Il Filaforum di Assago forse non è il luogo ideale per un concerto di Bob
Dylan, uno come lui è adatto al castello di Villafranca, alla piazza della
Ghirlandina di Modena, luoghi intrisi di storia che resistono al tempo, come lui.
O almeno ho bellissimi ricordi dei suoi concerti in quei luoghi che contribuivano
a creare un'atmosfera tutta particolare. Ma non sottilizziamo: avere davanti una
leggenda vivente come lui è sempre un'emozione, come avere intorno quel
pubblico sempre più variopinto che affolla ormai di consueto i suoi concerti.
Di fianco a me una coppia che avrebbe potuto essere i miei genitori, più
in là una ragazza che poteva essere mia sorella minore; all'entrata ci
precedeva un gruppo di ragazzi in età da autoscuola, mentre erano sparsi
tra la folla qualche sosia di Jovanotti e qualche signora coi tacchi alti. Probabilmente
avranno pensato questo anche coloro che mi hanno vista al concerto di Ferrara
sei anni fa, quando il pubblico era composto per la maggior parte da persone che
seguivano Dylan fin dagli anni Settanta, ma ricordo che a fianco a me c'era una
bambina che avrà avuto dieci anni e cantava e ballava tutte le canzoni
e forse ne conosceva più di me. Magia e potere del rock.
Ma sabato sera i miei ricordi sono stati interrotti presto dalla puntualità
del vecchio Bob, che, in perfetto stile "Love and theft" sale sul palco con cappello
da cowboy bianco come la riga sui pantaloni neri lucidi, e tutti i suoi musicisti,
anch'essi elegantissimi, in completo grigio. Una band di gentlemen modernamente
old style.
L'inizio, come preannunciato dal cappello, è tipicamente country, come
la versione di "The times they are a-changing" a base di banjo e contrabbasso
che segue una lunga intro strumentale.
Poco dopo inizia la fase blues e Dylan si scalda con "It's alright ma (I'm only
bleeding)", in cui accenna anche qualche passo di danza. Memorabile anche se inizialmente
irriconoscibile la versione di "Positively 4th street" divenuta lenta e struggente
ballata folk, poi l'atmosfera decolla con "Lonesome days blues", il primo brano
tratto da "Love and theft", un blues denso e infuocato che scatena il pubblico,
uno di quei momenti in cui la band dà il meglio di sé.
Dopo "Memphis blues again" il ritmo torna ad addolcirsi e Dylan da elettrico torna
ad essere acustico e sfodera a tratti quella voce nasale che caratterizzò
il periodo dell'album "Unplugged" - allora non molto amato dal pubblico, e certamente
non dalla sottoscritta. Qualcuno ha detto che si era messo a cantare male per
sfuggire al suo stesso mito. Non mi è piaciuto, ma posso capirlo. Ora,
abbandonata questa tecnica, da un po' si è reinventato chitarrista solista,
probabilmente per lo stesso motivo ma con risultati più apprezzabili. Direi
che è notevolmente migliorato in questo, mentre la storpiatura delle parole
e il reinventare le melodie sono ormai un elemento consolidato e caratterizzante
del Dylan dal vivo, per cui, se non si conoscono i testi, spesso risulta arduo
identificare una canzone, come accade anche per l'acclamatissima "Masters of war"
purtroppo ancora attuale nelle parole ma piacevolmente molto più blues
nella musica.
Un brusco ritorno al presente, un energico risveglio, è "Summer days" il
rockabilly elettrico che costituisce un altro dei massimi picchi di "Love and
theft" e che fa ballare platea, gradinate e Dylan. La musica spazia ancora tra
i generi, tornando subito ad una dolce ballata folk per poi passare ad un caldo
rock, ad un blues sostenuto e ad un insieme dei tre in una performance in cui
mi è sembrato di tornare indietro ai tempi dei Basement Tapes, di Big Pink,
o forse a quel Festival di Newport i cui spettatori, se fossero stati presenti
ora, sarebbero letteralmente impalliditi, sentendo di quale carica elettrica sono
capaci Dylan e la sua Band. Sì, Band, perché sembra davvero di vedere
le loro ombre dietro ai musicisti sul palco, quanto mai nitide quando Dylan si
lancia in dialoghi chitarristici faccia a faccia con il Robbie Robertson della
situazione, ossia Charlie Sexton, a cui diamo l'Oscar del migliore attore non
protagonista.
Il gran finale ha ora inizio, concentrando qui i Grandi Classici, a partire da
un brano che proviene proprio da quel periodo che ho appena sognato, "Like a rolling
stone", in versione rallentata e cantata all'unanimità da voci appartenenti
alle più diverse età, che si sono poi espresse con la maggior carica
emozionale in una "Knockin' on Heaven's door" bella come non mai, che mi ha ricordato
chi, sulle pagine di
Late for the
sky, scrisse "Qualcuno spieghi ai "kids" che i Guns’n’Roses non c’entrano.
Si affiggano manifesti per le strade dove sia scritto a caratteri cubitali che
questa canzone è di Dylan, solo di Dylan". Così come penso che questo
concerto ricalchi perfettamente ciò che
Marco
Denti scrisse, sempre sulle stesse pagine, a proposito di "The basement tapes":
"appartiene alla storia stessa dell'America e della sua gente".
Così ritorna il country che aveva aperto il concerto, ma questa volta è
una cavalcata a perdifiato, con quegli accordi di chitarra scagliati come frecce
a colpirci al cuore. Con questa "Honest with me" deduco che da "Love and theft"
siano stati estratti i brani migliori. L'atmosfera torna a calmarsi per un attimo,
almeno finché il pubblico non riconosce la melodia di "Blowing in the wind"
e ne canta il ritornello sulla chitarra di Dylan prima che lui attacchi la prima
strofa. Siamo al culmine dell''emozione, grazie anche ai cori da brivido di Sexton
e Larry Campbell, con una punta di nostalgia e di commozione pensando a quanto
siano ancora attuali anche queste parole.
Il concerto volge al termine, ormai sono passate oltre due ore. Di "All along
the watchtower" sono state cantate numerose versioni da altrettanti artisti. Se
si pensava che quella di Jimi Hendrix, o quella degli U2, avessero superato l'originale
in quanto a potenza espressiva, che avessero fatto esplodere le scintille che
già conteneva, era anche perché Dylan non aveva ancora suonato
questa
versione, trasformata in rock denso, ma cristallino, che non ha nulla da invidiare
alle precedenti e che supera Dylan stesso.
Dylan ha iniziato a cantare indietreggiando sul palco e assestandosi per diverse
canzoni sul fondo, come se non volesse essere invaso dall'entusiasmo del pubblico,
come a mostrare una iniziale diffidenza, per poi sciogliersi man mano. A chi
scattava foto la security intimava di smettere, perché "gli danno fastidio
i flash e potrebbe smettere di cantare". A parte questo, che ha un po' confermato
la fama di scorbutico che si era guadagnato soprattutto durante i concerti degli
ultimi anni, stasera Dylan ci è sembrato in gran forma, si è divertito,
ha incitato il pubblico, ha azzardato passi di danza con ironia. Forse il suo
vecchio mito è troppo grande per sfuggirvi, o forse, reinventandosi ogni
volta, ci è riuscito creandone uno nuovo.