Ancora una volta, vista la mancanza di grossi festival Country qui da noi,
maciniamo centinaia di chilometri per recarci all'appuntamento Country
per eccellenza in Francia.
Malgrado il freddo e la pioggia che caratterizzano le prime ore della prima
serata il pubblico è già abbastanza numeroso per il primo spettacolo
in programma alle ore 20, quello dei Francesi Phenix.
Tutti sanno che ogni serata è la band meno dotata ad aprire le danze,
solitamente una band Europea, quindi immagino la tensione di questi ragazzi
prima di salire sul prestigioso palco di Craponne.
Invece i ragazzi paiono a loro agio di fronte alle centinaia di spettatori
Francesi, sempre molto generosi con tutti, che già si sono accalcati
sotto il palco. L'entusiasmo del pubblico e l'apparente disinvoltura dei Phenix contribuiscono
ad assolvere i ragazzi per le non eccelse doti tecniche e per qualche errore.
Non che siano terribili tecnicamente ma
gli Americani sono un'altra
cosa.
Il repertorio non mi piace per niente con troppi brani originali da loro stessi
partoriti e non mi piacciono nemmeno gli eccessi coreografici come ad esempio
quando il chitarrista e la violinista si gettano in ginocchio per eseguire
un assolo non impossibile. Per fortuna ci risparmiano la mascherata della quale avevo molta paura dopo
averli visti nella foto del cd dipinti coi colori di guerra indiani e con le
piume in testa.
Dopo di loro inizia la parata a stelle e strisce con il primo gruppo Americano
e con la prima piccola delusione: i Texas Swing Kings. Di loro salverei solamente il cantante, tutto il resto mi ha deluso.
Il repertorio, come mi aspettavo, è accattivante ma l'esecuzione
dei brani è priva di grinta e di sentimento, forse mancano di quell'animale
da palco che ti sbatte un grande assolo qui e là. Forse anche il sound, non ancora perfezionato, costringe i ragazzi a qualche
indecisione.
I brani che suonano sono tutti brani che amo ma non vado matto per i gruppi
Americani che vivono di covers (ad eccezione degli Asleep at the Wheel). Sul mio giudizio non propriamente positivo, incide anche un concerto che ho
visto di recente e durante il quale ho ascoltato molti dei pezzi proposti dagli
Swing Kings. Beh, ascoltarli dai Time Jumpers è un'altra cosa.
E' ora la volta di una giovane Band ormai da troppo tempo considerata
promettente, i Forty5 South. Il loro sound è fresco,
una sorta di New Country, ma quello delle origini, più vicino al Country-Rock
che lo ha praticamente generato che non al Country-Pop che affonda le sue radici
proprio nel New Country. Come avevo già scritto in una recensione del loro ultimo disco, ammiro
molto la loro creatività che li porta a scrivere tutti i brani tranne
uno di questo cd, ma trovo il ritmo sempre uguale e mi riesce difficile, al
termine del concerto, ricordarmi un brano piuttosto di un altro.
Come spesso accade a gruppi Americani ancora sconosciuti in Europa, anche loro
presentano un set imbottito di classici quali "Keep Your Hands To Yourself",
"Sweet Home Alabama", "Whiskey River", "Family Tradition"
e "You
Never Even Called Me By My Name". Troppe per un set di sessanta minuti
ma anche loro, come tanti emergenti Americani, temono che i loro brani originali
a molti sconosciuti, in Europa fatichino ad imporsi.
A Craponne ce n'è per tutti i gusti e finalmente ecco la prima
Band Bluegrass e il primo vero colpo al cuore. Ammetto di non aver mai ascoltato
prima la loro musica, ma avevo letto su di loro un articolo su una rivista
Bluegrass Americana che mi faceva temere il
peggio. Dalle righe di quell'articolo pareva che il trio proponesse una
sorta di folk-rock suonato alla velocità del Bluegrass. Invece i Greencards (formazione
a quattro per il tour Europeo) mi faranno provare quelle emozioni e quelle
sensazioni che dai tempi dei Newgrass Revival avrò provato
al massimo un paio di volte, prima con i Nickel Creek e da poco con i Cherryholmes. Mi riferisco naturalmente alla ristretta sfera della musica Bluegrass, perché è questo
che i Greencards ci fanno ascoltare, Bluegrass straordinario tendente al Newgrass
leggendario primi anni settanta dei Newgrass Revival e a quello più recente
dei primi Nickel Creek.
A parte poche sbandate verso il folk e ancor meno verso il troppo alternativo
suono degli ultimi Nickel Creek, lo show si mantiene sui binari di un accettabile
Bluegrass tradizionale con inevitabile tributo a papà Bill Monroe. I Greencards risulteranno essere una piacevolissima sorpresa per chi ancora
non li conosceva benissimo e senza ombra di dubbio la miglior performance della
prima serata.
Il Festival chiude i battenti per questa prima serata con Cory Morrow che
conferma le poche aspettative che avevo nei suoi confronti: voce accettabile
ma non
significativa, pezzi tutti troppo uguali ad eccezione delle covers e atteggiamenti
troppo da star per la sua modesta statura artistica. La formazione e il sound,
ad eccezione di qualche azzeccato break di violino, è troppo
rock per affascinare un qualsiasi amante della musica Country. Ammirevole comunque
il suo piccolo tributo alla tradizione con un accenno alla celeberrima "You
Are My Sunshine". Troppo poco! Lo show termina tardi e fa pure freddo e solo poco decine di irriducibili rimangono
fino alla fine.
La seconda serata inizia, come previsto dal cartellone, con i Mariotti
Brothers,
una Band Francese che lascerà sbalorditi tanto sono bravi. Da una Band Europea generalmente ti aspetti una sfilza di inflazionatissime
covers suonate così così e l'inizio fa temere proprio questo
con una cover che più inflazionata di così non si può: "Ghost
Riders In The Sky". Poche note e ti accorgi però che i ragazzi
ci sanno fare proponendo una versione coi fiocchi del celebre brano.
I fratelli Mariotti, uno all'elettrica e uno all'acustica e al violino,
sono ottimi musicisti ma soprattutto bravissimi cantanti. Il resto della numerosa
Band è all'altezza dei due boss e il repertorio niente male con
brani originali della Band e pochissime covers. Coinvolgenti i duetti velocissimi dei due fratelli con chitarra elettrica e
violino.
Lo show è decisamente oltre le aspettative e il finale bellissimo con "Suspicious
Mind" e "All Shook Up" cantate magistralmente.
L'organizzatore
del festival, Georges Carrier, dichiara che da quando è a
capo dell'organizzazione del festival non si era mai scomodato per presentare
di persona nessun artista e ha deciso di farlo per la prima volta quest'anno
per presentare James "Slim" Hand. Le parole di Carrier trasudano
di gioia mista a commozione quando, scomodando i fantasmi di Johnny Cash e
Hank Williams, introduce sul palco il signor Hand. Noto subito che James ha
la faccia da Country, si veste da cantante Country e, per la miseria, canta
e suona musica Country. Voce stagionata, abiti vintage, line-up essenziale e suoni doc per uno spettacolo
coi fiocchi, una passeggiata nel passato con tantissimi brani di leggende del
Country ma anche tantissimi brani originali, tutti bellissimi, a dimostrazione
della classe immensa di James.
Un pensiero a Johnny Cash con le covers di "Blue Train" e "I
Still Miss Someone" e ad altri grandi del passato, ma è la musica
di Hank Williams che James ama più di ogni altra cosa al mondo e non
ha paura di rivelarcelo con omaggi alla sua memoria in un vero e proprio Greatest
Hits dal vivo: "Lone Gone Lonesome Blues", "Honky Tonk Blues", "Lovesick
Blues", "Jambalaya" e ancora "Lone Gone Lonesome Blues" a
chiudere uno spettacolo suggestivo e commovente che resterà per molti
anni nelle menti e nei cuori di chi ha avuto la fortuna di assistervi.
La parte centrale del sabato sera tocca a Zona Jones, l'artista
che meno mi ha impressionato di tutta la serata ma non per colpa sua. La fortuna
o la
sfortuna ha voluto inserirlo in una serata ad alto contenuto artistico e inevitabilmente
il ragazzo ne ha pagato le conseguenze. Non male il suo spettacolo con un
Country abbastanza tradizionale ma povero di cambi di ritmo, un po' alla George
Strait, una voce più che
dignitosa e un'ottima presenza scenica. Il pubblico pare gradire parecchio
le sue scorribande giù dal palco passeggiando e cantando tra i presenti. Poche ma ottime le covers selezionate per affiancare gli originali, da "Swingin'" di
John Anderson a "Good Hearted Woman" della coppia Nelson-Jennings
e da "Redneck Girl" dei Bellamy Brothers all'immortale "You
Never Even Called Me By My Name".
Il penultimo show di ognuna delle serate dei festival di Craponne è sempre
riservata all'artista più di richiamo della serata stessa e l'artista
presente alla serata Honky Tonk di quest'anno è uno degli artisti
più importanti che siano mai venuti a Craponne in quasi vent'anni:
Mark Chesnutt. Il Texano pare un tantino demotivato rispetto
al concerto che ho visto di lui a Gstaad alcuni anni fa. Al concerto Elvetico
gridava e incitava la folla mentre qui a Craponne è rimasto
un po' sulle sue ed è salito sul palco quasi in punta di piedi. Il suo è stato un concerto composto e senza eccessi ma la sua voce è una
delle più Country al mondo e il suo catalogo è da pelle d'oca.
Nel breve spazio di un'ora o poco più ci regala tutti i suoi più grandi
successi tralasciando con mio grande disappunto la celebre "Woman, Sensuous
Woman", il mio brano preferito tra le sue innumerevoli hits. Anche lui
come chi lo ha preceduto paga il suo tributo ai grandi artisti della storia
del Country che lo hanno ispirato e ci delizia con una piccola serie di covers
da favola come "Are You Sure Hank Done It This Way" e "Good
Hearted Woman" e ancora brani non leggendari ma bellissimi come "Beer
Bait & Ammo" di Kevin Fowler o "Dreaming My Dreams With You" della
quale ricordo una bellissima versione di Collin Raye.
La chiusura della serata è affidata all'artista dal quale mi aspettavo
più di chiunque altro quest'anno a Craponne, Moot Davis,
che con l'aiuto non indifferente del leggendario chitarrista Pete Anderson
(vent'anni
alla corte di Dwight Yoakam. O era Dwight alla corte di Pete Anderson?) non
ha certamente tradito le aspettative. E' stato un tuffo nel passato, il suo
look, il suo atteggiamento ma soprattutto la sua straordinaria musica, non
lasciano ombra di dubbio: Moot Davis è Hank
Williams resuscitato dopo mezzo secolo e si ripresenta a noi con nuovissimo
materiale. Moot Davis con la sua impareggiabile classe ricrea le atmosfere
che fecero sognare gli Americani degli anni cinquanta quando Hank Williams
rivoluzionò l'intero
universo musicale. Moot ha ricreato le magiche sensazioni di allora con brani
che, come mezzo secolo fa, parlano di notti d'estate, cuori spezzati, pickup
trucks, whiskey
e honkytonk di frontiera. Moot è nato nel New Jersey anche se non vi sembra vero quando canta
lo yodel.
Qualcuno definisce questo stile Honky-Tonk, ma credo che le affinità tra
l'Honky-Tonk e la musica di Moot Davis stiano soprattutto nei soggetti
dei testi mentre invece il suo modo di cantare si avvicina molto al Country-Blues
degli anni quaranta e cinquanta, quando questo stile era forse l'unico
che metteva d'accordo bianchi e neri in un momento della storia piuttosto
duro per i rapporti interrazziali.
Moot ci propone un generoso assaggio del suo unico album ed è costretto
a colmare il tempo a sua disposizione con grandissime covers quali "Three
Days" di Willie Nelson e Faron Young, "Big River" di Johnny
Cash, "I'm The Only Hell (Mama Ever Raised)" di Johnny Paycheck
e la geniale fusione a fine serata di "Pretty Woman" con "Why
Baby Why". Un sentito ringraziamento agli organizzatori per averci presentato
il "figlio
illegittimo" di Hank Williams. Ho partecipato a diverse edizioni del
festival di Craponne e credo che nessuno mi abbia mai dato le emozioni che è riuscito
a darmi quest'anno Moot Davis.
Tutte le cose, anche le più belle, finiscono e così salutiamo
anche Moot Davis e andiamo a dormire in attesa del gran finale che non sarà comunque
grande come la serata appena conclusa.
L'apertura pomeridiana della domenica è affidata ai Nugget,
Bluegrass Band che arriva in parte dalla Repubblica Ceca e in parte dall'Austria
e che per
dieci anni consecutivi ha vinto il premio quale miglior Band Bluegrass e Old
Time d'Europa. Non so che valore attribuire a questo premio perché non
ho idea di chi lo ha istituito ma dubito sulla professionalità della
giuria perché i Red Wine sono decisamente di un altro pianeta rispetto
ai Nugget. Questo non toglie nulla però agli Austro-Cechi (si potrà chiamarli
così?) che non sono affatto male. Purtroppo nel Bluegrass piuttosto
che nel Country è molto più evidente
il divario tecnico tra Americani ed Europei e se ascoltate assiduamente Band
Bluegrass Americane forse non vi faranno impazzire i Nugget. Io li trovo decisamente
interessanti, certamente tra le migliori Bluegrass Band Europee.
Il secondo set della domenica si rivelerà la più grossa delusione
di tutta la tregiorni: la Britannica Rachael Warwick. Dotata di una discreta voce delude per il repertorio sicuramente pop. La sua
presenza ad un festival Country resta tuttora un mistero. Rachael si propone
come interprete ma non solo in quanto autrice di gran parte delle canzoni dei
suoi dischi. Poi via libera alle cover: la troppo pop "Love Somebody" di
Keith Urban, la troppo inflazionata "Knockin' On Heaven's Door" di
Bob Dylan e finalmente una cover di tutto rispetto come "Jolene" di
Dolly Parton che però viene eseguita in una versione terribile.
Per fortuna arriva John Arthur Martinez a risollevare le sorti
del festival. Texano ma di chiare origini messicane, JAM, come ama firmarsi,
ci regala un fantastico show di Country purissimo, Western music e un tantino
di conjunto. Il suo sorriso è contagioso e si nota che lui sul palco
si diverte un sacco. Si diverte pure il gigantesco bassista Bibi, che però trovo
un po' troppo violento sulle corde del suo contrabbasso. Il repertorio di
JAM è favoloso, un autore straordinario e un intrattenitore
eccellente. Da ovazione il suo ballo scatenato sulle note della sua più celebre
canzone, "The Armadillo Song".
Da segnalare la presenza nella Band del batterista Stefano Bertolotti, con
passaporto Italiano ma ormai Texano d'adozione. Ricordiamo i suoi tour
con star texane quali Mike Blakely, Ponty Bone e Tish Hinojosa. Il suo contributo è di tutto rispetto e trovo straordinario il suo apporto
nel brano "Seguro Que Hell Yes".
La star della serata dovrebbe essere Jon Randall ma alla fine
lascerà un
tantino delusi. La tecnica chitarristica di Jon è indiscutibile e la voce è troppo
uguale a quella di Vince Gill per non essere apprezzata, ma la scelta di farsi
affiancare da un altro chitarrista straordinario come lui, Pat Bergeson, non
la trovo geniale. Infatti per ogni pezzo ognuno dei due chitarristi deve proporsi
in un assolo allungando notevolmente la durata di ogni pezzo.
E' un piacere comunque poter ascoltare, oltre alla bella voce di Jon,
anche quella della sua nuova fiamma, Jesse Alexander.
Chiusura della serata
e del festival affidata ad una autentica honky tonk band: i Troubadillos,
che non sono altro che la Band di JAM con qualche piccola variazione: JAM
sostituisce Stefano Bertolotti
alla batteria mentre la voce solista diventa
Bibi. Alla Band si aggiunge poi il violinista dei Texas Swing Kings.
La band suona come se stessero facendo una jam session in un qualsiasi honky
tonk del Texas e infatti non hanno un proprio repertorio ma si limitano a
proporci le più celebri canzoni delle leggende dell'honky tonk, da
Merle Haggard a Willie Nelson, da Hank Williams a Waylon Jennings.
L'allegria sul palco è palpabile e coinvolge la folla che pare
non averne mai abbastanza. Allora i ragazzi invitano sul palco Stefano che
si sistema alla batteria e JAM si divide il compito di cantante con Bibi
per una suonata con gli amici fino a tarda notte.
E' stato un festival con alti e bassi come è normale che sia ma
ce ne andiamo ancora una volta soddisfatti di quello che abbiamo visto e
che abbiamo sentito.
Roberto Campovecchi

Greencards

James Hand

John Arthur Martinez