JOHN PARISH
18 novembre 2002, Classico Village, Roma
Poche volte sono andato ad un concerto senza sapere che aspetto
avessero i musicisti. Non solo, da questo concerto, che non mi sarei perso per
niente al mondo, in realtà non sapevo cosa potermi aspettare.
Si tratta di John Parish: produttore, arrangiatore, e musicista
per molti nomi in prima linea nel mondo del rock adulto, post-rock, se vogliamo.
Si va da Tracy Chapman a PJ Harvey, Eels e Giant Sand, Sparklehorse e Goldfrapp.
Soltanto in un secondo momento ho scoperto che Parish ha all’attivo
un lavoro tutto suo: la colonna sonora della regista fiamminga Patrice Toye
di "Rosie".
Da settembre di quest’anno, poi, ha pubblicato il suo primo
album vero e proprio: "How animals move", di cui non sapevo assolutamente
niente.
Ma tutto ciò ha poco a che fare con questo articolo. La spinta più
forte a persuadermi ad andare al Classico di Roma la sera del 18 novembre 2002
è stata la necessità di avere la firma di uno dei più stimati
artisti pop viventi su "To bring you my love", "It’s a wonderful
life" e "Felt mountain", e scusate se Mr. Parish non ha collaborato
con la Filarmonica di Berlino!!!
Il concerto lo aprono alcuni collaboratori di Parish (anch’essi
tutti polistrumentisti) davanti a poco più di un centinaio di persone.
L’atmosfera iniziale è nettamente country. Il primo è un tizio
in camicia anni settanta verde acido e completo nero, di cui ignoro il nome.
Ha basso e chitarra a tracollo e li suona alternativamente mentre canta alcuni
suoi brani alla John Denver.
Mentre suona sale sul palco Sue Gardner la quale inizia ad
arricchire la parte lirica con dei cori. Sue Gardner è la classica seguace
di Joni Mitchell a cui fa chiari riferimenti.
I due vengono, di li a poco, raggiunti da un altro individuo
che si sistema alla batteria. Precedentemente, il batterista stazionava al mio
fianco sembrando un semplice spettatore. Il front-man dal look psichedelico
e l’aria da ragazzo ingenuo giunge a fine concerto dopo quattro brani.
Dopo pochi minuti torna sul palco Sue Gardner che inizia il suo concerto da
sola! Chitarra e voce. I suoi arpeggi sono millimetricamente calibrati, la sua
voce soave e malinconica, il suo look degno della rivoluzione hippie.
Ancora una volta il palco si arricchisce gradualmente di musicisti.
Ms. Gardner viene raggiunta prima da una violinista bionda e bella! (anch’essa
faceva parte del pubblico) Poi è la volta del chitarrista dei Portishead,
nonché uomo della violinista, Adrian Utley. Lo sperimentalista appena
citato produce suoni sfregando l’estremità di un paio di pinze da elettricista
sulle corde di una simil-Gibson e giocando con il wa-wa.
Alla fine del terzo brano di Ms. Gardner il mio applauso è
misto alle lacrime! Assomiglia troppo (voce e chitarra dico) a Cristina Donà!
Sperimentazione pura.
Torna il tizio in camicia verde che si piazza, spiazzandoci,
a un altro violino. Il suo modo si suonare lo ignora perfino Andrea Costa, violinista
dei Quintorigo. Si tratta di lievi ma fulminee spazzate esercitate con l’archetto
lungo le corde (invece che perpendicolarmente). Il suono prodotto sembra un
urlo soffocato che proviene da un avanzato synth.
La Gardner chiude il concerto con un pezzo rock a dir poco
inquietante: suona la chitarra acustica con il pennello mentre il violinista
e il chitarrista si sbizzarriscono con le loro tecniche inesplorate. Si comincia
a delineare il concerto che di li a poco ci avrebbe letteralmente annientato.
Vado a complimentarmi con Sue (che ora è mia amica)
raccontandole di Cristina, naturalmente. Parliamo di musica e di New York, la
sua città.
L’attesa è corrosiva.
Finalmente iniziano a salire sul palco i musicisti. Ci sono
proprio tutti: Mr. I-look-like-an-idiot-but-i-play-13-instruments, Adrian Utley,
la bionda e poi, li chiamerò con il nome dello strumento che suonano,
un basso, un corno, una diamonica a fiato, un Rhodes, un’altra chitarra elettrica,
una vocalist-sono nove!
Chi è, dove è JOHN PARISH?? Nessuno lo sa! Chiedo
in giro e ognuno dice una cosa diversa. Indicano il tizio al Rhodes dicendo:
- "quello è dei Portishead".
Non ci siamo.
Inizia il concerto, il muro di suono è travolgente.
Mi continuo a chiedere chi sia Parish. Scruto le espressioni dei musicisti per
capirlo a sesto senso. Decido che Parish è l’ultra quarantenne seduto
con la chitarra al fianco della batteria. Finisce il primo brano. Il tastierista
si alza e va al microfono. Ci presenta l’ensemble, ma nome dopo nome, "Parish"
non si insinua nel mio padiglione auricolare.
"And you must be John Parish" – irrompo io a voce
più che alta dalla mia primissima fila.
"I must be" - risponde e sorride. Finalmente.
Per il secondo brano, almeno cinque elementi cambiano strumento.
Un chitarrista va al Rhodes, la vocalist va alla batteria, il fiatista canta.
Tutto strumentale.
C’è anche uno xilofono, una tromba e delle percussioni.
Parish prende la chitarra e non la lascia più. Peccato! Avrei voluto
vederlo alla batteria. Invece la batteria la suona per tutto il concerto la
ragazza che sembrava "appena" una corista.
Il concerto continua su questa linea. Sembra una partita di
volley!
I brani sono lunghi ed articolati, soltanto due si avvalorano
di voci. Inoltre sono prevalentemente lenti, diciamo espressionisti, viste le
diverse tinte e i numerosi capovolgimenti ritmici che li caratterizzano. Un
blues visionario che non permette deconcentrazioni, tanto che ad ogni piccolo
dettaglio viene riservata una cura maniacale. Alcuni effetti vengono prodotti
da un mangianastri portatile fatto rilevare dai pick-up di una fender Telecaster,
i due violini sono ora distorti, poi delayed, ci sono wa-wa dappertutto. La
chitarra di Parish emerge dall’intera band con pochi, semplici accordi.
Mai il concerto raggiunge la violenza del rock, in rari casi la progressione
sonora diviene divertente, ma la spontaneità e i dettagli uniti a composizioni
eccentriche fanno di questo concerto il mio preferito dell’anno.
Ovviamente al termine mi sono prostrato al cospetto di John
(anch’egli ora è mio amico) ricoprendolo di complimenti e richiedendogli
i bramati autografi.
Questa volta devo dare ragione a Luca Sofri: John Parish, in
quanto strumentista, è veramente un uomo di poche parole! Ed io sprecherò
poche parole ancora per descrivere l’ignoranza di una intera città, che
ha ignorato un evento del genere, rappresentandosi in poco più che duecento
anime.
Francesco Collepardo