo talento di autore sa regalare tantissime emozioni
ai presenti che sospirano, ballano, ridono e piangono ascoltando i suoi
pezzi, alcuni dei quali veramente emozionanti. Billy Joe rompe subito
gli indugi partendo con il brano più conosciuto del suo repertorio,
"Georgia On A Fast Train".
Billy Joe è da sempre uno degli
artisti più apprezzati
del mondo Country perché ha sempre scritto delle sue esperienze
e mettendo sempre a nudo le sue emozioni non nascondendosi neppure quando
a capodanno
di qualche anno fa perse il suo ragazzo, anche lui un artista affermatissimo
e il dolore non gli impedì di esibirsi la sera stessa pur distrutto
dal dolore. Billy ti affascina solo a guardarlo con quella faccia di cowboy
vissuto con tutte quelle rughe e i capelli lunghi bianchi, una figura molto
carismatica che avrebbe successo anche solo come comparsa nei film western.
Billy Joe non ha certo
bisogno di espedienti spettacolari, basta che canti ed è già un
successo. Eppure non perde occasione per divertirci e divertirsi scherzando
anche
spesso sul suo handicap fisico (gli mancano diverse falangi nella mano
destra).
Quando lascia il palco,
Billy Joe cede il testimone ad un'altra leggenda, colui che dovrà chiudere
il Festival di quest'anno: Ponty Bone. Il vecchio leone della musica cajun
arriva accompagnato dai Chicken Mambo, la Band più rappresentativa
in Italia per quanto riguarda questo genere musicale. Se rimango molto
ben impressionato
dalla Band, non rimango però colpito da Ponty Bone. Tanti pezzi
da lui proposti a Craponne sono sullo stesso ritmo e lo spettacolo scorre
via senza scossoni
e, sinceramente, ascoltare ancora una volta Jambalaya, è stato troppo.
E' un peccato perché la
classe dei Chicken Mambo sarebbe esplosa se Ponty ci avesse regalato qualche
cambio di ritmo. Si spengono le luci su
un'altra grande edizione del Festival che ha portato a Craponne quest'anno
oltre 15000 persone confermandosi ancora una volta la più bella
realtà del
Country live made in France. A la prochain!
Roberto Campovecchi

Wayne Hancock

Marty Stuart

Billy Joe Shaver