Festival Country Rendez-Vous di Craponne 2006
Craponne, Francia - 28, 29, 30 Luglio 2006

Ancora una volta, vista la mancanza di grossi festival Country qui da noi, maciniamo centinaia di chilometri per recarci all'appuntamento Country per eccellenza in Francia.
Malgrado il freddo e la pioggia che caratterizzano le prime ore della prima serata il pubblico è già abbastanza numeroso per il primo spettacolo in programma alle ore 20, quello dei Francesi Phenix.

Tutti sanno che ogni serata è la band meno dotata ad aprire le danze, solitamente una band Europea, quindi immagino la tensione di questi ragazzi prima di salire sul prestigioso palco di Craponne. Invece i ragazzi paiono a loro agio di fronte alle centinaia di spettatori Francesi, sempre molto generosi con tutti, che già si sono accalcati sotto il palco. L'entusiasmo del pubblico e l'apparente disinvoltura dei Phenix contribuiscono ad assolvere i ragazzi per le non eccelse doti tecniche e per qualche errore.
Non che siano terribili tecnicamente ma…gli Americani sono un'altra cosa.
Il repertorio non mi piace per niente con troppi brani originali da loro stessi partoriti e non mi piacciono nemmeno gli eccessi coreografici come ad esempio quando il chitarrista e la violinista si gettano in ginocchio per eseguire un assolo non impossibile. Per fortuna ci risparmiano la mascherata della quale avevo molta paura dopo averli visti nella foto del cd dipinti coi colori di guerra indiani e con le piume in testa.

Dopo di loro inizia la parata a stelle e strisce con il primo gruppo Americano e con la prima piccola delusione: i Texas Swing Kings. Di loro salverei solamente il cantante, tutto il resto mi ha deluso.
Il repertorio, come mi aspettavo, è accattivante ma l'esecuzione dei brani è priva di grinta e di sentimento, forse mancano di quell'animale da palco che ti sbatte un grande assolo qui e là. Forse anche il sound, non ancora perfezionato, costringe i ragazzi a qualche indecisione.
I brani che suonano sono tutti brani che amo ma non vado matto per i gruppi Americani che vivono di covers (ad eccezione degli Asleep at the Wheel). Sul mio giudizio non propriamente positivo, incide anche un concerto che ho visto di recente e durante il quale ho ascoltato molti dei pezzi proposti dagli Swing Kings. Beh, ascoltarli dai Time Jumpers è un'altra cosa.

E' ora la volta di una giovane Band ormai da troppo tempo considerata promettente, i Forty5 South. Il loro sound è fresco, una sorta di New Country, ma quello delle origini, più vicino al Country-Rock che lo ha praticamente generato che non al Country-Pop che affonda le sue radici proprio nel New Country. Come avevo già scritto in una recensione del loro ultimo disco, ammiro molto la loro creatività che li porta a scrivere tutti i brani tranne uno di questo cd, ma trovo il ritmo sempre uguale e mi riesce difficile, al termine del concerto, ricordarmi un brano piuttosto di un altro.
Come spesso accade a gruppi Americani ancora sconosciuti in Europa, anche loro presentano un set imbottito di classici quali "Keep Your Hands To Yourself", "Sweet Home Alabama", "Whiskey River", "Family Tradition" e "You Never Even Called Me By My Name". Troppe per un set di sessanta minuti ma anche loro, come tanti emergenti Americani, temono che i loro brani originali a molti sconosciuti, in Europa fatichino ad imporsi.

A Craponne ce n'è per tutti i gusti e finalmente ecco la prima Band Bluegrass e il primo vero colpo al cuore. Ammetto di non aver mai ascoltato prima la loro musica, ma avevo letto su di loro un articolo su una rivista Bluegrass Americana che mi faceva temere il peggio. Dalle righe di quell'articolo pareva che il trio proponesse una sorta di folk-rock suonato alla velocità del Bluegrass. Invece i Greencards (formazione a quattro per il tour Europeo) mi faranno provare quelle emozioni e quelle sensazioni che dai tempi dei Newgrass Revival avrò provato al massimo un paio di volte, prima con i Nickel Creek e da poco con i Cherryholmes. Mi riferisco naturalmente alla ristretta sfera della musica Bluegrass, perché è questo che i Greencards ci fanno ascoltare, Bluegrass straordinario tendente al Newgrass leggendario primi anni settanta dei Newgrass Revival e a quello più recente dei primi Nickel Creek.
A parte poche sbandate verso il folk e ancor meno verso il troppo alternativo suono degli ultimi Nickel Creek, lo show si mantiene sui binari di un accettabile Bluegrass tradizionale con inevitabile tributo a papà Bill Monroe. I Greencards risulteranno essere una piacevolissima sorpresa per chi ancora non li conosceva benissimo e senza ombra di dubbio la miglior performance della prima serata.

Il Festival chiude i battenti per questa prima serata con Cory Morrow che conferma le poche aspettative che avevo nei suoi confronti: voce accettabile ma non significativa, pezzi tutti troppo uguali ad eccezione delle covers e atteggiamenti troppo da star per la sua modesta statura artistica. La formazione e il sound, ad eccezione di qualche azzeccato break di violino, è troppo rock per affascinare un qualsiasi amante della musica Country. Ammirevole comunque il suo piccolo tributo alla tradizione con un accenno alla celeberrima "You Are My Sunshine". Troppo poco! Lo show termina tardi e fa pure freddo e solo poco decine di irriducibili rimangono fino alla fine.

La seconda serata inizia, come previsto dal cartellone, con i Mariotti Brothers, una Band Francese che lascerà sbalorditi tanto sono bravi. Da una Band Europea generalmente ti aspetti una sfilza di inflazionatissime covers suonate così così e l'inizio fa temere proprio questo con una cover che più inflazionata di così non si può: "Ghost Riders In The Sky". Poche note e ti accorgi però che i ragazzi ci sanno fare proponendo una versione coi fiocchi del celebre brano.
I fratelli Mariotti, uno all'elettrica e uno all'acustica e al violino, sono ottimi musicisti ma soprattutto bravissimi cantanti. Il resto della numerosa Band è all'altezza dei due boss e il repertorio niente male con brani originali della Band e pochissime covers. Coinvolgenti i duetti velocissimi dei due fratelli con chitarra elettrica e violino.
Lo show è decisamente oltre le aspettative e il finale bellissimo con "Suspicious Mind" e "All Shook Up" cantate magistralmente.

L'organizzatore del festival, Georges Carrier, dichiara che da quando è a capo dell'organizzazione del festival non si era mai scomodato per presentare di persona nessun artista e ha deciso di farlo per la prima volta quest'anno per presentare James "Slim" Hand. Le parole di Carrier trasudano di gioia mista a commozione quando, scomodando i fantasmi di Johnny Cash e Hank Williams, introduce sul palco il signor Hand. Noto subito che James ha la faccia da Country, si veste da cantante Country e, per la miseria, canta e suona musica Country. Voce stagionata, abiti vintage, line-up essenziale e suoni doc per uno spettacolo coi fiocchi, una passeggiata nel passato con tantissimi brani di leggende del Country ma anche tantissimi brani originali, tutti bellissimi, a dimostrazione della classe immensa di James.
Un pensiero a Johnny Cash con le covers di "Blue Train" e "I Still Miss Someone" e ad altri grandi del passato, ma è la musica di Hank Williams che James ama più di ogni altra cosa al mondo e non ha paura di rivelarcelo con omaggi alla sua memoria in un vero e proprio Greatest Hits dal vivo: "Lone Gone Lonesome Blues", "Honky Tonk Blues", "Lovesick Blues", "Jambalaya" e ancora "Lone Gone Lonesome Blues" a chiudere uno spettacolo suggestivo e commovente che resterà per molti anni nelle menti e nei cuori di chi ha avuto la fortuna di assistervi.

La parte centrale del sabato sera tocca a Zona Jones, l'artista che meno mi ha impressionato di tutta la serata ma non per colpa sua. La fortuna o la sfortuna ha voluto inserirlo in una serata ad alto contenuto artistico e inevitabilmente il ragazzo ne ha pagato le conseguenze. Non male il suo spettacolo con un Country abbastanza tradizionale ma povero di cambi di ritmo, un po' alla George Strait, una voce più che dignitosa e un'ottima presenza scenica. Il pubblico pare gradire parecchio le sue scorribande giù dal palco passeggiando e cantando tra i presenti. Poche ma ottime le covers selezionate per affiancare gli originali, da "Swingin'" di John Anderson a "Good Hearted Woman" della coppia Nelson-Jennings e da "Redneck Girl" dei Bellamy Brothers all'immortale "You Never Even Called Me By My Name".

Il penultimo show di ognuna delle serate dei festival di Craponne è sempre riservata all'artista più di richiamo della serata stessa e l'artista presente alla serata Honky Tonk di quest'anno è uno degli artisti più importanti che siano mai venuti a Craponne in quasi vent'anni: Mark Chesnutt. Il Texano pare un tantino demotivato rispetto al concerto che ho visto di lui a Gstaad alcuni anni fa. Al concerto Elvetico gridava e incitava la folla mentre qui a Craponne è rimasto un po' sulle sue ed è salito sul palco quasi in punta di piedi. Il suo è stato un concerto composto e senza eccessi ma la sua voce è una delle più Country al mondo e il suo catalogo è da pelle d'oca.
Nel breve spazio di un'ora o poco più ci regala tutti i suoi più grandi successi tralasciando con mio grande disappunto la celebre "Woman, Sensuous Woman", il mio brano preferito tra le sue innumerevoli hits. Anche lui come chi lo ha preceduto paga il suo tributo ai grandi artisti della storia del Country che lo hanno ispirato e ci delizia con una piccola serie di covers da favola come "Are You Sure Hank Done It This Way" e "Good Hearted Woman" e ancora brani non leggendari ma bellissimi come "Beer Bait & Ammo" di Kevin Fowler o "Dreaming My Dreams With You" della quale ricordo una bellissima versione di Collin Raye.

La chiusura della serata è affidata all'artista dal quale mi aspettavo più di chiunque altro quest'anno a Craponne, Moot Davis, che con l'aiuto non indifferente del leggendario chitarrista Pete Anderson (vent'anni alla corte di Dwight Yoakam. O era Dwight alla corte di Pete Anderson?) non ha certamente tradito le aspettative. E' stato un tuffo nel passato, il suo look, il suo atteggiamento ma soprattutto la sua straordinaria musica, non lasciano ombra di dubbio: Moot Davis è Hank Williams resuscitato dopo mezzo secolo e si ripresenta a noi con nuovissimo materiale. Moot Davis con la sua impareggiabile classe ricrea le atmosfere che fecero sognare gli Americani degli anni cinquanta quando Hank Williams rivoluzionò l'intero universo musicale. Moot ha ricreato le magiche sensazioni di allora con brani che, come mezzo secolo fa, parlano di notti d'estate, cuori spezzati, pickup trucks, whiskey e honkytonk di frontiera. Moot è nato nel New Jersey anche se non vi sembra vero quando canta lo yodel.

Qualcuno definisce questo stile Honky-Tonk, ma credo che le affinità tra l'Honky-Tonk e la musica di Moot Davis stiano soprattutto nei soggetti dei testi mentre invece il suo modo di cantare si avvicina molto al Country-Blues degli anni quaranta e cinquanta, quando questo stile era forse l'unico che metteva d'accordo bianchi e neri in un momento della storia piuttosto duro per i rapporti interrazziali.
Moot ci propone un generoso assaggio del suo unico album ed è costretto a colmare il tempo a sua disposizione con grandissime covers quali "Three Days" di Willie Nelson e Faron Young, "Big River" di Johnny Cash, "I'm The Only Hell (Mama Ever Raised)" di Johnny Paycheck e la geniale fusione a fine serata di "Pretty Woman" con "Why Baby Why". Un sentito ringraziamento agli organizzatori per averci presentato il "figlio illegittimo" di Hank Williams. Ho partecipato a diverse edizioni del festival di Craponne e credo che nessuno mi abbia mai dato le emozioni che è riuscito a darmi quest'anno Moot Davis.
Tutte le cose, anche le più belle, finiscono e così salutiamo anche Moot Davis e andiamo a dormire in attesa del gran finale che non sarà comunque grande come la serata appena conclusa.

L'apertura pomeridiana della domenica è affidata ai Nugget, Bluegrass Band che arriva in parte dalla Repubblica Ceca e in parte dall'Austria e che per dieci anni consecutivi ha vinto il premio quale miglior Band Bluegrass e Old Time d'Europa. Non so che valore attribuire a questo premio perché non ho idea di chi lo ha istituito ma dubito sulla professionalità della giuria perché i Red Wine sono decisamente di un altro pianeta rispetto ai Nugget. Questo non toglie nulla però agli Austro-Cechi (si potrà chiamarli così?) che non sono affatto male. Purtroppo nel Bluegrass piuttosto che nel Country è molto più evidente il divario tecnico tra Americani ed Europei e se ascoltate assiduamente Band Bluegrass Americane forse non vi faranno impazzire i Nugget. Io li trovo decisamente interessanti, certamente tra le migliori Bluegrass Band Europee.

Il secondo set della domenica si rivelerà la più grossa delusione di tutta la tregiorni: la Britannica Rachael Warwick. Dotata di una discreta voce delude per il repertorio sicuramente pop. La sua presenza ad un festival Country resta tuttora un mistero. Rachael si propone come interprete ma non solo in quanto autrice di gran parte delle canzoni dei suoi dischi. Poi via libera alle cover: la troppo pop "Love Somebody" di Keith Urban, la troppo inflazionata "Knockin' On Heaven's Door" di Bob Dylan e finalmente una cover di tutto rispetto come "Jolene" di Dolly Parton che però viene eseguita in una versione terribile.
Per fortuna arriva John Arthur Martinez a risollevare le sorti del festival. Texano ma di chiare origini messicane, JAM, come ama firmarsi, ci regala un fantastico show di Country purissimo, Western music e un tantino di conjunto. Il suo sorriso è contagioso e si nota che lui sul palco si diverte un sacco. Si diverte pure il gigantesco bassista Bibi, che però trovo un po' troppo violento sulle corde del suo contrabbasso. Il repertorio di JAM è favoloso, un autore straordinario e un intrattenitore eccellente. Da ovazione il suo ballo scatenato sulle note della sua più celebre canzone, "The Armadillo Song".
Da segnalare la presenza nella Band del batterista Stefano Bertolotti, con passaporto Italiano ma ormai Texano d'adozione. Ricordiamo i suoi tour con star texane quali Mike Blakely, Ponty Bone e Tish Hinojosa. Il suo contributo è di tutto rispetto e trovo straordinario il suo apporto nel brano "Seguro Que Hell Yes".

La star della serata dovrebbe essere Jon Randall ma alla fine lascerà un tantino delusi. La tecnica chitarristica di Jon è indiscutibile e la voce è troppo uguale a quella di Vince Gill per non essere apprezzata, ma la scelta di farsi affiancare da un altro chitarrista straordinario come lui, Pat Bergeson, non la trovo geniale. Infatti per ogni pezzo ognuno dei due chitarristi deve proporsi in un assolo allungando notevolmente la durata di ogni pezzo.
E' un piacere comunque poter ascoltare, oltre alla bella voce di Jon, anche quella della sua nuova fiamma, Jesse Alexander.
Chiusura della serata e del festival affidata ad una autentica honky tonk band: i Troubadillos, che non sono altro che la Band di JAM con qualche piccola variazione: JAM sostituisce Stefano Bertolotti alla batteria mentre la voce solista diventa Bibi. Alla Band si aggiunge poi il violinista dei Texas Swing Kings.
La band suona come se stessero facendo una jam session in un qualsiasi honky tonk del Texas e infatti non hanno un proprio repertorio ma si limitano a proporci le più celebri canzoni delle leggende dell'honky tonk, da Merle Haggard a Willie Nelson, da Hank Williams a Waylon Jennings.
L'allegria sul palco è palpabile e coinvolge la folla che pare non averne mai abbastanza. Allora i ragazzi invitano sul palco Stefano che si sistema alla batteria e JAM si divide il compito di cantante con Bibi per una suonata con gli amici fino a tarda notte.
E' stato un festival con alti e bassi come è normale che sia ma ce ne andiamo ancora una volta soddisfatti di quello che abbiamo visto e che abbiamo sentito.


Roberto Campovecchi


Greencards


James Hand


John Arthur Martinez



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