DIRK HAMILTON + THE HANGDOGS, Chiari (BS), 24 aprile 1999
Nella piccola sala delle Scuole Medie di Chiari, sempre di più punto di riferimento per tanti cultori della musica dell’anima (soprattutto da quando altri luoghi sacri si sono svenduti a quella dei muscoli e dei genitali), abbiamo assistito all’ultima delle serate italiane che hanno visto insieme l’autore di "Sufferupachuckle" e la giovane band. I manifesti annunciavano come "opening act" lo show di Hamilton: in verità sarebbe stato paradossale che il vecchio cantautore suonasse come "artista spalla" di un gruppo emergente, ed effettivamente le cose sono andate diversamente da come previsto. I convenuti hanno visto Hamilton e il gruppo di N.Y. (che nella Grande Mela ci sta più o meno come i cavoli a merenda, ed infatti il suo seguito ce l’ha soprattutto in Texas) dividersi equamente la ribalta.
L’accoppiata era quantomeno insolita ed intrigante: eppure il monumentale (nel senso dell’imponenza fisica e in quello della longevità artistica) Dirk Hamilton si è trovato a suo agio con i più giovani Hangdogs.
Questi ultimi, da qualche tempo in qua, sono oggetto di un piccolo culto, pur avendo nel curriculum non più di un cd e mezzo (per un totale di un’oretta di musica): segno di innegabili simpatia e mestiere, ma anche dell’entusiasmo (invero talvolta un po’ acritico) che circonda l’ultima ondata di produzioni "roots" di provenienza statunitense.
E l’entusiasmo stasera è stato ricompensato: non credo che gli Hangdogs siano la rivoluzione musicale del secolo, questo no. Ma alla serata non è mancato proprio nulla. Questi ragazzi la lezione l’hanno imparata proprio bene, da Hank Williams a Bruce Springsteen, e conoscono bene le fonti del rock and roll. Il che permette alla band di misurarsi col repertorio di Van Morrison, Dave Alvin e Neil Young senza far brutta figura; o a Kevin Baier di alzarsi dai tamburi per cantare uno sbilenco ed etilico ragtime-blues. E poi, insomma, sono proprio simpatici: Matthew Grimm, con la sua faccia da bravo ragazzo americano con un guizzo di follia negli occhi, ricorda il John Belushi dei "Vicini di casa"; Automatic Slim è la perfetta antitesi del guitar hero che piace al rock di questi anni (e ci piace proprio per questo) e il bassista J.C. Chmiel fa il suo mestiere con decoro, strizzando di tanto in tanto l’occhio alle ragazze in platea.
Chi ha dato alla serata un apporto di incommensurabile classe è stato Dirk Hamilton. Esilarante e stralunato quando scherza sulle sue vicende sentimentali italiane e su come ora sia felicemente accasato in Texas, è stato protagonista di un segmento dello show condotto in solitaria con la sua chitarra e con una sensibilità ritmica che gli permette di non far rimpiangere basso e batteria; esemplare è stata "On A Volcano" (da uno dei dischi "italiani" di Dirk), sostenuta da una ritmica fatta di strumming, pause e colpi sulla cassa. Meglio da solo, tutto sommato, che nei pezzi suonati con gli Hangdogs: il taglio grezzo e "roots" di questi non è il tappeto ideale per la voce roca e corposa di Hamilton, che sa essere ancora più affascinante in contesti sonori, armonici e ritmici di maggior respiro. Eppure la sua esperienza e l'impeto acerbo dei ragazzi, la sua interpretazione matura e la loro irruenza hanno dato frutti interessanti, anche alle prese con gli standard più impegnativi, vedi "Baby please don’t go".
Insieme, poi, hanno dato una bella rilettura di "Like a rolling stone", come dire l’alfa e l’omega di questa musica, se è vero che due generazioni di artisti si ritrovano su un palco alla vigilia del 2000 a cantare a squarciagola "How does it feel to be on your own, with no direction home…".
Alla fine si torna a casa portando ciascuno con sé un po’ delle buone vibrazioni raccolte in una serata che ha offerto divertimento, commozione, la sicurezza di una grande conferma (Hamilton) e una piccola ma importante promessa (gli Hangdogs).
Va bene, sarà solo rock and roll, eppure ce n’è bisogno come dell’aria che respiriamo. Il mondo lo salveremo un altro giorno, magari con Lindo Ferretti in prima fila, e vi prometto che quella volta ci sarò anch’io.
Voi però ricordatevi di farmi uno squillo per tempo, va bene?di Max Giuliani, tratto dalla rivista Late For The Sky