Il Festival Bluegrass di Cleveland è solo alla seconda edizione
nella nuova sede, ma è uno dei meglio organizzati d 'America. Sotto
la saggia regia dei boss Kevin O 'Connell e Butch Wilkins, la nuova sede
ricavata in un 'enorme area dietro un autosalone della Chevrolet (ovviamente
sponsor dell'evento) è molto più accogliente di tanti altri festival
a stelle e strisce.
Un festival di tre giorni (10 ore al giorno) sotto il sole con
una temperatura che oscilla tra i 35 e i 40 gradi nelle ore più calde e
con un'umidità pazzesca ucciderebbe anche un highlander.
Gli organizzatori hanno provveduto quindi ad innalzare una tenda enorme
dove trovano posto
sia il palco per i concerti sia gran parte degli spettatori.Il caldo resta
ma almeno sei all'ombra. A fianco di questa tenda, un padiglione in legno
con tavoli e sedie per chi vuole mangiare comodamente all'ombra e, attenzione,
servizi igienici con aria condizionata. Questo padiglione, attrezzato con
un palco, viene utilizzato regolarmente ogni weekend per spettacoli Bluegrass
e Gospel.
Infine l'organizzazione provvede a trasportare gli spettatori
dal Festival al parcheggio e viceversa con numerose golf kart e pulmini
in servizio costante per tre giorni.
Ma veniamo alla parte che ci interessa. Il
primo giorno si inaugura il festival con una promettente Honi Deaton,
moglie del bassista/chitarrista della band, Jeff Deaton, figlio del grande
Ray
dei IIIrd Tyme Out. Solitamente, ai festival, gli artisti propongono due
set, uno mattutino e uno pomeridiano o serale. Honi invece si esibirà una
volta sola, ma per fortuna arriviamo in tempo per il suo show, in programma
a mezzogiorno. Lo show è energico e Honi dimostra di avere le carte in
regola per una brillante carriera. Buona intrattenitrice, bella voce e
un discreto repertorio possono sicuramente bastare alla giunonica cantante
dai capelli rossi per fare il salto di qualità.
Dopo di lei sarebbe in
programma James Monroe, figlio del grande Bill, ma nessuno lo ha visto
arrivare e allora aspettiamo un'ora per l'esibizione di Valerie
Smith e
dei suoi Liberty Pike. Non vado matto per la sua voce ansimante ma come
intrattenitrice non ha rivali e pure quando suona non riesce a stare ferma
e si lancia in passi di danza rivelandosi un'ottima ballerina di clogging.
La band è ottima e mi ha particolarmente impressionato la violinista/mandolinista
Becky Buller che si è pure permessa di rubare la scena cantando splendidamente
alcuni brani dai suoi CD da solista.
Dopo Valerie Smith, la band dei Fontana
Sunset. Il nome mi era sconosciuto e ho assistito con curiosità
al loro spettacolo che però non mi ha entusiasmato. Come nemmeno il concerto
successivo di James Monroe che nel frattempo è arrivato
a Cleveland. Il vecchio James si dimostra un tantino megalomane con un
bus da superstar
col suo nome
in bella evidenza, nel caso non sappiate che è suo, e poi tutta la band
vestita con sgargianti camicie western tutte uguali ad eccezione dell'unica
donna della band, una promettente sedicenne che suona il violino e balla
e che forse meriterebbe una chance migliore. La voce di James è stanca
e il repertorio tutt'altro che interessante con troppi classici in gran
parte del repertorio di suo padre. Credo che se non fosse il figlio di
Bill sarebbe dura per lui avere una carriera nel bluegrass.
La sera precedente
al festival ho assistito a qualcosa di memorabile al Ryman Auditorium di
Nashville, il concerto dei Mountain Heart, non a caso
votati intrattenitori dell'anno. E' stata una grande fortuna rivederli
già la sera successiva.
D'accordo, il suono del Ryman è unico e imbattibile ma per tutto il resto
l'esibizione dei Mountain Heart è fantastica come quella della sera precedente.
Recentemente, i ragazzi hanno elettrificato i loro strumenti provvisti
di radio microfoni e quindi ora sono liberi di passeggiare per il palco
e rendere lo show molto spettacolare. La musica dei Mountain Heart è travolgente
e coinvolgente con parecchi pezzi velocissimi e Clay Jones alla chitarra
e Jim Van Cleve al violino perennemente un passo avanti per assoli pirotecnici
che scatenano la folla. Il mandolino di Adam Steffey è di una bellezza
unica e le voci di Adam e Steve Gulley sono da brividi.
Jason Moore è quello
che di meglio potete trovare oggi nel Bluegrass quando si parla di basso.
Ma è quello che Barry Abernathy riesce a fare col banjo che sconvolge.
Per chi non lo sapesse, Barry è provvisto nella mano sinistra di un solo
dito e mezzo ma ad ascoltarlo pare ne abbia più di ogni altro banjoista.
Per parecchie volte votati intrattenitori dell'anno, i ragazzi della Del
Mc Coury Band non hanno niente da dimostrare a nessuno e con la naturalezza
di sempre salgono sul palco e ci regalano l'ennesimo concerto indimenticabile.
Papà Del ha una voce forse un po' troppo High Lonesome che ricorda
molto il passato, ma gli arrangiamenti sicuramente meno datati dei più
giovani membri della band creano un equilibrio perfetto. Si cimenta pure
a cantare
il figlio Ronnie che incredibilmente ha lo stesso timbro High Lonesome
del padre. Come se non bastasse la loro classe per rendere lo show bellissimo,
invitano sul palco per un finale da leggenda, David Grisman, Alan Bibey,
Aubrey Haynie e l'organizzatore del festival Butch Wilkins che si rivela
un ottimo mandolinista.
Si spengono le luci sulla Del Mc Coury Band e purtroppo
si riaccendono un'ora più tardi, tanto dura il soundcheck per David
Grisman.
Quando finalmente comincia il suo show, ci si rende conto di due cose:
la prima è che Grisman è uno dei migliori mandolinisti al mondo e la seconda
è che però la sua musica, sempre più Jazz e caraibica, ormai
non si abbina più tanto
facilmente ad un festival bluegrass.
La seconda giornata si apre con energia,
simpatia, classe e buon gusto con lo show di Karl Shiflett and
Big Country.
Al termine dei tre giorni, lo spettacolo di Karl risulterà il più divertente
di tutto il programma con un repertorio bluegrass tradizionale ma anche
country d'autore di mezzo secolo fa. Perennemente sorridente coi suoi grossi
denti e sempre con una gamba in aria per mostrare le sue bellissime scarpe
anni '50, Karl ha vestito tutta la band come si vestivano i musicisti country
e bluegrass degli anni '50 e ha sistemato un solo microfono al centro del
palco, un microfono sullo stile sempre fifties con pure la targhetta con
la sigla di una radio in cima. Il tutto per far rivivere le magiche atmosfere
di un tempo quando l'unico modo per le band di farsi sentire era quello
di esibirsi in diretta alla radio.
Dopo Karl sale sul palco quella che fino
a pochi mesi prima era la mia bluegrass band preferita, la Lonesome
River Band. Purtroppo in pochissimo tempo ben quattro dei cinque
componenti della band (Rickie Simpkins, Kenny Smith, Don Rigsby e Ronnie
Bowman) se ne sono
andati lasciando il povero Sammy Shelor a dover rifondare la band. I dubbi
sulla riuscita dell'impresa erano legittimi ma sorprendentemente Sammy
è riuscito in breve a rifondare una grande band cercando di mantenere intatta
nella
memoria dei propri sostenitori la magia della vecchia formazione. Probabilmente
non è un caso che Sammy abbia ingaggiato un bassista che canta benissimo
e se ne va in giro per il palco col suo basso acustico (come faceva Ronnie
Bowman), un bravo mandolinista della stazza quasi pari a quella di Don
Rigsby ed un ottimo violinista che come faceva Rickie Simpkins, si limita
a suonare e non partecipa alla parte vocale dello show. Sammy non è però
riuscito a rimpiazzare a dovere Kenny Smith, ma questa era un'impresa alquanto
difficile perché sono veramente pochi i chitarristi in grado di reggere
il confronto con Kenny.
A parte il cambiamento d'organico lo show è straordinario
come lo erano i concerti dei vecchi Lonesome. La bellezza degli show di
Karl
e della Lonesome River Band ha messo in difficoltà la band successiva,
i modesti Fisher & Company perché durante le prime
canzoni del loro show la mente era ancora agli spettacoli precedenti. I
Blue Ridge invece
sono riusciti in fretta a farmi dimenticare lo show di Fisher & Company.
Con uno splendido mandolino suonato da Alan Bibey ad accompagnare la bellissima
voce di Junior Sisk, i Blue Ridge ci regaleranno uno degli spettacoli più interessanti
del festival.
Dopo i Blue Ridge, ancora un calo d'intensità con lo show
non eccezionale dei Bluegrass Alliance che mischiano standard
Bluegrass e classici del Country con risultati sufficienti senza infamia
né lode.
Anni fa accompagnai l'amica Sally Jones con la sua band ad un concerto
a Sewaunee, nei pressi di Atlanta, in Georgia. Lo show si tenne in una
piccola sala per concerti ricavata da una vecchia fattoria. L'edificio,
bellissimo e molto caratteristico, è di proprietà della famiglia
Everett, titolari della Bluegrass Band The Everett's che
risulta tra gli invitati a questo North Georgia Bluegrass Festival. Il
loro è uno show simpatico
ma purtroppo non molto interessante dal punto di vista tecnico.Dopo gli
Everett's arriva un altro set, il terzo dopo i due del giorno prima, di
Valerie Smith che funge da apripista per una super band di musicisti da
studio da far paura: Aubrey Haynie, Bryan Sutton, Barry Bales, David Talbot
e Alan Bibey invitato a completare la formazione.
Sulla classe dei cinque
non si discute ma purtroppo i fuoriclasse si sono incontrati al festival,
tutti ingaggiati per tenere dei seminari (ad eccezione di Alan Bibey che
si è esibito con i suoi Blue Ridge) e, non avendo provato insieme per lo
spettacolo, hanno praticamente improvvisato tutto. Quello che ci hanno
fatto vedere è inimitabile tecnicamente ma ne ha risentito un po' la
scelta del repertorio. Per gran parte del loro show, hanno improvvisato
assoli
mozzafiato su canzoni però forse troppo conosciute. Avrei gradito un po' più di
originalità.
La chiusura della seconda serata è affidata alla superstar
della musica bluegrass: Ricky Skaggs. Ovviamente, nessuno
va a letto prima della fine stasera. La grandezza di Ricky Skaggs è sotto
gli occhi di tutti, basta dare un'occhiata alla bacheca dei trofei e riconoscimenti
ricevuti sia nel Bluegrass che nel Country. Il repertorio di Skaggs non
mi ha mai
entusiasmato come nemmeno la sua voce ma quello che riesce a fare col mandolino,
lo riescono a fare in pochi. La cosa che più mi emoziona ai concerti di
Skaggs è poter ascoltare dal vivo i ragazzi della sua incredibile Band,
i Kentucky Thunder. Jim Mills, pluridecorato banjoista autore di uno dei
più premiati dischi strumentali degli ultimi anni, la potente voce del
chitarrista Paul Brewster ma soprattutto le acrobazie che i due nuovi membri
della band riescono a proporci è da pelle d'oca.
Ho recentemente
ascoltato il disco solista del violinista Andy Leftwich dove stupisce per
la classe
non solo sul violino ma anche sul mandolino ed è un peccato che Ricky non
gli permetta dal vivo di suonare almeno una volta il mandolino. Comunque
quello che riesce a farvi vedere al violino è decisamente abbastanza. Cody
Kilby a soli 23 anni è universalmente riconosciuto come uno dei migliori
chitarristi acustici al mondo. I suoi pirotecnici assoli scatenano ogni
volta un'ovazione.
Il repertorio dello show spazia da classici del periodo
di Bill Monroe fino a pezzi originali di recente pubblicazione, incluso
l'ultimo grande successo “A Simple Life”, più una canzone Country che Bluegrass.
Non potevano invitare artista migliore di Ricky per chiudere una serata.
La gente vorrebbe ancora tanta musica da lui che però, come copione, regala
un bis di un paio di pezzi per poi sottrarsi all'abbraccio dei fans e rifugiarsi
sul suo bus.
La domenica sarà dedicata interamente alla musica Bluegrass-Gospel
con gruppi straordinari in questo genere ed altri decisamente scarsi. Alle
dieci del mattino, mentre molti sono ancora a letto e tanti altri in chiesa,
salgono sul palco i Marksmen, una band che avevo già visto
alcuni anni fa. Allora non mi erano piaciuti per niente e stavolta……pure
peggio. Di loro salverei solo il cantante Mark Wheeler che farebbe meglio
a cercarsi un altro gruppo al più presto. Per fortuna, dopo di loro arrivano
i maestri del Bluegrass-Gospel, i IIIrd Tyme Out, a mio
avviso la bluegrass band
vocale migliore del pianeta. Nei IIIrd Tyme Out militano i miei due cantanti
preferiti del Bluegrass, quel Russel Moore che ormai si sarà stancato di
alzare al cielo i trofei vinti come miglior cantante dell'anno e Ray Deaton,
anche lui pluridecorato per la sua voce cavernosa. La voce di Russel ti
fa saltare sulla sedia quando raggiunge i regimi più alti e quando Ray
raggiunge quelli più bassi ti chiedi come tutto ciò sia possibile.
Da pochi
mesi Alan Perdue ha sostituito il grande Wayne Benson al mandolino ma il
sound della band pare averne risentito ben poco. Le canzoni che ci propongono
sono le più legate alla tradizione Gospel e ovviamente ci regalano tutti,
o quasi, i brani a cappella che hanno inciso riscuotendo autentiche standing
ovation per “How Great Thou Art” e “Wade In The Water”.
Una piacevole
sorpresa per me sono stati, dopo di loro, gli Isaacs. Li avevo sentiti
nominare
ma non avevo mai sentito nessuno dei loro dischi. Ho ascoltato invece il
disco che Sonya Isaacs aveva inciso da solista, un disco country commerciale
che aveva uno scopo ben preciso. Il disco, nonostante la splendida voce
di Sonya, non ha venduto bene e la ragazza è cosi tornata all'ovile. Gli
Isaacs scrivono una buona parte del loro repertorio, hanno voci splendide,
Sonya in particolare, e suonano parecchio bene. Le canzoni, praticamente
tutte di stampo religioso, sono musicalmente molto interessanti.Gli Isaacs
sarebbero già una grande Band senza l'aiuto di nessuno, ma stavolta hanno
pure avuto la fortuna di avere come ospite per la loro esibizione, il violino
magico di Aubrey Haynie.
Non dimenticherò per molto tempo la loro grande
esibizione.
L'ultima Band in programma è la leggenda vivente Doyle Lawson con
i suoi Quicksilver. Autentico Gospel-Bluegrass ma anche tradizionali del
periodo d'oro del Bluegrass, quando Doyle muoveva i primi passi. Nei
Quicksilver sono passati tanti artisti poi diventati famosi come ad esempio
gran parte dei Mountain Heart e dei IIIrd Tyme Out. Anche in questo festival,
la Band è ottimamente assemblata intorno al leggendario banjoista Terry
Baucum.I IIIrd Tyme Out hanno il compito di chiudere definitivamente il
Festival col loro secondo set dove ci regalano altre straordinarie emozioni,
l'ultima delle quali la canzone più di successo della loro carriera, quella
"John & Mary",
scritta da Wayne Benson qualche anno prima di lasciare la Band.
E' ancora
pomeriggio e la gente pian piano smobilita con il rammarico di dover aspettare
ancora un anno per un altro grande evento come questo.
Roberto Campovecchi

Karl Shiflett

Cody Kilby e Ricky Skaggs

Mountain Heart