GIANT
SAND
Rimini, Velvet, 9 dicembre
2000
"Change is what this
planet's all about but the
attitude remains the same and Giant Sand is
all about attitude". (Howe Gelb)
Il mio
amico Cantù ama dire che i Giant Sand sono uno stato mentale (cosa che
gli ha arruffianato Howe Gelb stesso che l’ha prontamente nominato nuovo membro
del gruppo). Beh, forse non possiedo le caratteristiche – come dire – anagrafiche
per un’empatia totale con questa affermazione, ma credo che il breve tour italiano
del gruppo dell’Arizona mi abbia un po’ avvicinato a questo "stato mentale".
Immaginatevi di fronte ad una persona che cerca di convincervi che quelli che
vedete sul palco sono gli Eagles (ovviamente intendendo sferrare con questo
l’Offesa Definitiva), e, solo un’ora dopo, di fronte ad un’altra che, fuori
dal camerino, urla il nome di Howe così forte da imbarazzare il vi assicuro
temibile buttafuori che lo trattiene. Questo vi dà forse la misura di
ciò che i Giant Sand possono provocare: o li ami o li detesti. Ma davvero.
Comunque sia, persone che suscitano emozioni del genere meritano a mio avviso
di essere viste un po’ più da vicino. A dire il vero, non è che
non ci siano state le occasioni per farlo. Anzi, la recente uscita di "Chore
Of Enchantment" ha gettato un po’ di rinnovata luce su uno dei progetti
musicali altrimenti più marginalizzati degli ultimi 20 anni.
Gelb, Burns e Convertino (anche se per questi ultimi la situazione è
diversa, data l’altissima visibilità dei loro Calexico) si sono per una
volta ritrovati al centro di un duplice interesse: quello di chi li scopre e
va alla ricerca - spesso frustrata da un mercato in cui certe gemme vengono
relegate in nicchie per collezionisti - di tutto quello su cui è possibile
mettere le mani, e quello di chi li ri-scopre e li assolve, finalmente, dall’accusa
di una discografia confusa e troppo prolifica che ha in "Goods and Services"
(1993) la sua più biasimevole espressione.
Una nuova occasione per avvicinarsi al gruppo si è proposta con i recenti
concerti che i ragazzi hanno tenuto in Italia, anche se nel mio caso è
forse più corretto parlare di un unico concerto durato quattro giorni.
Le sensazioni, infatti, si sono dilatate, senza che ci creasse frizione, o scarto,
o distacco tra chi vedevo sul palco, la sera, e chi mi trovavo di fronte il
pomeriggio seguente. Forse è questo che intende Cantù, non lo
so; fatto sta che nella (relativa) quotidianità di queste persone ho
riscontrato quello che da sempre cerco (e trovo) nelle loro canzoni, e cioè
confusione, malinconia, rimpianto, ma anche stordimento, sensualità e
perché no, saggezza. Chiunque abbia avuto la possibilità di parlare
con Howe, con John o con Joey in quelle serate si sarà reso conto di
come le loro parole fossero in continuità con le canzoni, tanto con quelle
inaspettate, come la cover di "Red Right Hand" a Bologna, quanto con
quelle per fortuna riproposte sera dopo sera, come "Blue Marble Girl",
"Shiver", "No Reply", di come di queste canzoni le
loro voci mantenessero ritmo ed atmosfera. Mi riferisco volutamente ad elementi
così impalpabili e allo stesso tempo così universali, così
riconoscibili come il ritmo e l’atmosfera delle parole perché sono quelli
che alla fine sembrano interessare di più ad Howe; più di una
volta l’ho sentito dire di come sia più facile per lui fruire suoni piuttosto
che parole, di come si senta più libero di percepire della musica quando
è svincolato dalla comprensione dei testi.
Sarà per questo, forse che i Giant Sand non seguono scalette predefinite,
ma pescano da un serbatoio di umori, di emozioni, più che da una discografia.
In tutto questo, allora, non è improbabile che il pubblico resti stupito
di fronte a certe scelte, a certe versioni; non è improbabile che qualcuno
resti scontento, o magari giusto sorpreso perché "Astonished"
(a Tucson come a Memphis, non importa) in quel modo proprio non la riconosceva.
Invece è proprio questo non sapere mai dove andranno a parare che mi
piace di loro, sentirli aprire un concerto con una canzone di altri - lo faranno
con i Goldfrapp e con i Grandaddy, i primi tra i gruppi preferiti di Gelb in
questo momento, i secondi amici di tutta la band - no, non con una cover, proprio
con il disco di questi altri - e cominciare ad improvvisarci sopra e andare
a finire poi che sembra davvero una canzone dei Giant Sand, andare a finire
che diventa una canzone dei Giant Sand.
Forse quello "stato mentale" non sta tanto nella coerenza delle azioni
quanto piuttosto in questa capacità di entrare in contatto con le cose
e con le persone e di trasformarle un po’, dando loro un senso che prima non
avevano, o che nascondevano o che magari era solo diverso.
di Valentina
Bellè
tratto dalla rivista "Late for the sky" n. 50, gennaio 2001