BOB DYLAN
Assago (MI), Filaforum, 20 aprile 2002

Il Filaforum di Assago forse non è il luogo ideale per un concerto di Bob Dylan, uno come lui è adatto al castello di Villafranca, alla piazza della Ghirlandina di Modena, luoghi intrisi di storia che resistono al tempo, come lui. O almeno ho bellissimi ricordi dei suoi concerti in quei luoghi che contribuivano a creare un'atmosfera tutta particolare. Ma non sottilizziamo: avere davanti una leggenda vivente come lui è sempre un'emozione, come avere intorno quel pubblico sempre più variopinto che affolla ormai di consueto i suoi concerti.
Di fianco a me una coppia che avrebbe potuto essere i miei genitori, più in là una ragazza che poteva essere mia sorella minore; all'entrata ci precedeva un gruppo di ragazzi in età da autoscuola, mentre erano sparsi tra la folla qualche sosia di Jovanotti e qualche signora coi tacchi alti. Probabilmente avranno pensato questo anche coloro che mi hanno vista al concerto di Ferrara sei anni fa, quando il pubblico era composto per la maggior parte da persone che seguivano Dylan fin dagli anni Settanta, ma ricordo che a fianco a me c'era una bambina che avrà avuto dieci anni e cantava e ballava tutte le canzoni e forse ne conosceva più di me. Magia e potere del rock.

Ma sabato sera i miei ricordi sono stati interrotti presto dalla puntualità del vecchio Bob, che, in perfetto stile "Love and theft" sale sul palco con cappello da cowboy bianco come la riga sui pantaloni neri lucidi, e tutti i suoi musicisti, anch'essi elegantissimi, in completo grigio. Una band di gentlemen modernamente old style.
L'inizio, come preannunciato dal cappello, è tipicamente country, come la versione di "The times they are a-changing" a base di banjo e contrabbasso che segue una lunga intro strumentale.
Poco dopo inizia la fase blues e Dylan si scalda con "It's alright ma (I'm only bleeding)", in cui accenna anche qualche passo di danza. Memorabile anche se inizialmente irriconoscibile la versione di "Positively 4th street" divenuta lenta e struggente ballata folk, poi l'atmosfera decolla con "Lonesome days blues", il primo brano tratto da "Love and theft", un blues denso e infuocato che scatena il pubblico, uno di quei momenti in cui la band dà il meglio di sé.

Dopo "Memphis blues again" il ritmo torna ad addolcirsi e Dylan da elettrico torna ad essere acustico e sfodera a tratti quella voce nasale che caratterizzò il periodo dell'album "Unplugged" - allora non molto amato dal pubblico, e certamente non dalla sottoscritta. Qualcuno ha detto che si era messo a cantare male per sfuggire al suo stesso mito. Non mi è piaciuto, ma posso capirlo. Ora, abbandonata questa tecnica, da un po' si è reinventato chitarrista solista, probabilmente per lo stesso motivo ma con risultati più apprezzabili. Direi che è notevolmente migliorato in questo, mentre la storpiatura delle parole e il reinventare le melodie sono ormai un elemento consolidato e caratterizzante del Dylan dal vivo, per cui, se non si conoscono i testi, spesso risulta arduo identificare una canzone, come accade anche per l'acclamatissima "Masters of war" purtroppo ancora attuale nelle parole ma piacevolmente molto più blues nella musica.

Un brusco ritorno al presente, un energico risveglio, è "Summer days" il rockabilly elettrico che costituisce un altro dei massimi picchi di "Love and theft" e che fa ballare platea, gradinate e Dylan. La musica spazia ancora tra i generi, tornando subito ad una dolce ballata folk per poi passare ad un caldo rock, ad un blues sostenuto e ad un insieme dei tre in una performance in cui mi è sembrato di tornare indietro ai tempi dei Basement Tapes, di Big Pink, o forse a quel Festival di Newport i cui spettatori, se fossero stati presenti ora, sarebbero letteralmente impalliditi, sentendo di quale carica elettrica sono capaci Dylan e la sua Band. Sì, Band, perché sembra davvero di vedere le loro ombre dietro ai musicisti sul palco, quanto mai nitide quando Dylan si lancia in dialoghi chitarristici faccia a faccia con il Robbie Robertson della situazione, ossia Charlie Sexton, a cui diamo l'Oscar del migliore attore non protagonista.

Il gran finale ha ora inizio, concentrando qui i Grandi Classici, a partire da un brano che proviene proprio da quel periodo che ho appena sognato, "Like a rolling stone", in versione rallentata e cantata all'unanimità da voci appartenenti alle più diverse età, che si sono poi espresse con la maggior carica emozionale in una "Knockin' on Heaven's door" bella come non mai, che mi ha ricordato chi, sulle pagine di Late for the sky, scrisse "Qualcuno spieghi ai "kids" che i Guns’n’Roses non c’entrano. Si affiggano manifesti per le strade dove sia scritto a caratteri cubitali che questa canzone è di Dylan, solo di Dylan". Così come penso che questo concerto ricalchi perfettamente ciò che Marco Denti scrisse, sempre sulle stesse pagine, a proposito di "The basement tapes": "appartiene alla storia stessa dell'America e della sua gente".

Così ritorna il country che aveva aperto il concerto, ma questa volta è una cavalcata a perdifiato, con quegli accordi di chitarra scagliati come frecce a colpirci al cuore. Con questa "Honest with me" deduco che da "Love and theft" siano stati estratti i brani migliori. L'atmosfera torna a calmarsi per un attimo, almeno finché il pubblico non riconosce la melodia di "Blowing in the wind" e ne canta il ritornello sulla chitarra di Dylan prima che lui attacchi la prima strofa. Siamo al culmine dell''emozione, grazie anche ai cori da brivido di Sexton e Larry Campbell, con una punta di nostalgia e di commozione pensando a quanto siano ancora attuali anche queste parole.
Il concerto volge al termine, ormai sono passate oltre due ore. Di "All along the watchtower" sono state cantate numerose versioni da altrettanti artisti. Se si pensava che quella di Jimi Hendrix, o quella degli U2, avessero superato l'originale in quanto a potenza espressiva, che avessero fatto esplodere le scintille che già conteneva, era anche perché Dylan non aveva ancora suonato questa versione, trasformata in rock denso, ma cristallino, che non ha nulla da invidiare alle precedenti e che supera Dylan stesso.

Dylan ha iniziato a cantare indietreggiando sul palco e assestandosi per diverse canzoni sul fondo, come se non volesse essere invaso dall'entusiasmo del pubblico, come a mostrare una iniziale diffidenza, per poi sciogliersi man mano. A chi scattava foto la security intimava di smettere, perché "gli danno fastidio i flash e potrebbe smettere di cantare". A parte questo, che ha un po' confermato la fama di scorbutico che si era guadagnato soprattutto durante i concerti degli ultimi anni, stasera Dylan ci è sembrato in gran forma, si è divertito, ha incitato il pubblico, ha azzardato passi di danza con ironia. Forse il suo vecchio mito è troppo grande per sfuggirvi, o forse, reinventandosi ogni volta, ci è riuscito creandone uno nuovo.


Stefania Montanari


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